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L’Italia tragica dei ridicoli déjà vu dei tempi cupi dei dittatori

Ci sono delle memorie, come quella della visita di Hitler a Roma nel 1938, che dovrebbero ricordare la becera volgarità di quei tempi, ma invece...

Benito Mussolini e Adolf Hitler a Roma nel maggio 1938, durante una parata militare sfoggiano il saluto romano-fascista e quello nazista. A destra il Re Vittorio Emanuele III, che invece usa il saluto militare (Foto da Wikipedia)

Mentre i Cinque Stelle esibiscono il vice ministro che dichiara dal balcone di Palazzo Chigi di aver debellato la povertà, i leghisti in versione Parlamento Europeo sfoggiano chi si toglie la scarpa per calpestare la lettera di richiamo inviata dalla Commissione Europea al governo italiano. Poi presentano Matteo Salvini che, a torso nudo tra le pescherie pugliesi, gusta a sbafo le aragoste di Manfredonia, spacciandosi amico di un mezzogiorno nel cui piatto ha sputato ogni tipo di insulto per più di un decennio...

Ottant’anni fa, ad inizio maggio, Adolf Hitler venne a Roma, in una missione che doveva suggellare la simbiosi tra fascismo e nazionalsocialismo. L’accoglienza nella città dei Cesari volle essere memorabile. Così, a somiglianza di quanto fece il principe Grigory Aleksandrovich Potemkin-Tavricheski inventando villaggi nel giro di Crimea della zarina Caterina II, il regime decorò la città di quinte e scenografie magnificenti. L’obiettivo era anche quello di nascondere l’inguardabile, come si fa quando all’ultimo momento si schiaffa la polvere sotto il tappeto sul quale poggeranno i piedi dell’ospite.

Il colmo fu raggiunto nella stazione Ostiense, glabra cattedrale di travertino appositamente edificata per l’arrivo del Führer. Siccome le maestranze italiane non sono come quelle cinesi che tiran su in una notte saltando impavidi su impalcature di bambù, ponti e palazzi, si scoprì nell’immediata vigilia, che la stazione non era pronta per il gran giorno. In effetti l’architetto Roberto Narducci avrebbe consegnato l’opera solo l’anno successivo. Niente paura: tetragono, il regime fece montare sulle rotaie una  stazione posticcia, sorta di scenografia da film. All’arrivo da Berlino, l’illustre compare, sicuramente informato della situazione dal suo ambasciatore, fece finta di niente: baci e abbracci, profluvio di sorrisi,  braccia stese al vento primaverile e onori militareschi. L’anno dopo sarebbe stato quello buono per scatenare la carneficina mondiale: allora i dittatori si facevano bastare il ridicolo della pompa magna e degli scenari menzogneri alla Potemkin.

Pasquino commentò: Povera Roma mia de travertino. / T’hanno vestita tutta de cartone / pè fatte rimirà da ‘n’imbianchino”.

Quella vicenda, peraltro, fu probabilmente all’origine della deliziosa satira che Charlie Chaplin inserì nel 1940 in The Great Dictator, con il gustoso arrivo di Benzino Napaloni dittatore di Bacteria nella stazione da burletta nella quale è atteso da Adenoid Hynkel dittatore di Tomania. Fondata sull’assurdo del treno in continuo tic di movimento e arresto in stazione, la scena ridicolizza la pomposità del cerimoniale fascista  e la competizione mediatica dei due compari criminali. Per la cronaca, in quella cornice fu certamente collocato un altro capolavoro, “Una giornata particolare” di Ettore Scola, con le superlative recitazioni di Sophia Loren e Marcello Mastroianni.

Viene spontaneo, richiamando  quel significativo anniversario per evidenziarne gli aspetti di ridicola volgarità, guardare all’Italia dei nostri tempi; il plauso rumoroso di molti paga tributo ai due vati che guidano l’azione di premier e ministro dell’economia.

I dittatori avevano fior fiore di architetti e artisti dietro le loro fanfaronate: si pensi al ruolo di Albert Speer e Leni Riefenstahl nella costruzione del mito hitleriano. In una Unione Europea che non ammette dittatori, la costruzione del leader non può spingersi troppo in là, salvo qualche ambizioso giro di valzer con un Steve Bannon o un David Casaleggio, con la risulta di frasi tipo “fra un decennio il parlamento non servirà più”, “il voto la prossima volta lo facciamo in urne trasparenti”, “governeremo trent’anni” (povero Mussolini, a lui ne toccarono solo venti!). E tuttavia il ridicolo, gli allievi dell’autoritarismo di governo, non riescono proprio a farselo mancare.

I cinque stelle esibiscono il vice ministro al balcone di palazzo Chigi, mentre dichiara di aver debellato la povertà: una scenografia da Venezuela di Chavez e Maduro, e una pretesa taumaturgica da santo patrono.

I leghisti in versione parlamento Europeo sfoggiano Angelo Ciocca che si toglie la scarpa per calpestare la lettera di richiamo inviata dalla Commissione Europea al governo italiano. Gli stessi, in versione casalinga, presentano un vice primo ministro che, a torso nudo tra le pescherie pugliesi gusta a sbafo le aragoste di Manfredonia, spacciandosi amico di un mezzogiorno nel cui piatto  ha sputato ogni tipo di insulto per più di un decennio. Il signore ha inanellato performance notevoli contro i terùn primitivi e fetidi. In rete, si trova facilmente il suo canto al raduno di Pontida del 2009: “senti che puzza/scappano anche i cani/stanno arrivando i napoletani”. Per la cronaca, gli abitanti di Napoli da lui, ora ministro dell’Interno, venivano generosamente definiti “colerosi e terremotati”. Ciò nonostante, il vice primo ministro ottiene consensi crescenti nel mezzogiorno d’Italia.

E anche questa è una cosa che sfiora il ridicolo, visto che ad essere gratificato dal meridione è il segretario di un partito che negli statuti ha il nome di “Lega Nord per l’indipendenza della Padania”.

Il ministro dell’Interno, peraltro, sta portando in parlamento l’indurimento delle pene, proprio mentre ci arriva addosso l’ennesima sentenza di condanna della Corte Europea dei Diritti Umani di Strasburgo, stavolta per il 41 bis applicato al mafioso Bernardo Provenzano, nel periodo terminale della sua vita. Il ministero della Giustizia italiano ha violato, secondo la Corte, l’articolo 3 della Convenzione, sulla proibizione di trattamenti inumani o degradanti a detenuti.

Pierre Moscovici, campione di un lungo corso democratico in Francia ed Europa, persona pacata e illuminata, ha detto, commentando la bravata di Ciocca, del tutto imprevedibile e irrispettosa nel contesto di un parlamento che esprime la democrazia dei popoli d’Europa, che si tratta di azione di “un provocatore e un fascista”. Aggiungendo che “si vede il germe di una violenza simbolica inammissibile”. Ai media francesi ha aggiunto: “È gente che attacca la democrazia basata sulle regole, sul rispetto delle istituzioni e sulla libertà”.

Moscovici probabilmente ignora che la Lega non è alla sua prima con gesti di tale eleganza: il 16 marzo 1993 un suo deputato si esibì nel parlamento italiano con un cappio, al quale indicava dovessero essere presumibilmente impiccati socialisti e democristiani.

Del commissario europeo piace sottolineare il concetto sull’inammissibilità della violenza, anche quando assuma forme solo simboliche. In Italia, ci siamo stupiti meno che in altre contrade europee, rispetto al gesto di Ciocca. Da noi i commenti non hanno raggiunto livelli di allarme. In Europa hanno stomaci più fini: i nostri reggono evidentemente meglio a piatti pesanti e indigesti. Sono allenati da vent’anni di olio di ricino.

 

P.S.

Appare online la notizia che un ingegnoso ristoratore napoletano ha preparato un manifestino con il faccione del ministro dell’interno circondato dalla scritta “Io qui non posso entrare” sbarrato con segno di divieto. La didascalia aggiunge: “Locale Napoletano vietato ai razzisti”.
Intervistato da Ansa, il ristoratore si dice avverso al “clima di orrore, rigurgiti fascisti, xenofobi, razzisti” . Aggiunge: «Io non appartengo a quei napoletani che credono nella verginità politica di Salvini. Dopo che per anni ci ha insultato, dopo che su quegli insulti ha creato la sua carriera politica ora ci vuole far credere di tenere alle sorti del Sud? Io non ci credo. Solo gli stolti, i fessi, o chi ha un tornaconto politico ci può credere».

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