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Ripensare l’Europa. Idee sul futuro delle società e delle istituzioni europee


Negli ultimi anni, si è diffusa una profonda crisi dell'identità europea. Ma per salvare l'Europa, è necessario ripensarla

Le bandiere degli stati membri UE sventolano a Strasburgo.

Le istituzioni europee rappresentano una sorta di miracolo socio-culturale, che ha dimostrato come le identità possano andare di pari passo con un'istanza universale che le trascende. Ma negli ultimi anni, questo processo sembra essersi interrotto. Come superare la profonda crisi che attanaglia il senso di appartenenza all'Europa?

Le istituzioni europee rappresentano una sorta di miracolo socio-culturale – in un tempo relativamente breve un’entità amministrativa astratta si è trasformata in un significato vivo, capace di radicarsi profondamente nella soggettività di milioni di persone – un significato in grado di plasmare ciò che milioni di persone credono di essere e diventare.  Così facendo, il progetto europeo ha dimostrato che le identità (in primo luogo, le identità territoriali ed etniche, ma non solo) possono andare di pari passo con un’istanza universalista che le trascende.

In effetti, la storia dell’Unione Europea degli ultimi decenni ha mostrato come identità e universalità possano alimentarsi a vicenda e in tal modo rendere democrazia e pace una realtà. Diverse generazioni di persone si sono sentite spagnole, italiane, francesi, greche e così via, e proprio per questo hanno visto e pensato se stessi come europee. Negli ultimi anni questo processo sembra essersi interrotto. Si è diffusa una profonda crisi del senso di appartenenza all’Europa: sfiducia nelle istituzioni europee, indebolimento della cooperazione tra gli Stati membri, crescita elettorale dei partiti euroscettici sono solo alcuni dei sintomi della crisi del progetto europeo. Il fatto stesso che le istituzioni europee siano diventate oggetto di dibattito, con qualsiasi competizione elettorale trasformata in un momento di verità sul loro destino, è qualcosa che sarebbe stato letteralmente impensabile non più di quindici anni fa. Lo scorso aprile, nel suo intervento al Parlamento europeo, il Presidente della Francia Macron ha parlato del rischio di “guerra civile europea”, come conseguenza della prevalenza di interessi egoistici che prevalgono su ciò che rende l’Europa unita.

Il presidente francese Emmanuel Macron.

La crisi politica delle istituzioni europee va di pari passo con una sorta di deriva antropologica generale che ha portato le istanze identitarie in primo piano e con esse la difesa dall’altro come misura fondamentale delle relazioni interpersonali e sociali. Segni di una tale deriva – l’ascesa dei partiti di estrema destra e/o populisti, l’ondata di xenofobia, le forme più o meno esplicite di razzismo, la retorica anti-immigrazione, la radicalizzazione religiosa e ideologica, il ritorno dell’antisemitismo – possono essere rintracciati praticamente in qualsiasi paese europeo.
Queste due dinamiche – indebolimento della cooperazione politico-istituzionale tra i paesi membri dell’Unione Europea e polarizzazione dei temi di matrice identitaria hanno un evidente terreno comune: esse possono essere interpretate come forme diverse di un medesimo, fondamentale atteggiamento di chiusura intollerante verso l’alterità, di volta in volta identificata con gli altri Stati, i “burocrati di Bruxelles”, la casta politica, i rifugiati, i rom, gli omosessuali, i musulmani e così via. La montante diffusione nella società di queste forme di intolleranza, la loro crescente intensità emotiva e il loro appeal sono segnali allarmanti la cui somiglianza con quanto accaduto in Europa prima della Seconda Guerra Mondiale non può che essere riconosciuta con grande preoccupazione.

Reazioni di ottimismo e pessimismo rispetto all’andamento di tale dinamica sembrano seguire reattivamente il corso degli eventi – le ultime elezioni in Francia e nei Paesi Bassi hanno alimentato un senso di scampato pericolo. Il successo del partito di estrema destra (Alternative für Deutschland) nelle successive elezioni tedesche ha sollevato nuove preoccupazioni, ulteriormente rinfocolate dal fatto che entrambi i partiti vincitori dell’elezione italiana dello scorso marzo (Il Movimento 5 Stelle e la Lega) – che sembrerebbe si stiano per accordare per governare il paese-  hanno forti posizioni anti-UE. Minore attenzione viene tuttavia riservata alla comprensione di ciò che sta accadendo e del perché. Com’è possibile che il sogno si sia interrotto, che il futuro si sia dissolto e che l’Europa stia vacillando sull’orlo di un precipizio?

È ampiamente riconosciuto che l’attuale scenario di crisi socio-politica è il risultato dell’effetto sociale della Grande Recessione, provocata dalla crisi dei mutui subprime statunitensi del 2007. Da un punto di vista complementare, molti autori hanno evidenziato l’impatto critico della disuguaglianza sempre più profonda che divide dall’interno le società europee. Tuttavia, diverse considerazioni convergenti portano a riconoscere che l’attuale crisi socio-politica non può essere vista solo come diretta conseguenza dei problemi che hanno afflitto le economie europee e del conseguente peggioramento delle condizioni di vita di ampie fasce di società (es. disoccupazione, riduzione dei servizi pubblici, ridotto accesso al credito). Ciò che la gente vede come problema cruciale non è la situazione economica in sé, ma il sentimento più ampio e profondo di essere attaccati nel proprio modo di vivere (valori, forme di vita, abitudini, senso di sicurezza).

Per dirla in breve, i fattori materiali e le dinamiche soggettive, culturali e psicosociali interagiscono nel plasmare lo scenario attuale e la sua evoluzione. Si consideri ad esempio l’opposizione alle politiche migratorie inclusive; dal momento che è chiaramente e ampiamente riconosciuto che queste politiche portano importanti vantaggi economici ai paesi ospitanti, è difficile considerare che l’opposizione ad esse sia motivata meramente da interessi economici. Il referendum sulla Brexit è un altro chiaro esempio di come le persone non fanno scelte politiche solo in base alla valutazione funzionale del proprio interesse economico; al contrario, l’effetto economico della Brexit era impossibile da prevedere al momento del referendum, poiché esso dipende dall’interazione contingente di una serie molto ampia di fattori politici, finanziari e culturali.


Negli ultimi tre anni il progetto Re.Cri.Re. ha analizzato questo intreccio, sia per fornire una più profonda comprensione di ciò che sta accadendo che per individuare strategie utili a costruire un nuovo corso per il progetto europeo. Re.Cri.Re. (acronimo di: tra la rappresentazione della crisi e la crisi della rappresentazione, www.recrire.eu) è un progetto di ricerca portato avanti da un consorzio internazionale di 16 partner (università, centri di ricerca, agenzie di promozione della cittadinanza) di 12 paesi europei, finanziato dall’Unione europea (nell’ambito del framework H2020). Il progetto, conclusosi in questi giorni, ha inteso analizzare le dinamiche socio-culturali alla base della crisi politica e istituzionale che attraversa le società europee. In tale prospettiva, Re.Cri.Re. ha sviluppato 4 linee di ricerca, in diversi paesi europei: 1) l’analisi del contesto culturale della crisi; 2) lo studio della relazione tra i fattori socio-culturali della crisi e i fattori psicologici ed economici; 3) l’analisi della relazione tra dinamiche socio-culturali, mass media e opinione pubblica; 4) analisi intensive di casi di politiche, con particolare riferimento al ruolo svolto dai fattori socio-culturali nel successo/fallimento degli interventi  (in settori quali il mercato del lavoro, la salute, l’istruzione, la coesione sociale).
A partire dai risultati di queste linee di ricerca, il progetto ha elaborato una serie di criteri e suggerimenti per la progettazione di politiche “orientate alla cultura”, pensate per fronteggiare la crisi e, più in generale, ripensare l’Europa.

L’ European Institute of Cultural Analysis for Policy (EICAP) nasce come spin-off del progetto Re.Cri.Re, per portare avanti, sviluppare e diffondere i suoi risultati e proposte.
In tale prospettiva, questa rubrica si propone di utilizzare i principali risultati del progetto Re.Cri.Re. per promuovere la discussione sul presente e sul futuro dell’Europa e più in generale delle società occidentali. La sintesi dinamica tra universalismo e identità che è al centro del progetto europeo non è una questione affrontabile in termini meramente tecnici. L’analisi e le interpretazioni empiriche sono ovviamente necessarie; tuttavia sono utili nella misura in cui servono ad aiutare le persone a comprendere, riflettere e progettare possibili futuri. Il nostro intento è che le analisi e le discussioni che questa rubrica proporrà possano rappresentare un piccolo contributo di idee, visione e desiderio in questa direzione.

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