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Aprire la caccia al mostro liberista? Liberalismo alla prova del nostro tempo

Nell'era del populismo vincente, l’impianto ideologico liberale può ancora offrire la base di un’etica globale per il XXI secolo?

Opera di Banksy che potrebbe esprimere la condizione umana in una società dove lavorare non è più necessario

Se c’è una cosa bella del Liberalismo, è proprio il suo essere poco dogmatico ed essere in grado di ospitare un ampio raggio di opinioni divergenti sotto l’ombrello della libertà di parola e di pensiero. Quindi, dopo aver parlato di destra, di sinistra e di populismo, l’informatore si pone alcune domande sulla capacità del Liberalismo di sostenere un’etica globale per l’umanità nei prossimi anni

Il mio amico Mark Pisoni ha idee liberali. Le cose che scrive mi appaiono spesso sul news feed di Facebook e molto spesso clicco e assegno un like ai suoi post. E non lo faccio per far felice Mark, ma perché mi trovo istintivamente in accordo con quello che scrive. Trovo la sua visione del mondo solida, concreta e razionale.

Non è così con tutti ovviamente. Molti amici e conoscenti hanno idee che si potrebbero definire convintamente di destra, di sinistra o variamente populiste. È più raro che mi trovi d’accordo con loro.

Da un po’ di anni ho scoperto la psicologia cognitiva di Kahneman e Tversky e, con essa, la chiave di lettura formidabile che essa offre praticamente di tutto ciò che coinvolge gli umani, dalla religione alla storia, dall’economia alla politica.

Trovo che, tra le altre cose, la psicologia cognitiva spieghi facilmente i meccanismi che portano le persone a definirsi “di destra” o “di sinistra”.

Alla stessa stregua, grazie alle scoperte di Kahneman e Tversky, anche il populismo è un fenomeno facilmente decodificabile nei termini di insoddisfazione di grosse fette della società espressa nei termini di supporto a forze politiche anti-sistema ma assolutamente irrazionali.

E che dire delle posizioni estreme e inconciliabili davanti al fenomeno migratorio? Si va dagli atteggiamenti “di sinistra” di chi costruirebbe un ponte tra l’Africa e la Calabria a quelli “di destra” di chi silurerebbe i barconi con gli immigrati dentro. Conoscere le meccaniche della mente umana significa comprendere come persone dotate di un medesimo strumento intellettivo arrivino a far proprie posizioni diametralmente opposte.

Come mai le discussioni tra persone con punti di vista diversi, per quanto tranquille e pacate, finiscono inesorabilmente per divergere e per far arroccare i disquisenti su posizioni polarizzate e inconciliabili? La psicologia cognitiva spiega tutto. Se siete curiosi, interpellate l’oracolo di Google con le seguenti parole chiave: effetto Dunning-Kruger, narrative fallacy e bias di conferma, solo a voler nominare i bias più significativi.   

Con un armamentario così, diventa prima semplice e poi automatico fare le pulci a praticamente qualsiasi tipo di informazione che ci passi davanti, sia essa una bufala rilanciata da qualche amico populista sui social o l’articolo di qualche grande firma del giornalismo italiano che esponga le sue narrazioni con la sicumera di chi la sa lunga. Più spesso che no, basta applicare logiche elementari per riportare il tutto alle giuste proporzioni, scrostando i fatti dalle buffe narrazioni in cui le persone amano impanarle e friggerle.

Stando così le cose, perché i post di Mark non mi causano reazioni analoghe alla maggioranza di quelli che mi transitano davanti?

Enter Liberalismo

Sono arrivato alla risposta. Ideologicamente, sono sempre stato un liberale anch’io e ho sempre preso per buoni certi valori che stanno alla base della visione liberale delle società occidentali: stato di diritto, libero mercato, diritti civili, predominio della ragione sulla religione, meritocrazia. Tutti valori su cui i padri fondatori degli Stati Uniti hanno costruito l’etica di una nazione. Valori che sono anche alla base di tutte le democrazie occidentali, Italia compresa, benché in molti casi, potrei sostenere, solo come punto di equilibrio instabile tra le forze ideologiche del secolo scorso (quelle che hanno dato luogo a regimi totalitari, per capirci).

Del resto, per un ragazzo italiano della mia generazione che leggeva di quelli presi a fucilate nel tentativo di scavalcare un muro, la scelta di campo era semplice. Tra l’ideologia di una superpotenza totalitaria da una parte ed una democratica e liberale dall’altro, ho preferito il sistema in cui lo Stato riconosce ai suoi cittadini diritti inalienabili che neppure lo Stato stesso può calpestare.

Se a tutto questo uniamo quella leggerezza e quell’innato ottimismo che hanno sempre contraddistinto la cultura yankee in contrapposizione alla pesantezza catto-fascio-comunista italiana, ecco quello che in USA oggi chiamiamo un no-brainer: una scelta talmente semplice che non serve neppure coinvolgere molto il cervello per farla.

Ovviamente c’è ampio spazio per argomentare che anche il Liberalismo sia un’ideologia, ma a quel punto si può anche ribattere che come ideologia il Liberalismo sia assai poco ideologico, vista la mancanza di rigidità dogmatica delle religioni, del Fascismo e del marxismo.

Se c’è una cosa bella del Liberalismo, è proprio il suo essere poco dogmatico ed essere in grado di ospitare un ampio raggio di opinioni divergenti sotto l’ombrello della libertà di parola e di pensiero.

Significa forse questo che il Liberalismo può esimersi dal fare i conti con Kahneman e Tversky?

Mark e i suoi post

Qualche giorno fa Mark ha postato questa infografica sul suo profilo Facebook:

Infografica sul Liberalismo (source: https://www.individualistaferoce.it )

L’ho guardata e per me è stato un promemoria.

Qual’è il motivo, mi sono chiesto, per non considerare il Liberalismo una narrazione umana, al pari di religioni e ideologie varie? E perché essa dovrebbe sottrarsi ad un’analisi senza sconti della capacità del Liberalismo di offrire istruzioni per organizzare la società globale?

L’Individualista Feroce

Ho dato un’occhiata a chi ha prodotto la grafica in questione leggendo cosa scrivono di sé sul proprio sito:

L’Istituto Liberale L’Individualista Feroce è una associazione culturale senza fini di lucro e senza vincoli politico-partitici che si prefigge lo scopo di diffondere il Liberalismo in tutte le sue sfaccettature, avendo come fondamenti le libertà individuali e il libero commercio.

IL-IF è, dunque, un think tank liberale formato prevalentemente da giovani, studenti, imprenditori e membri della società civile che promuovono i principi liberali, come la proprietà privata, le libertà individuali, l’economia di mercato, la democrazia rappresentativa, la decentralizzazione del potere, lo stato di diritto e i limiti del governo.

Interessante. Fino a qualche anno fa avrei probabilmente avallato anch’io un’iniziativa di questo tipo con entusiasmo. Oggi meno.

Quando vedo tentativi di elevare qualsiasi narrazione al livello di ideologia, penso all’atteggiamento fideista che questo induce nei seguaci e, per natura, reagisco con scetticismo. Certo, il Liberalismo affonda le sue radici nella razionalità illuministica, ma come comportarsi nel momento in cui i suoi assiomi dovessero entrare in conflitto con l’osservazione della realtà? Saremmo disposti a modificare le nostre opinioni in quel caso? Oppure resteremmo imbrigliati nelle maglie ideologiche che ci siamo auto-imposti? E se ci dichiariamo mentalmente disposti a cambiare la nostra opinione, che bisogno abbiamo di fare atto di fede assoluta in un modello che potrebbe rivelarsi inadeguato?

E questo è un primo problema per me, ma ce n’è uno ancora più grande.

Neanche le teorie sociali e l’agire politico possono sottrarsi a un benchmark, una valutazione della loro performance se paragonati a quanto raggiunto da altre teorie sociali tramite le loro applicazioni politiche concrete.

Se il benchmark riguarda quanto progresso e quanta felicità il modello liberale abbia portato all’umanità, si può facilmente argomentare che, in effetti, quel modello ha stravinto su comunismi e fascismi vari, come ricordato dall’infografica. Ho parlato del successo del modello liberale in un mio precedente articolo (specialmente la parte che riferisce di Steven Pinker) e non ci ritorno per non divagare troppo.

Piuttosto, la domanda che trovo assolutamente rilevante è questa: l’efficacia dell’approccio liberale fino ai tempi nostri può essere preso come garanzia che esso continuerà a performare così com’è nei decenni a venire per grossa parte dell’umanità?

Diciamo che nutro forti dubbi, ed è per questo che oggi andrei cauto nel fare una dichiarazione di fede indiscussa nella visione liberale. Il Liberalismo è una dottrina politica grandiosa, ma figlia dei secoli passati anch’essa e, come tale, potenzialmente inadeguata a fronteggiare le sfide che il progresso tecnologico e le evoluzioni economiche del nostro tempo ci pongono davanti.

Libertà, giustizia, individualismo, meritocrazia e ragione

Prendiamo proprio i cinque aspetti che gli amici ferocemente individualisti hanno posto alla base del pensiero liberale, a partire dalla libertà stessa, e analizziamoli ad uno ad uno.

Per libertà “s’intende la condizione per cui un individuo può decidere di pensare, esprimersi e agire senza costrizioni, ricorrendo alla volontà di ideare e mettere in atto un’azione, mediante una libera scelta dei fini e degli strumenti che ritiene utili a realizzarla”, dice WikiPedia.

Bella definizione, ma rischiamo di portarci dietro 2500 anni di pensiero filosofico attraverso i secoli perdendo di vista la questione. A livello epidermico, tutti sappiamo cosa si intenda per libertà. Se possiamo fare come ci pare, siamo liberi. Se non lo possiamo fare perché condizionati da situazioni, eventi o leggi, lo siamo di meno.

È abbastanza chiaro anche senza una laurea in filosofia che la libertà assoluta esista forse nel mondo delle idee pure, ma nella pratica è molto meglio rinunciare a parte della nostra libertà per avere dei vantaggi molto concreti forniti da altri (che a loro volta sacrificano parte della loro libertà).

Se rimaniamo feriti in un incidente stradale, è molto meglio per noi se chi guida l’ambulanza e i dottori dell’ospedale non abbiano deciso di rivendicare la loro libertà di andare al mare in orario di lavoro proprio quel giorno lì.

Se nostra moglie ci vietasse di andare a giocare a carte con gli amici una sera perché tocca a noi stare a casa coi figli, la voce interiore dell’uomo libero la manderebbe sicuramente a fangana, ma da uomini pratici incasseremmo il colpo per amore, per quieto vivere o anche solo per continuare a godere dei vantaggi del matrimonio (ebbene sì. Ce ne sono ancora alcuni anche per i liberali).

Insomma, la libertà è relativa. Del resto anche chi si dichiara liberale “feroce” ammette che lo Stato debba farsi carico quantomeno di amministrare ordine pubblico, giustizia e difesa del territorio. Se arrivasse un criminale e ci sparasse, non sarebbe l’assoluta libertà di cui godiamo a proteggerci, ma potrebbe proteggerci la prigione in cui il criminale è rinchiuso da un po’ di tempo.  E questo come esempio minimo, perché molti moderni liberali estendono il compito dello Stato anche all’istruzione pubblica, alla difesa della moneta e ai pubblici ospedali (la sanità non è compresa in USA, benché anche qui molti riconoscano il vantaggio che offrirebbe un sistema sanitario single-payer, persino Trump prima che decidesse di candidarsi come POTUS per il partito dell’elefantino).

Del resto cosa ci faremmo con i soldini risparmiati di tasse se una svalutazione selvaggia ne riducesse il valore mentre stanno apparentemente al sicuro sotto il materasso? E cosa dire di un giovane liberale nato povero e condannato a rimanerci nel caso in cui lo Stato non si sia fatto carico di dargli un minimo di istruzione?

All’atto pratico, quello che si intende oggi per libertà nei paesi occidentali sono due aspetti: il riconoscimento dei nostri diritti davanti allo Stato e cosa possiamo realmente fare con i soldi che ci rimangono in tasca dopo aver pagato le tasse.

Sul primo aspetto non ci piove: vivere in stati che non possono incarcerarci solo perché abbiamo dato fastidio a qualche politico o, peggio, a qualche solerte funzionario è una conquista del pensiero liberale che nessuno potrà disconoscergli.

Sul secondo aspetto la discussione si fa molto più complessa.

Ad esempio, avere uno Stato che impone tasse bassissime, ma che non si cura di evitare la svalutazione della moneta sarebbe una magra soddisfazione. Con i soldi “risparmiati” ci faremmo comunque pochissimo, una pizza e una birra con i soldi che fino a pochi mesi prima ci avrebbero valso aragosta e champagne. Le tasse basse sono utili a conquistarci più libertà solo se nessuno ci svaluta la moneta sotto il naso.

Come misurare la libertà data dal denaro che il sistema lascia nelle nostre tasche quindi?

Se per vivere in modo soddisfacente uno deve lavorare solo quattro giorni alla settimana, direi che quella persona è abbastanza libera. Di contro, se deve lavorarne sei e mezzo, si tratta probabilmente di uno schiavo moderno.

Ma, c’è di più. Come dicono gli americani, il diavolo si annida nei dettagli. Cosa significa vivere in modo soddisfacente?

Magari con quattro giorni di lavoro uno può permettersi una casa accogliente d’inverno e d’estate, in una zona con buone scuole pubbliche per i figli, un’auto giapponese che per 10 anni non dia particolari problemi di manutenzione e una brava moglie buona madre di famiglia. Se questo lo soddisfa, l’uomo libero sta benone.

I problemi potrebbero arrivare quando il malcapitato, preso da frenesia consumistica, identifichi la soddisfazione con, ad esempio, una villa da sei camere in un quartiere di ricchi, scuole private per i figli, il macchinone tedesco da cambiare ogni tre anni, una moglie che sembra una top model uscita da uno spot pubblicitario e così via.

In questo caso saremmo di fronte all’effetto Diderot. I beni materiali accumulati finiscono per definire l’identità di una persona (siamo quello che possediamo).  Se questo diventa una circolo vizioso in cui non si è mai totalmente soddisfatti della propria vita, ponendo sempre più alta l’asticella, finendo per lavorare davvero per sette giorni a settimana e per 16 ore al giorno allora potrebbe esserci un problema. Si può argomentare che si tratti ancora di una scelta libera, ma la realtà è quella di essersi fatti schiavi di condizionamenti esterni (i bisogni indotti dalla società dei consumi), in contrasto diretto con la pretesa di essere liberi.

Naturalmente fin qui ho parlato di occidentali. Le idee di pensatori e filosofi liberali fecero molto comodo alla nuova classe sociale europea, i borghesi, che volevano liberarsi della vecchia classe nobiliare parassitica per poi lanciarsi in piena libertà alla conquista del mondo.

Quelle idee valgono ancora oggi e, soprattutto, valgono per tutti?

Immaginiamo un giovane intellettuale nigeriano che, oggigiorno, dimostrasse di conoscere alla perfezione tutti i pensatori occidentali, da Eraclito a Hegel, passando per Rousseau e Kant, dichiarandosi uomo liberale e libero. Immaginiamo che costui si dichiarasse nel suo pieno diritto di andare in Europa o dovunque lo porti lo spirito libero che lo pervade. La domanda è: l’occidente sarebbe lì ad accoglierlo a braccia aperte? Oppure gli diremmo di starsene in Nigeria perché in Europa non c’è posto per lui?

La seconda che ho detto. Anch’egli dovrebbe provare la fortuna su uno di quei barconi che ben conosciamo. Ben poca sarebbe la simpatia espressa dai liberali occidentali per l’iniziativa del giovane. “Una volta c’erano continenti interi da conquistare e colonizzare, ragazzo mio. Adesso non è più così. Fai il liberale a casa tua.”

Ma non occorre andare in Nigeria per capire che il concetto di libertà affronta sfide significative anche nei paesi occidentali. Si sente libero chi è disoccupato o chi deve farsi un mazzo tanto per pochi euro al mese? Come si misura la libertà? Se prendiamo una misura in termini assoluti rispetto al passato, magari scopriamo di essere abbastanza liberi, ma se la misura è la differenza di stile di vita tra classi privilegiate e classi non privilegiate, l’invidia può avere effetti devastanti sulla “libertà percepita”, come ho provato a spiegare alcune settimane fa.

Giustizia e stato di diritto

Argomentare contro lo stato di diritto è difficile un po’ per tutti. È lo stato di diritto che ci rende civilizzati. Il  motto “patti chiari amicizia lunga”, di cui lo Stato di Diritto altro non ne è che la formalizzazione, sta alla base del progresso umano.

Se persone, istituzioni ed entità di vario genere hanno un forte incentivo ad osservare le leggi (ed un forte disincentivo a non farlo), gli umani collaborano e fanno grandi cose insieme (come in effetti abbiamo fatto), altrimenti no.

Ma c’è di più. Stato di diritto non significa solo affari, significa anche giustizia, ovvero l’assicurazione che viene fatta ad ogni persona che, in caso di violenza, non rimarrà sola. La società sarà al suo fianco. Questo ha un’importanza fenomenale nel rimuovere la paura, ovvero l’attacco psicologico che viene fatto al nostro benessere sfruttando il retaggio di un’età in cui la violenza era l’unica vera moneta di scambio tra gli uomini.

Lo stato di diritto è un traguardo eccezionale del genere umano. Le leggi esistono da migliaia di anni, ma è il pensiero liberale che ha esteso i diritti a tutti i cittadini di una nazione emancipando milioni di persone.

Riconosciuta l’importanza dello stato di diritto, occorre ricordare sempre la realtà della condizione umana. Le leggi altro non sono che uno strato nelle mole di narrazioni che l’uomo ha accatastato nella storia per riuscire a cooperare. Come spiega Yuval Noah Harari nei suoi libri, anche le leggi sono realtà intersoggettive, ovvero sono narrazioni che esistono solo nella mente degli uomini e solo fintanto che abbastanza uomini decidano di autoconvincersi della loro validità. Se questo non avviene più, succedono guerre, rivoluzioni o colpi di stato …e le cose cambiano.

La domanda da farsi è la seguente: nello stato di diritto come lo intendiamo nelle democrazie liberali cosa ci sarebbe di così diverso da garantire validità eterna alle leggi e alle costituzioni in vigore oggi?

La risposta è facile: non c’è nulla di diverso. Se abbastanza persone considerano, a torto o a ragione, ingiuste e non valide le leggi a supporto di un sistema sociale, anche quelle a impianto “democratico” possono essere travolte. Lo stato di diritto regge soltanto se abbastanza persone riconoscono valide quelle regole.

Detta in altro modo, facciamo benissimo ad esaltare le virtù dello stato di diritto, ma non illudiamoci che leggi e costituzioni siano eterne senza un’opera di manutenzione di qualche tipo che le faccia anche percepire come eque. Nessuna realtà intersoggettiva può, da sola, essere baluardo insormontabile davanti a sconvolgimenti sociali. Se abbastanza persone smettono di riconoscersi in quelle narrazioni, anche quelle rischiano di cadere. Se ciò che viene dopo sia un passo in avanti o indietro per la civiltà umana è tutto da vedere.

Individualismo

La parola individualismo è quella che causa emozioni più forti, dal momento che, messo così, l’individualismo si pone in diretto contrasto con l’empatia umana e con il concetto di uguaglianza, patrimonio questo di cristiani, socialisti e altre dottrine sociali, oltre che dei liberali stessi ovviamente.

Per quanto mi riguarda, ho sempre interpretato la parte sull’individualismo come un atto di fede. L’individualismo può sembrare un concetto poco sociale, ma se lasciamo che gli uomini sfruttino il loro egoismo e la loro voglia di affermare se stessi nel contesto dello stato di diritto, good things happen (accadono “cose buone” per la società intera).

Penso che questo sia ancora generalmente vero, ovviamente senza dimenticare che quelle cose buone avvengono nel contesto di cose buone fatte da altri in un contesto in cui lo Stato ha permesso alle cose buone di accadere.
Se ogni uomo dovesse partire da zero veramente, non arriverebbe molto lontano. Il successo dell’individualista è fondato sulla sua capacità di sfruttare più e meglio degli altri il contesto che la società nel suo complesso gli ha messo a disposizione. 

Frammento del discorso di Barack Obama “you didn’t build that” (Virginia, luglio 2012).

Argomentare su questo efficacemente è facile: lo lascia fare a Barack Obama e alle parole di un suo discorso da presidente che tenne in Virginia nel luglio 2012.

Senti, se hai avuto successo, non ci sei arrivato da solo. . . . Se hai avuto successo è perché qualcuno ti ha dato una mano. Magari hai trovato un insegnante fenomenale sul tuo cammino. È stato il contributo di qualcuno che ha portato a quest’incredibile sistema americano in cui tutti, tu compreso, ce la passiamo benone.  Qualcuno ha fatto investimenti per costruire strade e ponti. Se hai un’attività commerciale, non te la sei costruita da solo. Qualcun altro ha creato le condizioni affinché ciò avvenisse. L’Internet non si è inventato da solo. È stata la ricerca finanziata dal governo che ha creato Internet in modo che tutte le aziende potessero farci i soldi sopra. Il concetto di base è che, quando abbiamo successo, lo dobbiamo sicuramente alla nostra iniziativa individuale, ma anche alle cose che facciamo insieme .

Meritocrazia

Meritocrazia è un’altro termine che, fino a pochi anni fa, avrei tirato fuori senza pensarci troppo. Del resto, quando uno si impegna nel lavoro e negli altri ruoli che la società gli assegna, troviamo sacrosanto vedersi premiati maggiormente di quelli che passano le loro giornate al bar a giocare a carte.

Impegnarsi ha effetti molto benefici sul remembering-self (l’io che ricorda) essendo un modo di dare un senso alla propria esistenza (ecco l’articolo in cui l’ho spiegato,).

Anche la meritocrazia, però, nel 2019, rischia di essere un concetto che non soddisfa più i requisiti per cui era stato creato. Fino a pochi anni fa impegnarsi nel lavoro o negli studi portava, con ottima probabilità, a farsi una carriera nella vita: ristoratore, operaio specializzato, architetto, avvocato, dottore o qualsiasi altra professione.

Oggi le cose cominciano a non stare più così. Da una parte la competizione un po’ in tutte le categorie ha portato al ribasso dei salari in tutte le professioni che non siano quelle super-specializzate (prevalentemente quelle tecnologiche). La conseguenza è stata il “drenaggio” della classe media, sia in Europa che in Nord America.

Ma c’è di più. Il progresso tecnologico e in particolare l’Intelligenza Artificiale (IA) rischiano di eliminare centinaia di milioni di posto di lavoro. Parlo ovviamente delle auto a guida autonoma che elimineranno decine di milioni di lavori come autisti, ma parlo anche degli utilizzi della robotica nelle fabbriche, dei call-center delocalizzati e della diminuita necessità di avere commessi nei negozi, vista la possibilità di comprare tutto online.

Occorrerà qualcuno che porta i pacchi comprati online fino alla porta di casa!, proclamerà qualcuno.

Un prodotto della Ford presentato poche settimane fa lascia dubitare anche di questo.

Ford Digit promette di consegnare i pacchi proprio fino alla porta senza intervento umano

Insomma, l’Intelligenze Artificiale e l’automazione stanno per fare strage di centinaia di milioni di posti di lavoro senza battere un robotico ciglio. Molti osservano che la situazione è analoga a quella della Rivoluzione Industriale. Milioni di posti di lavoro furono eliminati, ma ne nacquero milioni di nuovi.

Sarà così anche in questo caso? Che lavoro faranno milioni di persone che guidavano veicoli e consegnavano pacchi? Riusciremo a convertirli tutti in abili programmatori e software architect? Permettetemi di dubitarne.

Detta semplicemente: non ci saranno più abbastanza lavori per tutti.

Forse davvero dovremo pensare all’Universal Basic Income, un meccanismo che garantirà a tutti un salario con cui vivere.  Come avevo spiegato, però, questo difficilmente porterà l’individuo alla felicità. Come reagirebbero le masse a questa operazione di rimozione di massa del remembering-self ? Difficile ipotizzare che le persone si sentano appagate da uno stile di vita che non gli richiede di fare alcunché di significativo nella loro vita.

Occorrerà che la scienza inventi droghe e videogiochi in grado di tenere tutti occupati e felici alla faccia di Kant, Hegel e di millenni di pensiero filosofico occidentale.

Ragione

L’adorazione della ragione nacque in contrapposizione alla pretesa delle antiche case reali e nobiliari di detenere il potere in nome di qualche investitura divina. Spazzare via tali pretese è stato sacrosanto e quale miglior modo di farlo se non mostrando l’assoluta mancanza di fondamento di un preteso primato religioso?

La ragione è un fondamento del pensiero liberale di cui avrei cantato incondizionatamente le lodi in passato e di cui canto le lodi ancora oggi, sebbene forse non così incondizionatamente. Sono un po’ più aperto a ragionamenti di più ampio spettro, a cominciare dalla considerazione che scienza e ragione non esistono nel vuoto, ma sono solo una faccia della realtà umana. L’altra faccia è la dimensione etica della persona e della società.

Che la scienza e la ragione siano armi potentissime lo abbiamo capito. La domanda è dove puntare queste armi potentissime. A quella domanda noi uomini proviamo a rispondere con l’etica, la quale ha una magagna non da poco: si basa su valori e narrazioni non condivise da tutti gli uomini.

Già da 50 anni o più abbiamo la capacità di annientare l’intero pianeta con una guerra nucleare. Sull’idea di base che usare la scienza per costruire armi di distruzioni sempre più potenti sia una scelta sciocca siamo tutti d’accordo (almeno a parole). Ma ci sono scelte che non sono così ovvie pur avendo conseguenze potenzialmente dirompenti per il nostro futuro. Pensiamo alla clonazione umana. Alla possibilità di manipolare il patrimonio genetico dei nascituri in modo che si possano fare selfie bellissimi su Instagram. Alla possibilità di campare 150 o 200 anni, rimettendo in discussione quelli che abbiamo sempre considerato come costanti dei rapporti affettivi tra le persone. Come gestiremo queste nuove domande etiche a cui la ragione pura non offre alcuna risposta?

Insomma, ragione sì, ma con giudizio.

Conclusioni

Personalmente, io vedo sempre di buon occhio una pattuglia di liberali che, in nome della difesa della libertà del cittadino, faccia le pulci alla spesa di uno Stato vorace (e al costante aumento delle tasse che ne segue). Occorre però anche essere realisti: le condizioni che permisero l’affermarsi del pensiero liberale una volta oggi sono diverse. E sono diverse in modi che, fino a vent’anni fa, neanche riuscivamo a ipotizzare.

Il pianeta è sovrappopolato e sovrasfruttato. Non possiamo pensare che la libera circolazione di uomini e lo sfruttamento del territorio e delle risorse naturali siano un lusso che possiamo permetterci all’infinito.

Molte idee del Liberalismo sono valide e vive ancora oggi. Scaricare le idee liberali nella loro interezza non avrebbe senso per nessuno. Oggigiorno, anche chi proviene da visioni della società di sinistra, di destra e populiste tende ad attaccare uno o forse due dei capisaldi del Liberalismo, ma, osservando bene, prende come valori assodati e riconosciuti gli altri. Il Liberalismo è sotto attacco da varie parti, ma indiscutibilmente esso è ancora una dottrina politica forte e vitale.

Sta a chi si considera liberale assumere un atteggiamento poco dogmatico e capire come sviluppare un pensiero liberale moderno allineato alle necessità del nuovo mondo globalizzato.

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