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Caso Palamara: la “questione romana” è marciume? Meglio chiamare il tutto falsità

Procura vince, Procura perde. Alle radici del segreto e di come nella magistratura italiana c'è chi acquista potere grazie alle capacità di falsificare

Luca Palamara (Immagine da Youtube)

Hanno falsificato le parole. Se si possono falsificare le parole, si può falsificare tutto: la vita, le vite di tutti e di ciascuno. George Orwell scriveva: “Se i pensieri corrompono la lingua, anche la lingua può corrompere il pensiero".

Da qualche giorno, sappiamo, sembra scoppiata a Roma una “guerra in Procura”. Luca Palamara, Sostituto Procuratore nella Capitale, già Presidente dell’ANM e componente del CSM precedente quello ora in carica, è sottoposto ad indagine per corruzione. Indagati anche altri magistrati, Stefano Fava e Luigi Spina (questi, membro dell’attuale CSM, ma ora dimissionario), in quanto avrebbero rilevato segreti di ufficio per favorire il loro collega.

In due parole, l’accusa è di aver agito su nomine di magistrati ricevendo, per questo, denaro e “altre utilità”, come viaggi e gioielli. Nell’arco di tempo in cui Palamara fu componente del CSM 2014/2018.

Favoriti e, al tempo stesso, parte dei maneggi, sarebbero gli avvocati Piero Amara e Giuseppe Calafiore, e l’imprenditore Fabrizio Centofanti (buon amico di Palamara), già sottoposti ad indagine in altro, connesso, procedimento, concernente indebite interferenze sulla deliberazione di sentenze del Consiglio di Stato.

In relazione a questa trama, si sarebbero intersecate anche manovre volte, per un verso, a danneggiare i magistrati che, in varie Sedi, erano stati titolari delle indagini contro i predetti Amara, Calafiore e Centofanti; e per altro verso, ad interferire sulla successione nella direzione della Procura di Roma, essendo il Procuratore Pignatone da pochi giorni in pensione.

Ulteriori sviluppi della “questione romana”, in corso d’opera.

Ciò brevemente posto, qualche minima considerazione “di sistema”.

La prima parola che viene in mente è: “marciume”.

Perché un potere che, atto dopo atto, mese dopo mese, anno dopo anno, finisce col non avere altra cura che di preservarsi; altra maestria che moltiplicarsi; altra “legittimazione” che il suo prepotente, capillare, incontrollabile illegalismo; un simile potere, alla fine, finisce col marcire.

E tuttavia, la sensazione, ciò che si sente “a pelle”, sarebbe essa stessa ragione di insufficiente comprensione. La prima azione susseguente al ribrezzo, infatti, è quella di cambiare aria, di distogliere lo sguardo, persino di tentare l’oblìo.

Perciò, di negarsi all’intelligenza. Dunque, dobbiamo cambiare parola. Ne dobbiamo scegliere un’altra.

Ora, “Falsità”, francamente, pare la parola che meglio si addice al presente spettacolo.

La Magistratura italiana deve il suo vasto potere alla capacità di falsificare. E senza che nessuno, nemmeno fra i suoi “buoni”, abbia mai accettato di discutere della “Magistratura in Italia in quanto tale” (qualche eccezione “sistematicamente critica”, com’è noto, è stata prima ferocemente osteggiata e poi, in qualche modo, liquidata).

Ha falsificato le parole. Se si possono falsificare le parole, si può falsificare tutto: la vita, le vite di tutti e di ciascuno.

Soffermiamoci su due proposizione-cardine.

La prima. Essa Magistratura (lo ha sempre affermato) costituisce un “potere autonomo e indipendente”. La distinzione (frutto di una trasfigurazione ad usum Delphini del precetto costituzionale) era ed è volta, si capisce, a vendere una sua “diversità” rispetto ai poteri elettivi, alla “politica”. Questa, consegnata alla tresca permanente; loro, i magistrati, invece eretti in una sorta di “razza superiore”: chiamata al dominio, al controllo, alla guida di plebi mai troppo fustigate, mai sufficientemente limitate e umiliate, specialmente se hanno l’ardire di scegliere una loro rappresentanza politica. Tutti in galera, non sia mai. Così imparano: eletti ed elettori.

Il “controllo di legalità” come prova di purezza, secondo criteri e paradigmi che, scritti nella “legge”, erano e sono realmente plasmati e ricreati da un’attitudine arbitraria, salmodiante, grettamente sacerdotale.

Per riassumere il senso ultimo di questa attitudine, non dovete pensare a Giulio Claro, ai glossatori, ai dotti. No: dovete pensare al Marchese Del Grillo. Oggi si decide in un modo; ieri o domani, in un altro, “perché io, so’ io: e voi non siete un cazzo”.

Un noto magistrato, il Dott. Piercamillo Davigo, ha messo nero su bianco la teoria della “diversità”: sostenendo “una tesi di cui sono tuttora convinto: e cioè che la corruzione in magistratura sia molto meno frequente che in altri settori” (“Il Sistema della Corruzione”, Laterza, Febbraio 2017, pag. 33).

Sia ribadito: non è questione di “rilevanza penale” o di “colpevolezza presunta”, ovviamente, qui mai coltivate. Non è questo il punto. Il punto è la celebrazione, l’esibizione addirittura, della disuguaglianza come attributo fondamentale, e meticolosamente perseguito, di quel potere stagnante e inavvicinabile.

Con gli stessi “elementi” di cui si discute in questi giorni per la vicenda di Roma, un qualsiasi altro cittadino sarebbe stato già passato ad un qualche Ufficio Matricola, con impronte digitali, foto segnaletica e tutto il corredo penitenziario; e, se “politico”, persino con meno.

Cos’è, allora, “elemento di prova”, “indizio”, “esigenze cautelari”? Cosa “indagine”, “accertamento della verità processuale”, “Processo”, “conseguenze extrapenali”? Cosa è “corruzione”? Cosa sono “le parole della giustizia”, se non parole della più cruda e invereconda ingiustizia?

Considerate, ora, la seconda proposizione-cardine. La Magistratura è “diversa”, perché colpisce anche i suoi stessi membri.

La dott.ssa Silvana Saguto, indagata per corruzione in relazione alla gestione dei beni confiscati alla mafia, essa pure a piede libero, ha potuto scandire in udienza (Febbraio 2019):

“L’altra sera ho ritrovato per caso l’agenda in cui mettevo i biglietti che ricevevo ogni giorno. Mi venivano segnalati gli amministratori giudiziari da nominare. Anche da parte di colleghi magistrati, nomi di persone da nominare come amministratori giudiziari. Consegnerò l’agenda al Tribunale”.  

La dimestichezza, ostentata, con una realtà fatta di “reti” e di gestione “ristretta” di pubblici e remunerati appannaggi, non ha messo capo a nessuna necessità di infrangere “i contesti chiusi”; ancora Davigo:  “Se qualcuno collabora con noi, diventa inaffidabile per gli altri, non è più in condizione di commettere questo tipo di reati. Così egli può e deve essere rilasciato”.

Escono, perché parlano. Ma c’è chi non entra mai. E se anche qualcuno fra i “colleghi” “entra”, per uscire non subisce nemmeno la decima parte del Trattamento-Cagliari (Gabriele), per intenderci. Perché?

L’imperscrutabile disuguaglianza risiede nel dominio assoluto sugli effetti reali del potere giudiziario: dietro le stesse forme, ci possono essere vite distrutte o vite, magari un po’ ammaccate, ma, alla fine, salvate. Ad es., agire a piede libero, oppure “in vinculis”;  spremere ogni parola, anche quella che non c’è, oppure stare alla “conoscenza dialogica”.

Le parole. La falsità. George Orwell scriveva: “Se i pensieri corrompono la lingua, anche la lingua può corrompere il pensiero”.

Affidare i destini della Repubblica a questo “Sistema” è stata, ed è, una follia che ci sta perdendo.

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