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Riforma costituzionale: questa crisi di governo la rende urgentissima

La crisi di governo ha fatto emergere delle problematiche in ambito istituzionale che vanno assolutamente risolte.

L'allora premier Giuseppe Conte tra i due vicepremier Luigi Di Maio e Matteo Salvini in conferenza stampa (Palazzo Chigi).

La crisi di governo ha evidenziato delle problematiche in ambito istituzionale che hanno la potenzialità di indebolire il nostro sistema democratico. In breve, queste sono: il conflitto di interesse tra capo politico e membro di un esecutivo, le commissioni parlamentari presiedute da un partito che non si trova alla maggioranza, e l'intralcio che forme di democrazia diretta come Rousseau possono provocare al normale funzionamento del nostro sistema democratico.

Mentre la crisi di governo procede lemme lemme verso una risoluzione, a discapito di ultimatum dettati da leader politici senza più arte ne parte, poca importanza è stata data all’urgente necessita di riformare alcune regole parlamentari e leggi costituzionali, al fine di combattere le evidenti lacune in ambito istituzionale, emerse grazie alla crisi ferragostana, che indeboliscono il nostro sistema democratico. 

La prima evidente problematica è quella che sta tutt’ora bloccando il normale proseguo della trattativa tra Movimento 5 Stelle e Partito Democratico. Si tratta del conflitto di interessi che nasce quando un capo politico di un partito ricopre uno o più ruoli dentro l’esecutivo. Ogni riferimento a Luigi Di Maio non è puramente casuale. L’attuale leader del Movimento 5 Stelle ricopre ben 3 cariche nell’esecutivo gialloverde: Vice Presidente del Consiglio, Ministro del Lavoro e Ministro dello Sviluppo Economico. A parte i commenti sarcastici e irriverenti sulle reali capacità di un bibitaro non laureato nel gestire due dei più importanti Ministeri della Repubblica, il vero problema sta nell’incompatibilità tra capo politico e appartenenza al governo. In poche parole, se uno controlla i gruppi parlamentari non può avere un ruolo nel governo, che è appunto controllato dal Parlamento. Altrimenti si creano situazioni come quella attuale in cui Luigi Di Maio può forzare la mano per ottenere la Vice Premiership nel nuovo esecutivo giallorosso, facendo leva sul controllo dei parlamentari pentastellati che potrebbero votare contro la fiducia al governo Conte se Giggino non ottiene quello che desidera. Chi è capo politico di un partito non può ricoprire cariche nel governo, andrebbe istituito per legge. 

La seconda problematica scaturisce dalle 11 Commissioni parlamentari presiedute dalla Lega. I Presidenti leghisti delle Commissioni hanno già fatto sapere che non si dimetteranno nel caso si formasse un nuovo governo giallorosso, lasciando presagire che faranno guerra totale su tutti i provvedimenti proposti dal nuovo esecutivo. È ben ricordare che la Lega attualmente presiede, tramite gli anti-europeisti Borghi e Bagnai, la Commissione Bilancio della Camera e la Commissione Finanze del Senato; il che significa che potranno mettere i bastoni tra le ruote nella costruzione della complicata legge di bilancio da affrontare in Autunno. Non solo, i Presidenti delle Commissioni parlamentari possono anche stralciare emendamenti a loro piacimento o rallentare l’iter di un disegno di legge. D’altronde, il regolamenti di Montecitorio e Palazzo Madama prevedono che le commissioni permanenti vengano rinnovate ogni biennio, perciò nessuno può obbligare i Presidenti leghisti a scansarsi prima del Novembre 2020. Bisognerebbe forse imparare dal Regno Unito, dove vi è un automatico rinnovo delle Commissioni all’inizio di ogni sessione parlamentare, cosi da poter costantemente aggiornare i cambiamenti politici durante tutto il corso della legislatura. 

La terza problematica deriva dalle origini del populismo, che come direbbe lo scienziato politico esperto in materia Cas Mudde, è una soluzione temporanea di democrazia illiberale all’attuale sistema di liberalismo anti-democratico. Ma tralasciando un attimo i concetti teorici e i “paroloni”, come invece direbbe il Capitano Salvini, possiamo osservare nel concreto, come la votazione dei grillini su Rousseau per accettare o rifiutare l’alleanza col PD – considerata espressione massima di democrazia diretta – potrebbe effettivamente intralciare il lavoro avviato dal Capo dello Stato per consegnare un nuovo governo al nostro paese. I vertici del Movimento hanno infatti già fatto sapere che la volontà espressa dai 100 mila iscritti su Rousseau sarà vincolante sui circa 330 parlamentari pentastellati che si appresteranno a votare un Conte 2, sempre che quest’ultimo riesca a trovare il bandolo della matassa. Se i 100 mila iscritti, colpiti da una forma di Bibbianismo o Di Battistitite acuta, decidessero di non dare il via libera al cosiddetto “patto della poltrona”, potrebbe dunque saltare tutto. 

Ma siamo sicuri sia giusto che in nome della democrazia diretta e della volontà popolare di quei 100 mila, si crei un conflitto con il normale iter istituzionale delineato dalla Costituzione? Si tratta ovviamente di una questione di tempistiche. Se la votazione su Rousseau fosse avvenuta prima che Mattarella conferisse l’incarico a Conte per formare un nuovo governo, nessuno si sarebbe lamentato. Ma il fatto che questa votazione avvenga poco prima del voto sulla fiducia del nuovo governo e dopo le indicazioni inderogabili del Presidente della Repubblica, potrebbe creare più di qualche problema alla stabilita e alla credibilità del nostro sistema democratico. Non mi dilungo nel discutere le possibili soluzioni a questo potenziale problema, dato che si dovrebbe aprire un discorso ampio e anche visto che appunto rimane solo un potenziale problema, dato che non sappiamo ancora se si formerà questo benedetto governo. Magari dei nuovi paletti da mettere nella Costituzione? Forse si, ma chi li vota? Considerando anche che abbiamo due forze populiste che insieme, stando agli ultimi sondaggi, viaggiano ancora attorno al 50%. 

Fatto sta che tutte queste problematiche sono emerse con l’ultima crisi di governo, e sono certamente degne di essere quantomeno discusse in ambito parlamentare. Lo richiede il regolare funzionamento del nostro sistema democratico.                     

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