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Bonafede e la giustizia avvelenata che ci porta a prima della Repubblica

Marcello De Vito, Presidente del Consiglio Comunale di Roma, in arresto per ipotesi di corruzione. Per il ministro della Giustizia, se anche fosse innocente...

Il ministro Alfonso Bonafede alla conferenza stampa sul disegno di legge #SpazzaCorrotti (Palazzo Chigi).

In una intervista al Corriere della Sera il Ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, parlando dei guai di Marcello De Vito di M5S, fa discendere gli “effetti politici”, come se fossero separati dagli “effetti penali”. Si sta forse mettendo in moto un modo per sopprimere il Processo?

A norma di vocabolario, il mitridatismo è una “particolare forma di resistenza, acquisita verso veleni introdotti a dosi dapprima minime, e poi progressivamente crescenti”.

A norma di storia politica contemporanea, il mitridatismo è stato il metodico avvelenamento della Repubblica Italiana: mediante l’inoculazione crescente di paralogismi a matrice giudiziaria. Con il risultato conseguito, di averla resa “immune” alla libertà e alla democrazia.

Il maggiore e più dirompente di questi paralogismi è quello della “responsabilità politica” derivante da un’indagine preliminare, che si potrebbe, si dovrebbe anzi, separare dalla “responsabilità penale”.

Ed è stato ribadito, si potrebbe dire, suggellato, dal Ministro della Giustizia in carica, On. Alfonso Bonafede.

Marcello De Vito, Presidente del Consiglio Comunale di Roma, tratto in arresto per ipotesi di corruzione e altro, è stato espulso dal M5S. Il Ministro approva, perchéabbiamo ritenuto che le accuse e i contesti emersi dall’inchiesta lo pongono fuori dal Movimento”.

“Se anche fosse innocente, non può restare con noi”, è stato riassunto. Frase di terribile insensatezza, di terribile barbarie, di terribile ferocia.

Le “accuse” e “i contesti”, devono ancora essere accertati. Ma l’accertamento, cioè il giudizio processuale, non conta. Conta che essi siano “emersi dall’inchiesta”.

Se anche l’accertamento negasse le “accuse” e “i contesti”, essi sono comunque già “emersi”: perciò, l’espulsione.

Naturalmente, non è la prima volta che viene scandita simile impostura; ma, se non ci siamo distratti, è la prima volta che lo fa un Ministro della Giustizia in costanza di carica.

E’ un paralogismo, un avvelenamento, perché “gli effetti politici” qui sono inventati, letteralmente, come spin off degli “effetti penali”.

Ma gli “effetti penali” non esistono, senza un accertamento. Se non c’è il tutto, non ci può essere “la parte”. Gli “effetti politici” sono quelli “emersi”, solo perché l’emersione è un’invenzione.

In realtà, “gli effetti politici” sono “effetti penali” con la maschera. Solo che, se non avessero la maschera, si dovrebbe attendere il Processo.

Perciò, far discendere “effetti politici”, come se fossero separati dagli “effetti penali”, è un modo di cruda disonestà morale e intellettuale per sopprimere il Processo. Cioè, la necessità dell’accertamento giurisdizionale. Cioè, la Difesa. Cioè, la Costituzione. Per sancirne la soppressione, a dire il vero. Come qui di seguito verrà esemplificato.

Nel “non è considerato colpevole” di cui all’art. 27 Cost., infatti, il “considerato” richiama una “somma di beni”, che va sotto il nome di “libertà personale”. Ma quella “somma”, senza precisare il peso dei vari addendi che la compongono, può risultare nulla.

La “libertà personale”, infatti, non è solo la libertà di locomozione; questa, certo, è la più essenziale, la prima. Ma l’uomo  non è un pendolo, libero di andare avanti e indietro, purché faccia solo quello. L’uomo è ciò che fa.

Limitare il suo “fare”, è limitare la sua libertà. Estromettere il “fare” dalla “somma” di cui all’art. 27 Cost., è una menzogna ordinata a consolidare, in Italia, l’assetto istituzionale autoritario avviato nel “triennio di fondazione” 1992-1994.

Questa volontà di “anticipare” “alcuni effetti”, lasciando quelli “penali” a fare la guardia di sé stessi, come uno spaventapasseri in un campo deserto, affida alle determinazioni investigative dell’Ufficio del Pubblico Ministero, Autorità unilaterale per eccellenza, “la realtà” degli “effetti”.

In alcune materie, per es., quella dei sequestri e delle confische cd. Antimafia, è già legalisticamente sancito. Il PM “raccoglie”, e il Prefetto “impacchetta”. E se poi contro questi “effetti non penali”, che liquidano il “fare” dell’uomo, la sua libertà, in termini materialmente liquidatori e onnicomprensivi, nulla si può veramente opporre, alla peggio, ci si può sempre suicidare: come ha fatto Rocco Greco, il già dimenticato imprenditore di Gela.

Ma c’è anche la reputazione, fra “gli altri effetti”. Provate a chiedere alla Professoressa Ilaria Capua, nonché già Deputato della Repubblica: costretta a fuggire negli Stati Uniti, lasciando il suo lavoro e la pubblica carica italiani, per ritrovare la sua vita, massacrata da una ridda di “altri effetti”: cannibalescamente anticipati, “emersi” da “inchieste”, senza che siano mai stati accertati “effetti penali”.

E come lei, tutti le donne e gli uomini, noti e ignoti, “fatti scomparire” dalla loro stessa vita a furia di “altri effetti”.

In questo immondo, predatorio contrabbando di libertà, pertanto, la parte (“gli altri effetti”) che si afferma doverosamente separata dal tutto (“gli effetti penali”), si rovescia in un tutto, arbitrariamente, violentemente imposto, sotto la maschera di una sua parte.

La dichiarazione del Ministro Bonafede, non nasce e muore con De Vito o con il Consiglio Comunale di Roma, o con il M5S. Segna una rivendicazione formale, una “regola di funzionamento antidemocratica”, che si fonda, per desuetudine obliquamente indotta, sull’accantonamento della Costituzione.

Antiparlamentarismo. Antiliberalismo. Antiindividualismo. E’ tutto connesso. Come sempre, quando si promette un mondo “puro” che “non può attendere”. Un “movimento”, una “lega”, che servono a superare, a ritroso, la libertà di tutti, per il beneficio di pochi.

Come in ogni tempo buio. Come prima della Repubblica.

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