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On. Salvini, per invocare la Giustizia, bisogna essere degni della libertà

A proposito del sequestro “dei 49 milioni” della Lega e la reazione del ministro Matteo Salvini...

Il ministro degli Interni Matteo Salvini giura davanti al Presidente Sergio Mattarella

L’On. Salvini, di fonte al sequestro, si inventa un colloquio con il Presidente della Repubblica. Il Quirinale, basito, fa sapere:“Non ne sappiamo nulla”. Una deriva babelica e sempre più incontrollata. Deriva che, stante “l’unità liberale”, attualmente vede, nella condotta governativa e politica dell’On.Salvini, fra i suoi maggiori fattori determinanti.

Se siamo arrivati fin qui, è perchè non si può essere liberali a metà, o a tre quarti, o solo di profilo, ma non frontalmente. Gaetano Salvemini, nelle sue Lezioni di Harvard, illustrava, con la consueta chiarezza, e autorevolezza: “Le istituzioni che hanno origine dalla dottrina liberale non sono qualcosa di divisibile…quindi, istituti rappresentativi, libertà politiche, diritti personali, formano una catena i cui anelli sono inseparabilmente legati assieme”.

Cosa è accaduto, stavolta? Che la corte di Cassazione, ha stabilito un “principio di diritto” in danno della Lega. Umberto Bossi, Segretario Federale, e Francesco Belsito, Tesoriere del tempo (2008-2010), sono stati condannati in primo grado per truffa ai danni dello stato; si tratta di rimborsi elettorali, che sarebbero stati conseguiti esibendo costi inesistenti o, in ogni caso, non attinenti all’attività politica del partito.

La truffa è quantificata in circa 49 milioni di euro. Il sequestro richiesto in via cautelare, ed in vista della confisca (sempre che la condanna divenga definitiva), secondo la Corte, può comprendere non solo le somme esistenti fino al “tempo del sequestro”, ma pure quelle acquisite dopo quella data; e, comunque, tutte quelle che potrebbero essere acquisite in futuro, fino alla concorrenza di quella somma.

Va aggiunto che la Corte ha rinviato gli atti al Tribunale del riesame (di cui ha annullato, appunto, “con rinvio”, l’ordinanza); sicchè, la faccenda è ancora in corso (sì, il Tribunale sarebbe “tenuto” a conformarsi al “principio di diritto” formulato dalla Cassazione, ma le cose, nei Tribunali, hanno sette vite, come i gatti; perciò, calma e gesso).

Ciò precisato, il principio affermato è un pasticcio illiberale. Si può sequestrare in via cautelare quanto si presume costituisca “profitto del reato”; occorre quello che si definisce “vincolo di pertinenzialità”. Per definizione, quanto (denaro o altri beni) si consegue dopo il sequestro, non era pertinente al reato; vale a dire: il reato non è stato lo strumento per conseguirlo. Punto (la Corte si impegna in un fitto excursus, che qui non è il caso di riproporre: il cui succo è che, essendo previsto anche il cd “sequestro per equivalente” –denaro ottenuto altrimenti, ma confluito nella disponibilità del reo- quando non ci sono, anche per mancanza temporanea, “profitti diretti” del reato, allora, visto che il denaro “buono” si confonde con quello “cattivo”, essendo, come si dice “infungibile”, cioè indistinguibile, allora, si prende tutto, fino a raggiungere la somma fissata. Non c’è niente da fare: se ne può parlare, anche per gli “altri beni”, solo se acquisiti fino e non oltre il tempo del sequestro: così da giustificare “l’equivalenza” con quanto era, a sua volta “pertinente al reato”; altrimenti, è persecuzione, più o meno mascherata).

Si potrebbe replicare che, però, dopo la segreteria di Bossi, le autorità bancarie del Lussemburgo hanno segnalato una serie di operazioni anomale, attraverso la Sparkasse di Bolzano: da qui, a fine 2016, 10 milioni sono stati investiti nel fondo Pharus in Lussemburgo, e 3 sono rientrati all’inizio di quest’anno. E che la Procura di Genova, conseguentemente, ha avviato un’altra indagine, per l’ipotesi di riciclaggio. Forti di questa, chiamiamola, “convinzione morale”, l’estensione “al futuro” del sequestro, formalmente disposto dopo una sentenza, per quanto appellabile, si spiegherebbe con la volontà di prevenire un occultamento “di fatto”; la indagine per riciclaggio è in corso, nulla si sa, nulla è provato, ma ci si porterebbe avanti.

Sarebbe pezza peggiore del buco. Bisogna stare alle regole.

Tuttavia, è proprio qui, che torna Salvemini, e l’unità dell’ “essere liberali”. L’On Matteo Salvini, di fonte al sequestro, si inventa un colloquio con il Presidente della Repubblica, non si può supporre per altro, che per intervenire su un provvedimento giudiziario, peraltro, ricordiamo, ancora in corso di formazione (per via del “rinvio”). Il Quirinale, basito, fa sapere:“Non ne sappiamo nulla”.

Una deriva babelica e sempre più incontrollata. Deriva che, stante “l’unità liberale”, attualmente vede, nella condotta governativa e politica dell’On.Salvini, fra i suoi maggiori fattori determinanti.

Se lo segni, Ministro. Il principio liberale è che l’individuo viene prima dello Stato. Che incrudelire su un uomo debole, o in difficoltà, rende qualsiasi condotta politica illiberale e antidemocratica. Lo si può fare in mille modi, a fronte di mille debolezze, com’è noto.

Una volta ridotta una Responsabilità Istituzionale al grado di aguzzino: o perchè si dispone “legittimamente” dell’altrui libertà personale, ma, in realtà, trastullandosene, o perchè si dispone “legittimamente” dell’altrui speranza di vita, in realtà ignorandola, non c’è alcuna reale differenza. Perchè si è compromessa alla radice l’essenza stessa della dignità democratica: l’uomo.

La violenza giudiziaria, ampiamente sostenuta dal M5S, e la violenza di polizia, ampiamente sostenuta dalla Lega, non rendono credibile, sostenibile, la protesta contro un provvedimento ingiusto, personale o patrimoniale che sia.

Dimostratevi degni della libertà, e avrete tutto il soccorso necessario: dopo, però; non prima.

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