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M5S, per capirli gridare al “populismo” non basta

Spiegare il fenomeno Cinque Stelle con il solo ricorso alla categoria del "populismo" significa non aver capito l'Italia degli ultimi 25 anni

di Claudio Rossi

Luigi Di Maio e Beppe Grillo (Flickr.com)

M5s non significa meramente anti-politica, checché ne dica la destra e la sinistra. La sua vittoria indica la rottura definitiva del giocattolo centrista che si trascinava dalla caduta della Balena Bianca. Un lungo riaggiustamento che sta durando da 25 anni e nel quale il successo elettorale del M5S con il populismo c’entra molto poco. E ora sta ai Cinque Stelle decidere come giocarsi questa carta

Italia, 4 marzo 2018, è una data da ricordare perché, nonostante commenti che richiamano dinamiche elettorali di tipo populista, in realtà essa segna la fine del lungo riaggiustamento dell’Italia politica dalla caduta della Balena Bianca, la Democrazia Cristiana della Prima Repubblica, iniziata nel 1992 (ricordate l’inchiesta “Mani Pulite”?). Un lungo riaggiustamento che sta durando da 25 anni e nel quale il successo elettorale del M5S con il populismo c’entra molto poco.

A guardar bene, infatti, il “populismo” dell’elettorato in Italia è un concetto propagandato in questi anni dalla cultura politica del centrismo, sia cosiddetto di sinistra che cosiddetto di destra, per spiegare come mai dal 1994 in poi la gente si andava staccando sempre di più dalla politica ufficiale. Cultura del centrismo che era travasato nelle adiacenti sponde politiche tradizionali e che legittimava una forma di cordone sanitario intorno alla prosecuzione della gestione del potere: “Noi (“destra” e “sinistra” insieme o in alternanza) siamo il sistema e quindi incarniamo la “vera” politica, quella “necessaria”, chi non vota noi perciò vota contro la politica, non ragiona, dimostra soltanto rabbia”. Invece il progressivo e inarrestabile impoverimento della classe media, la disoccupazione giovanile irrisolta, il debito pubblico in continuo aumento (insieme conseguentemente ai tassi d’interesse dei prestiti internazionali), gli schiaffi europei, lo shopping indisturbato delle eccellenze industriali italiane da parte della Francia e soprattutto della Germania, quello no, non erano sufficienti a spiegare la mancanza di voti, “è la gente che vota con la pancia, non sa più capire le ragioni di quello che si fa e dà retta al populismo!”.

Ricordiamo i primi Vaffanculo-day di Beppe Grillo del 2007 (dieci anni! sembra passato un secolo ma sono solo dieci anni!). Bollati, loro e le decine di migliaia di italiani che “sentivano” che quello aveva un senso, da tutti i partiti come l’anti-politica e quindi neanche meritevole di essere presa in considerazione. L’anti-politica, però, a un certo punto cominciò a strutturarsi in qualcosa che “sapeva” di politica, fastidiosa, eclatante, certo, ma sempre più in grado di provare quello che diceva e di farlo sapere. E allora la contromossa emarginante: le grida al populismo della politica al potere, unico baluardo contro quegli italiani inebettiti dal populismo. I fantastici risultati, questi sì politici, di questa strategia li stiamo vedendo.

Intendiamoci, con questo non voglio dire che non vi sia stato e non vi sia nell’elettorato un germe o un pericolo di populismo, come li vogliamo chiamare, infatti, il Berlusconismo del 1994, la Lega Nord di Bossi, la Lega antieuropeista di Salvini? Solo che continuare a bollare i risultati elettorali del 4 marzo come il prodotto di un fenomeno di “populismo” significa non aver capito cosa è successo in Italia negli ultimi 25 anni, nei quali è scomparsa la Balena Bianca ma non la sua ideologia cattolico-centrista e significa continuare a non capire cosa succederà nel comportamento elettorale degli italiani. Il ritornello rassicurante della fascinazione dell’anti-politica o del populismo, che alle prossime elezioni si sarebbe sgonfiato per poi sparire, come era successo all’Uomo Qualunque del dopoguerra, ha coperto la marcia del M5S fino al 32% dei voti, il primo partito in Italia. E ora? 11 milioni di inebettiti populisti? Non scherziamo.

Quello che è successo il 4 marzo è tutta un’altra cosa: il M5S è riuscito a dimostrare non solo di avere un’idea politica ma soprattutto che essa è quello che molti, moltissimi italiani aspettano da 25 anni, l’alternativa alla politica della classe dirigente italiana della Prima Repubblica, altro che populismo. Abbagliati dalla supponenza con la quale sinistra e destra tradizionali hanno guardato il costante, endemico travaso di elettorato verso il M5S, che secondo loro essendo populista non poteva essere reale, non si sono accorti che in questi anni i Grillini hanno studiato, si sono preparati, facendo una vera opposizione in parlamento (che non si vedeva dalle battaglie sindacali degli anni ’70) e hanno costruito, anche se a qualche commentatore è sembrato il coniglio tirato fuori dal cappello, un’alternativa alla politica tradizionale che al momento sembra talmente credibile da aver resistito alla grande ondata di voto ideologico di destra e da sembrare una soluzione alla desolazione politica della classe dirigente meridionale.

Tutto bene dunque? Non lo so, io non ho votato 5 Stelle ma quello che è certo (e questo sì che è positivo) si è rotto il giocattolo centrista, che giocando tra cattolici progressisti (Ulivo) e individualisti (Berlusconi), hanno potuto spartirsi il potere politico dal 1992 ad oggi (ecco perché, purtroppo, non si tratta di populismo ma di un’analisi dei fatti sentir dire: “tanto sono tutti uguali e quindi non c’è alternativa”) e si è rotto anche il giocattolo Grillo che ora deve decidere se “praticare” la politica che ha fatto intravedere oppure adattarsi allo status quo, deve decidere, cioè, di comportarsi come alternativa politica vera o come l’ultimo giocatore entrato in campo. E siccome non si tratta di populismo, se il M5S non farà vedere, e chiaramente, la scelta innovatrice gli italiani saranno crudeli, come lo sono stati con i D’Alema, i Franceschini, i Renzi, i Grasso.

La Lega di Salvini? È un’altra cosa, quella sì cavalcante il populismo, ma di cui non credo sia il caso di preoccuparsi più di tanto: l’obiettivo politico di Salvini era di sostituire Berlusconi e ci è riuscito, quindi o cambierà o si calmerà, speriamo piuttosto che il suo adattamento non ci costi molto. Un’altra cosa bella di queste elezioni, ci vorrà pochissimo tempo per capire: chi riuscirà a galvanizzare il nuovo parlamento su una nuova (e democraticamente seria) legge elettorale avrà vinto sul serio, le forze politiche che si opporranno avranno in cambio dall’elettorato un nuovo 4 marzo, non importa quando.

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