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Il secondo round tra i candidati dem: Biden scivola su Obama, Warren protagonista

L'ex vicepresidente Biden traballa, ma resiste; Kamala Harris sottotono; Elizabeth Warren e Bernie Sanders "alleati" (ma la prima fa meglio)

Joe Biden, Bernie Sanders, Elizabeth Warren, Kamala Harris.

Chi ha vinto, chi ha perso, gli scivoloni e i momenti memorabili del secondo round di dibattiti a Detroit tra i candidati alla nomination democratica

Il secondo round dei dibattiti democratici si è svolto durante il corso di due serate nella città di Detroit, nel Michigan. La prima serata ha visto sfidarsi i due candidati radicali o, come Trump li definirebbe, “socialisti”: la Senatrice del Massachusetts Elizabeth Warren e il Senatore del Vermont Bernie Sanders. Nella seconda serata invece, abbiamo rivisto sullo stesso palco i due mattatori di Miami: l’ex Vice Presidente Americano Joe Biden e la Senatrice Californiana Kamala Harris. Ma nonostante i tanto attesi scontri diretti tra i quattro favoriti alla nomination, rimane assai difficile decretare un vincitore assoluto nei dibattiti di questa settimana.

Ma procediamo un passo alla volta. Innanzitutto, c’è da sottolineare che nessuno dei candidati, anche dopo i dibattiti di Detroit, ha generato un consenso tale da poter percorrere una via facile verso la nomination senza troppi tumulti. Il favorito era e rimane tutt’ora Joe Biden, il quale è riuscito a riprendersi dal brutto shock di Miami, dov’è stato messo sotto tiro dall’indemoniata Harris, riuscendo stavolta a difendersi dagli attacchi unisoni dei suoi avversari con ritrovata convinzione e minore titubanza. Ma oltre alle proprie indiscusse capacità nel riuscire a radunare la base moderata attorno alle sue proposte, Joe Biden non offre nulla di nuovo a questo Partito Democratico. Si sbaglia chi dice che Biden corre su una piattaforma elettorale opposta a quella di Donald Trump nel 2016; se infatti Donald puntava tutto sul “Make America Great Again”, si può ugualmente argomentare con convinzione che Biden stia puntando tutto sul “Make Obama Great Again”. Nessuna proposta di Biden è esclusivamente sua; sono tutte, più o meno, provenienti dall’amministrazione Obama. È cosi che Biden si difende quando viene attaccato da Kamala Harris sulla sanità, dicendo che la cosa migliore è tornare al tanto criticato Obamacare, ed è cosi che si difende quando viene attaccato da Cory Booker sulla giustizia criminale, specificando che il First Step Act – la tanto amata riforma del Senatore del New Jersey –  è semplicemente una reiterazione del piano sviluppato da lui e Obama per ridurre la disuguaglianza riguardante le pene per droga pesante. Ma senza perderci troppo nei dettagli di queste riforme complesse, possiamo dire con certezza che Biden ha superato il test Detroit ma avrà ancora molto da sudare per strappare la nomination di questo partito sovraffollato.

Nella stessa notte in cui Biden si aggrappa al salvagente, Harris perde la presa e viene trascinata giù in fondo al mare. La Senatrice Californiana è una brutta copia di quella osservata a Miami solo qualche settimana fa. Alcuni ipotizzano che fosse raffreddata, sentendo la sua voce fuoriuscire dal microfono con un tono leggermente più basso, ma questa certamente non può diventare una scusa per non essere riuscita a mantenere la lucidità nei momenti chiave della serata: quando è stata attaccata da Michael Bennet sulla sanità e quando è stata attaccata da Tulsi Gabbard sulla giustizia penale. Nel primo caso la Harris si è vergognata ad ammettere che il suo piano per la sanità pubblica per tutti, il cosiddetto Medicare for All, eliminerebbe di fatto la sanità fornita oggi dalle aziende, il cosiddetto Employer based Insurance. Nel secondo caso invece, la Harris è rimasta senza parole quando è stata attaccata dalla veterana militare Gabbard per delle scelte insensibili che avrebbe effettuato quando ricopriva il ruolo di Pubblico Ministero: una di queste, secondo Gabbard, fu il blocco di fonti che avrebbero permesso a dei criminali condannati alla pena di morte di salvarsi. Accuse pesanti.

Se è vero che Kamala ha faticato, nella città dove più del 80% della popolazione è afroamericana, brilla un’altro candidato di colore: Cory Booker. Assistito in parte dalla caduta della nervosetta Harris, Booker ne approfitta per proporsi come candidato unificatore del Partito Democratico, forte sui temi razziali e dei diritti civili. Quando viene attaccato da Joe Biden per aver apparentemente ingaggiato un membro del team di Rudy Giuliani per dar via alla pratica dello “stop and frisk” nella sua città, Booker ribatte con molta tranquillità e con un sorriso stampato in faccia, dicendo che Biden ha fatto molto peggio mettendo delle persone in galera a vita solo per via del colore della loro pelle. Se Biden infatti riesce ad irritare la Harris, a Booker questo non fa alcun effetto, anzi, è proprio attraverso la sua nonchalance che riesce a trasformare un errore del non più lucidissimo Biden – che lo chiama “Presidente” invece che “Senatore” – in un momento divertente, ammiccando al fatto che l’ex Vice Presidente lo ha appena “endorsed for President.”   

Ma Booker non è l’unico che sorprende il Partito Democratico nella seconda serata dei dibattiti: c’è anche un businessman asiatico senza cravatta di fianco a Kamala Harris che promette di dare 1000 dollari al mese a ogni americano sopra i 18 anni. No, non è l’inizio di una barzelletta, è il candidato Democratico Andrew Yang. Il candidato che, secondo chi scrive, è migliorato di più di tutti rispetto al primo dibattito di Miami. Yang è riuscito nell’arduo compito di collegare quella che poteva sembrare una “one issue campaign” – una campagna a senso unico, concentrata su un solo argomento, quello del reddito di cittadinanza – in una campagna ben integrata con tutte quelle che sono le tematiche più importanti per i Democratici di oggi. Il punto di collegamento, Yang, lo ha ritrovato attraverso il business, più dettagliatamente attraverso l’imprenditoria. Ad esempio, quando a Yang viene chiesto di parlare di immigrazione, lui non ricollega l’argomento ai bambini detenuti nelle gabbie al confine con il Messico, come invece fanno Booker e Harris per andare a colpire la parte emotiva degli spettatori; ma invece lo ricollega a suo padre che da quando è immigrato in America ha prodotto ben 65 nuovi patent per IBM, portando business nel paese delle opportunità. Quando a Yang viene chiesto di parlare della sanità, non la ricollega a una storia personale di lui che corre in ospedale per salvare il suo povero bimbo da un infezione, come invece fa Gillibrand per nuovamente incappare nell’emisfero destro del cervello degli spettatori; ma invece la ricollega al fatto che con l’eliminazione della sanità fornita dalle aziende, ci saranno meno pressioni per quest’ultime, e di conseguenza potranno concentrarsi a sponsorizzare nuove assunzioni e a puntare su giovani imprenditori. Yang inoltre produce uno dei migliori monologhi di chiusura del dibattito, l’unico monologo interrotto dagli applausi del pubblico. Vi invito fortemente ad andarlo a vedere, perché anche se Yang non vincerà con ogni probabilità la nomination, rimane uno dei candidati più interessanti a livello di idee nel partito Democratico attuale, essendo anche l’unico che spudoratamente si rivolge agli elettori di Trump per convincerli a cambiare idea.

Infine, è necessario spendere due parole anche per la prima serata dei dibattiti democratici. Una serata che non ha riservato grandi sorprese, a parte il fatto che Sanders e Warren non si sono minimamente attaccati per l’intera durata del dibattito ma, anzi, si sono aiutati a vicenda, anche se non esplicitamente, per ribattere alle critiche giunte dal campo moderato rappresentato da Delaney, Hickenlooper, e Bullock. Sanders e Warren appaiono rappresentare sempre di più lo stesso tipo di elettorato a sinistra di Biden: progressista, “government based”, a tratti socialista, e certamente anti capitalista, anche se alla Warren non piace ammetterlo. Qui si tratterà di vedere chi dei due arriverà con più propulsione dal basso all’inizio del 2020. Da una parte c’è Sanders con un enorme numero di piccole donazioni e una base inculcata nei cosiddetti Rust Belt States – luoghi dove la Clinton ha perso nel 2016 -, ma dall’altra c’è la Warren che porta aria di novità all’interno di un partito stanco di vedere le stesse solite facce.

Oltre a Sanders e Warren la sensazione è che nel primo dibattito non ci sia stato l’impulso che sia Buttigieg che O’Rourke avevano bisogno di ottenere. Il primo rimane il miglior compagno di viaggio, e per questo intendo dire il miglior Vice Presidente per qualsiasi candidato, dato che è giovane, pieno di nuove idee, e non troppo schierato né a sinistra né al centro. Il secondo, invece, pare aver perso qualsiasi tipo di spinta che aveva ricevuto dalla vittoria sfiorata contro Ted Cruz nei Midterm in Texas. O’Rourke è sballottolato costantemente tra i moderati e i radicali senza mai riuscire a far sua una posizione fissa nel dibattito politico del Partito, e rispetto a Buttigieg ha perso quell’aria di novità e outsider che ha reso la politica di oggi cosi differente.

Per riassumere in una semplice riga: Biden resiste e rimane nettamente il favorito, ma la partita è solo agli inizi.

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