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Roma, la Procura, il caso Ignazio Marino e il sequestro permanente della politica

La politica incarnata nella realtà non ha più rilievo, tutto si scioglie in un racconto, in una “presentazione”, una sorta di Maxipowerpoint

Al centro Ignazio Marino quando era sindaco di Roma durante il Gay Pride del 2014. (Foto di Sergio D’Afflitto)

Recita. Copione. Sudditanza della politica ad una “Superiore Pedagogia”. Un alibi perfetto per ogni inerzia, questa rappresentazione: il compagno inseparabile di ogni incapacità. E dopo di lui, dopo Marino “Il Marziano”, allo stesso modo, Raggi: la Fanfaluca al Potere...

La Corte di Cassazione ha annullato la condanna dell’ex Sindaco di Roma, Ignazio Marino, per il peculato e il falso “in scontrino”. Restituendolo alla sua integrità giuridico-penale. Molto bene.

Tuttavia nessun “annullamento” può riscattare la libertà politica dei romani, e, in genere, dei cittadini italiani, dal suo sequestro permanente, frutto di “effetti irrevocabili”. Ma alla produzione e alla sedimentazione di questi effetti, lo stesso Marino ha contribuito, e attivamente. E Matteo Renzi, a suo tempo, in parte.

L’epilogo maldestramente ondivago dell’ex Sindaco romano: la sua rinuncia; poi la rinuncia alla rinuncia; quindi la rinuncia dei consiglieri comunali alla rinuncia alla rinuncia del Sindaco medesimo, infatti, non sono stati l’espressione di un’esperienza politica che si inabissa per avere amministrato male, o peggio di come ci si attendeva.

Ha semmai esemplificato, con tutta la risonanza che Roma può suscitare in Italia, che la realtà della politica: atti, azioni, scelte, mete, non presentano alcun rilievo.

Ma, è questo il punto: la politica incarnata nella realtà non ha rilievo perché, deliberatamente, tutto si scioglie in un racconto, in una “presentazione”, una sorta di Maxipowerpoint: incessante, facile, accattivante e godibile, come una melodia da canticchiare nel corso della giornata.

Marino non si è candidato, alle primarie del Partito Democratico prima e a Sindaco di Roma poi, per agire: ma per impersonare una dramatis persona, un personaggio su un proscenio.

Il personaggio era quello del “marziano”: a significare una siderale distanza dai suoi predecessori.

Una volta preso l’abbrivio, l’incantamento avvince: non si parla di trasporti, di responsabilità amministrative dei singoli dipendenti, di smaltimento dei rifiuti, di asili nido, di urbanistica, di scuole, di bilancio, a partire da un punto certo per arrivare ad un altro punto certo.

No: si esclude che l’azione amministrativa abbia una reale dimensione, e si caldeggia un’interpretazione in cui valgono solo immagini-chiave, ammiccamenti: “discontinuità”, “legalità”, che  accantonano l’amministrazione attiva e alimentano un perenne “dibattito”, il commento, la storia. Così, le necessità minime e massime della vita associata, che proprio nell’amministrazione locale dovrebbero rinvenire la prima e più immediata audizione, vengono scarnificate e ridotte al ruolo di comparsa.

L’interpretazione/racconto è quella per cui gruppi criminali hanno assorbito la vita della città: tutt’intera, ogni centimetro, ogni centesimo, ogni battito di ciglia. Sicchè, l’inerzia, l’inadeguatezza, le carenza della Giunta (di quella o di qualunque altra che “faccia il personaggio”), se mai si ammettessero, sarebbero comunque spiegabili come perenne ed insondabile effetto di quella presenza spettrale. E perciò, espunte dalla realtà.

Quando la Procura della Repubblica ha esposto en plein aire (un’assemblea del PD) l’inchiesta Mafia Capitale, il racconto si è inarcato fino alle vette della Verità Assoluta. In conformità ad un “investimento pedagogico-giudiziario” su cui si è esercitato, as usual, anche un nutrito corteggio pubblicistico-accademico. Il 416 bis come Nuova Frontiera, e la pompa di benzina come Toro Seduto.

E Falcone che pronosticava, sciocchino, la naturale finitezza della mafia come “fenomeno umano”, riposi in pace: che già da vivo, come insegnava Sandro Viola su Repubblica, era già un “guitto”. Con tutte le sue cautele e i suoi inviti a distinguere e a delimitare proposte dovunque gli riuscisse: anche innanzi il CSM, naturalmente inascoltato (perché accusato).

Vedete (prevede la piece)? C’era del marcio, e c’è ancora, e sempre ci sarà: perciò tutto quello che io dovevo fare, ha recitato il Sindaco, era parlarvi del marcio, raccontarvelo. Non altro. Solo che gli interessi criminali colpiti, anzi politico-criminali, anzi politico-cultural-criminali, non desistono: perciò tanto hanno fatto, che mi sono dimesso.

Recita. Copione. Sudditanza della politica ad una “Superiore Pedagogia”.

Un alibi perfetto per ogni inerzia, questa rappresentazione: il compagno inseparabile di ogni incapacità.

E dopo di lui, dopo “Il Marziano”, allo stesso modo, Raggi: la Fanfaluca al Potere.

E l’Italia, triste, truce e fanfarona, che ne è venuta.

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