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Sala a New York: Milano saprà come accogliere gli americani… anche con l’inglese

Dopo la tappa a Washington, al Consolato il Sindaco ha parlato con la stampa del futuro della città e del Paese. E sul processo che lo riguarda: "Amareggiato"

Il messaggio di Sala è stato chiaro: e cioè che proprio da Milano, città in cui il 19% degli abitanti è di origine straniera, possa partire un “progetto politico” su scala nazionale. A partire dall’immigrazione, tema caldo del dibattito attuale: “Per un sindaco come me è più complicato. Per la destra è più facile, usano messaggi molto semplici come ‘Chiudiamo i porti”, o “i migranti tornino a casa loro”, ed è tutto. Per me è più complicato, perché devo comunicare ai miei concittadini che l’unica via per Milano è di rimanere una città aperta e internazionale”, unica ricetta per continuare a “attrarre investimenti, talenti, studenti universitari e così via”...

Un tempismo non troppo fortunato per il tour americano a due tappe del sindaco di Milano Beppe Sala, che lo ha portato a Washington e poi a New York per dire agli investitori di guardare al capoluogo lombardo nelle stesse ore in cui emergeva l’inchiesta a carico del presidente di Confindustria Lombardia, nell’ambito della maxi indagine sulle tangenti nella regione considerata la locomotiva d’Italia. Non solo: la visita del primo cittadino di Milano è giunta a poche ore dalla richiesta della Procura Generale di condannarlo a un anno e un mese di reclusione per la retrodatazione di un verbale in ambito Expo. “Sono più amareggiato che preoccupato”, ha detto in proposito Sala a margine della conferenza stampa, tenuta soprattutto in inglese, al Consolato Generale di New York, “perché penso di aver fatto un mezzo miracolo ad Expo, ho lavorato anche da solo per molto tempo, per cui mi duole. Rimane il fatto che chi fa una scelta di vita come la mia, sa che queste cose possono accadere”.

Questa visita è stata anche accompagnata da dichiarazioni politiche sul futuro dell’Italia – e del Pd – che, insieme alla precedente apertura del segretario Zingaretti, hanno fatto pensare a una possibile candidatura del Sindaco a premier. Una visita finalizzata a far passare il messaggio che “Milano è l’Italia migliore”, che sta vivendo una “età dell’oro”, anche a giudicare dal fatto che ha attirato nell’ultimo anno il 20% degli investimenti esteri diretti in Italia, il 48% degli investimenti nel settore immobiliare e prodotto il 10% del prodotto interno lordo nazionale. Un modello misto che, ha detto il Sindaco, si appoggia, tra le altre cose, sulle università e sull’industria della creatività – in primis con i settori della moda e del design –. Tra le sfide sottolineate dal sindaco, la principale è quella della protezione dell’ambiente, con l’apertura della quinta linea di metropolitana, che collega Linate al centro della città, con l’investimento di 2 milioni per gli autobus elettrici, con lo sviluppo di un sistema diffuso di sharing mobility e, ha ammesso, con ancora tanto da fare. E proprio dall’America, qualcosa si può imparare: “Seguo con grande attenzione il Green New Deal”, ha ammesso il Sindaco, riferendosi al maestoso (ma secondo qualcuno ancora troppo vago) piano di riqualificazione ecologica dell’economia statunitense, sostenuto dalla giovane deputata Alexandria Ocasio-Cortez e sposato da molteplici candidati alla nomination democratica.

In questo contesto, il messaggio di Sala è stato chiaro: e cioè che proprio da Milano, città progressista sotto tanti punti di vista e in cui il 19% degli abitanti è di origine straniera, possa partire un “progetto politico” su scala nazionale. A partire dall’immigrazione, tema caldo del dibattito attuale: “Per un sindaco come me è più complicato. Per la destra è più facile, usano messaggi molto semplici come ‘Chiudiamo i porti”, o “i migranti tornino a casa loro”, ed è tutto. Per me è più complicato, perché devo comunicare ai miei concittadini che l’unica via per Milano è di rimanere una città aperta e internazionale”, unica ricetta per continuare a “attrarre investimenti, talenti, studenti universitari e così via”. Proprio parlando di immigrazione, il Sindaco ha successivamente ricordato la promessa – poi rivelatasi impossibile da mantenere – di rimpatriare 600mila “clandestini”, quando, secondo Sala, sarebbe fattibile assestarsi sui 5000-6000 rimpatri all’anno, a causa dell’assenza di accordi bilaterali. Certo: “non è semplice integrare”, ma, “noi stiamo lavorando su questo”, e, perlomeno a Milano, “apparentemente la gente è con noi”. “Penso che una delle possibilità per i democratici sia di dimostrare che il modello Milano” possa essere vincente e in qualche misura replicabile anche su scala nazionale.

In merito alle ultime vicende giudiziarie che “offuscano” l’immagine di Milano e della Lombardia, “non voglio semplificare la questione”, ha detto Sala. “È abbastanza evidente che, essendo Milano il centro dell’economia italiana, chi è male intenzionato venga lì”. Eppure, ha specificato, “stiamo parlando di fenomeni molto circoscritti”. Del suo caso, ha proseguito, “dico solo che stiamo discutendo di una retrodatazione di un documento, e questo è il risultato di 5 anni di lavoro in Expo sotto una pressione micidiale”. Ad ogni modo, per il primo cittadino Milano ha abbastanza anticorpi per rispondere. E ad attrarre potenziali investitori, a suo avviso “c’è una grande partecipazione della società, una grande capacità di lavoro nel pubblico e nel privato e in termini di burocrazia cerchiamo molto di limitare e stare nei tempi”. A penalizzarla, eventualmente, “l’essere parte di un Paese litigioso, che non riconosce il valore dell’Europa, e che, come qualcuno del presente Governo fa, dice: ‘Me ne frego dei vincoli europei’”, affermazione che, ha puntualizzato Sala, “trovo poco dignitosa”.

Quanto a un più ampio progetto politico nazionale, “la legge elettorale è chiara: se non si mette insieme più del 40% non si governa”. Servono, insomma collaborazioni: “con la Lega direi che è impossibile”. Con i Cinquestelle, “con un po’ di fantasia si possono trovare delle similitudini, ma obiettivamente non mi sembra facile”. Sala si è peraltro inscritto tra coloro che reputarono troppo brusca la chiusura ai pentastellati dopo le elezioni. Ad ogni modo, visto che “capisco che ci sono aspettative su di me”, ha sottolineato, “quello che faccio è irrobustirmi, perché faccio politica da tre anni e mezzo”. Per il futuro si vedrà, ma oggi “non credo ci sia la possibilità di un mio impegno fuori da Milano”.

Alla nostra domanda su che cosa Milano abbia da insegnare a New York, e che cosa New York a Milano, Sala ha osservato: “Penso che in tema di trasporti pubblici siamo un’eccellenza”. “Naturalmente, è più facile lavorare in una città più piccola, ma penso che parlando di trasporti pubblici comuni possiamo insegnare qualcosa”. Viceversa, ha proseguito, “stiamo imparando da New York, e stiamo lavorando con la città di New York, sullo sviluppo digitale”, ma anche sull’ambiente sociale, “la capacità di essere aperti e di trovare un consenso nella popolazione”. Altro punto su cui New York è un modello, le periferie, perché “lavorare sulle periferie significa tenere a mente quello che New York ha fatto negli ultimi anni”.

Una stoccata ai Cinquestelle è arrivata parlando di Sud, “una delle questioni fondamentali per ogni governo e per ogni partito politico”. “Non apprezzo particolarmente il reddito di cittadinanza”, ha affermato Sala. “La mia ricetta sarebbe quella che il Governo risparmi dove può, per esempio sulle spese militari, e investa nel mantenimento delle nostre infrastrutture culturali e idrogeologiche”.

In tema di attrazione degli investimenti stranieri, il sindaco ha annunciato il lancio di una iniziativa e di una “compagnia pubblico-privata’, molto simile a quello che Londra ha fatto qualche anni fa” con “London and Partners” – “e probabilmente la chiameremo ‘Milano and Partners” –. Lo scopo sarà il medesimo: promuovere investimenti pubblici, università e turismo, cercando di “semplificare le procedure”: “Naturalmente non possiamo modificare il sistema fiscale, ma stiamo traendo benefici da quello che Renzi fece in termini di benefit fiscali”.

In agenda durante la visita newyokese (che prevede peraltro, giovedì, un evento alla Casa Italiana Zerilli-Marimò della New York University con Stefano Albertini), un incontro con l’ex sindaco Michael Bloomberg, la cui fondazione, ha spiegato Sala, “ci sta aiutando su molti temi, innanzitutto sulle periferie”, ma anche nel condurre “alcune analisi da un punto di vista socio-demografico” e nel promuovere la città. Quanto a una possibile candidatura dell’ex primo cittadino di New York, Sala ha osservato: “Con Bloomberg ho parlato recentemente, lui nega, poi vedremo”.

In merito alla candidatura di Milano, con Cortina, alle Olimpiadi invernali, Sala si è definito “ottimista”, perché “so che il dossier è buono: mette insieme il pragmatismo di Milano con la città di Cortina, è ben fatto, e recupera, lavorando su territorio ampio, molti impianti e investimenti e non molto costoso”. Il sindaco ha poi citato dei sondaggi fatti di recente sul gradimento dei cittadini a ospitare le Olimpiadi: “A Milano abbiamo l’87% di gradimento e in Italia più dell’80%, in Svezia poco più del 50%”. “Spero che il nostro Governo, oltre alle dichiarazioni, stia con noi nelle ultime settimane. La mia unica paura”, ha osservato, “è che qualche membro [della commissione] possa optare per Stoccolma a causa delle relazioni tra il loro e il nostro Paese”, come già accaduto con il dossier Ema.

Noi della Voce abbiamo infine chiesto conto a Sala del problema della scarsa diffusione della lingua inglese in Italia – e nella stessa cosmopolita Milano –, anche in riferimento alle polemiche scoppiate in seguito alla decisione del Politecnico e della Bocconi di trasformare i propri corsi di laurea magistrale e dottorato in inglese. Gli americani che arrivano nella città della “Madunina”, gli abbiamo domandato provocatoriamente, “devono necessariamente sapere l’italiano, oppure possono esprimersi in inglese? “Good question”, ci ha risposto il Sindaco. Che ha specificato: “Subito mi sono schierato a difesa della Bocconi e del Politecnico”. “Attualmente abbiamo 100 corsi nelle nostre università in inglese. Devo essere onesto”, ha proseguito, “dobbiamo fare passi avanti”, e “trovare un modo per cui chi lavora nei servizi pubblici debba sapere un minimo di inglese”. 

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