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L’autonomia regionale: scelta lungimirante o foriera di nuove disuguaglianze?

Dopo l'intesa preliminare tra Governo ed Emilia Romagna, Lombardia e Veneto, assisteremo ad un nuovo modello di secessione su base fiscale?

Elisa Riva / Pixabay

Lo sguardo sul nuovo regionalismo tramite il prisma dei diritti sociali sembra coinvolgere le fondamenta stesse dell’ordinamento giuridico, riproponendo inesorabilmente una dicotomia atavica tra «laisser-faire» e welfare state, un devastante confronto teorico tra l’assetto unitario dello Stato centrale e un modello multi-organizzativo fondato su più livelli di governo

Il vento del cambiamento soffia impetuoso sull’intesa preliminare raggiunta tra il Governo e le Regioni Emilia Romagna, Lombardia e Veneto per l’attuazione di condizioni di autonomia differenziata, come previsto nella Costituzione con la modifica del Titolo V avvenuta con legge costituzionale n. 3 del 2001, finora mai realizzata.

Facendo seguito agli accordi sottoscritti nel febbraio 2018, il Ministro per gli Affari regionali ha presentato un’apposita relazione alla Presidenza del Consiglio dei Ministri nella seduta n. 44 del 14 febbraio scorso; il Consiglio “ne ha preso atto e condiviso lo spirito”.

Assisteremo ad un nuovo modello di secessione su base fiscale?

Il dibattito sul tema è alacre. Lo scontro è accesso. I toni divengono aspri e gli interventi spesso tendenziosi, a tratti capziosi, restando avvolti in un linguaggio criptico difficilmente comprensibile.

Lo sguardo sul nuovo regionalismo tramite il prisma dei diritti sociali sembra coinvolgere le fondamenta stesse dell’ordinamento giuridico, riproponendo inesorabilmente una dicotomia atavica tra «laisser-faire» e welfare state, un devastante confronto teorico tra l’assetto unitario dello Stato centrale e un modello multi-organizzativo fondato su più livelli di governo.

La perdurante crisi economica è così forte da avere un’incidenza sulla legislazione e sull’assetto delle competenze istituzionali delle Regioni?

La nuova ondata di regionalismo intende forse rispondere alla debacle del welfare state rimodulando le competenze degli enti territoriali?

La strada della differenziazione potrebbe essere foriera di disuguaglianze e iniquità, soprattutto in un Paese caratterizzato da una complessità immensa sul piano delle differenze territoriali.

Alcune funzioni amministrative costituiscono l’asse portante per l’erogazione di rilevantissimi servizi pubblici, probabilmente per questo motivo andrebbero addirittura ricentralizzate per garantire qualità e omogeneità delle prestazioni.

L’esempio per antonomasia è quello della gestione della sanità, dove la differenza dei livelli di assistenza tra le diverse Regioni raggiunge l’acme.

Sfatando il mito del regionalismo come dottrina assoluta di stampo secessionista si potrebbe delineare una forma mite di regionalismo, funzionale e conforme alla realizzazione dei principi delle best practices amministrative.

Gettando lo sguardo oltre le spinte centrifughe che hanno quasi portato alla secessione della Catalogna dalla Spagna, si potrebbe valutare la funzionalità della riforma in termini di economicità, efficacia ed efficienza, senza per questo ingenerare un disegno eversivo.

La differenziazione delle funzioni diviene un must per quelle Regioni coscienti di un predominio indiscusso in termini finanziari ed economici che le pone al vertice del sistema Paese.

Invece, rappresenta un vero incubo per quelle Regioni che non si sentono in grado di acquisire ulteriori competenze, riuscendo a gestire a stento e con grande difficoltà quelle attualmente in carico.

In questo senso si determina inevitabilmente una distinzione tra un regionalismo dei «ricchi» e quello dei «poveri»: il primo praticato dalle Regioni ad economia avanzata, il secondo imposto obtorto collo alla governance delle Regioni del Mezzogiorno, costrette a fare letteralmente i conti con le proprie sofferenze.

Le «vecchie Regioni» (immaginate nel quadro descritto dai lavori dell’Assemblea Costituente e disegnate dal legislatore negli anni ’70) non sembrano più rispondere alle esigenze contemporanee, dettate dalle moderne dinamiche ingenerate dalla globalizzazione.

Il regionalismo differenziato potrebbe determinare una nuova e diversa ripartizione delle risorse tra le Regioni: tale possibilità sembra rilanciare per contrappasso l’idea della Macro-Regione.

La delicatezza della questione e delle scelte coinvolte presupporrebbe una vision lungimirante sulle politiche di coesione territoriale proiettato in lontananza.

Si potrebbe gettare lo sguardo oltre il momento di transizione attuale, addirittura ridisegnando i confini amministrativi degli Enti pubblici in una dimensione macro.

Presumibilmente, questa nuova dimensione sarebbe idonea a garantire quei criteri di economicità che dominano sempre di più le scelte della finanza pubblica locale.

Il tour de force intrapreso dall’intellighenzia sul decentramento delle competenze è imperniato su una chiave di svolta: la scelta definitiva tra regionalismo differenziato e Macro-Regione.

Un bipensiero implicante l’accettazione contemporanea di due teorie contrapposte non sarebbe ammissibile: il principio di coesione territoriale naviga in rotta di collisione con il principio autonomistico.

Teorie concettualmente contrapposte trasmettono una disarmonia imbarazzante, difficilmente conciliabile in un dialogo istituzionale che sfoci in un compromesso inteso quale sintesi derivante dal confronto dialettico. Nulla è di per sé bianco o nero, buono o cattivo.

Il compromesso indica rappresenta la contrapposizione alla demagogia e al fanatismo moralmente indiscutibile; rappresenta l’arte di correggere le debolezze teoriche e di integrarle responsabilmente senza compromissione degli ideali imprescindibili, accettando una pluralità di punti di vista diversi in nome della tolleranza.

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