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Parte la procedura per l’impeachment di Trump, ma il Presidente resiste, per ora…

La Camera approva la risoluzione che da il via all’impeachment ma il Presidente ha ancora dalla sua parte tutto il partito Repubblicano

Il presidente Donald Trump nell'illustrazione di Antonella Martino

Parte al Congresso la procedura per l'impeachment di Donald Trump, con 232 voti a favore e 196 contrari. Nella Camerica dei Rappresentanti nessun repubblicano vota a favore, due democratici votano contro. Ci vorrebbe una rivoluzione che parte dai Senatori Repubblicani in corsa per la rielezione nel 2020 per cambiare realmente le carte in tavola.

Nella giornata di ieri la Camera dei Rappresentanti del Congresso ha approvato la risoluzione che da il via all’impeachment di Donald Trump con 232 voti a favore e 196 contrari. Non un grande risultato per i Democratici che speravano di riuscire a convincere qualche Repubblicano a supportare l’avvio del procedimento e invece sono finiti per perdere due dei loro deputati che hanno votato contrario. Fatto sta che d’ora in avanti i Democratici potranno contare su 5 commissioni con il potere di convocare testimoni in audizioni pubbliche e diffondere la documentazione raccolta. Nancy Pelosi punta su questo rafforzamento del processo per convincere almeno 20 Repubblicani – il numero necessario per rimuovere Trump se tutti i Democratici votano a favore – che il Presidente degli Stati Uniti ha fatto pressioni sul Presidente Ucraino Zelensky per aprire un’investigazione sul figlio del probabile concorrente di Donald alla Casa Bianca nel 2020: Joe Biden.

La telefonata sotto accusa è quella del 25 Luglio scorso in cui Donald Trump chiede “un favore” a Zelensky, ma grazie a dei messaggi fuoriusciti nelle scorse settimane, ora sappiamo che anche Rudy Giuliani – avvocato personale di Trump – fu in contatto, durante il corso di tutta l’estate, con gli assistenti di Zelenksy per portare avanti la manovra di convincimento. Rimane però un grosso dubbio sulla presenza di un quid pro quo: non si sa se Trump abbia minacciato di trattenere dei fondi destinati all’Ucraina cosi da poter far leva alla sua richiesta. I Democratici pro-impeachment sperano che le prossime audizioni siano chiarificatrici sotto questo punto di vista, e in particolare attendono con ansia quella dell’ex consigliere per la sicurezza nazionale John Bolton, il quale potrebbe vendicarsi contro Trump per via del suo recente licenziamento, con delle rivelazioni scottanti. Ma nonostante i rumor di palazzo, ieri l’avvocato di Bolton ha smentito la volontà di testimoniare da parte del suo cliente. 

Nel frattempo Trump si difende attraverso il suo mezzo di comunicazione preferito, twittando che tutta questa vicenda è una grossa caccia alle streghe. In questi giorni Donald ha provato a distogliere l’attenzione dall’impeachment attraverso l’uccisione del capo dell’Isis Abu Bakr al- Baghdadi, per cui si è preso tutti i meriti. Ma i Democratici sono stati rapidi ad ammonirlo: l’uccisione di un terrorista non si può utilizzare per scopo elettorale. L’impressione però, è che Donald utilizzerà questa vicenda a suo favore per tratteggiare una linea netta tra i Repubblicani “che lavorano e portano a casa risultati”, e i Democratici che invece pensano solo all’impeachment. La polarizzazione dei partiti è proprio quello che i Democratici devono invece cercare di evitare per mantenere viva la speranza di rimuovere Trump dalla Casa Bianca. Ma nonostante tutti i tentativi di rappacificazione da parte dei Democratici, sembra proprio che il Partito Repubblicano sia compatto dietro al proprio Presidente, e il voto di ieri ne è la conferma.

La motivazione per convincere i Senatori Repubblicani a mollare Donald deve provenire dall’interno del partito. Ci dev’essere una realizzazione che continuare a sostenere Trump può far male al partito nel breve termine. Questa realizzazione può arrivare attraverso i Senatori Repubblicani che corrono per la propria rielezione nel 2020 in alcuni swing States. Se la vicenda dell’impeachment dovesse causare una perdita significativa nei sondaggi per questo gruppo di Senatori – all’incirca una decina – c’è la possibilità di un distaccamento da parte di quest’ultimi, a tal punto da votare a favore della rimozione del Presidente, pur di mantenere vive le proprie chance di essere rieletti. Come ci insegnano gli impeachment passati, la preferenza verso la rimozione di un Presidente da parte del proprio partito non arriva mai in maniera graduale o progressiva, ma sempre a valanga. È dunque prevedibile che una volta che questa decina di Senatori si stacchi da Donald, il resto del partito li segua. 

A quanto pare Donald Trump ha già capito che questo potrebbe essere il suo tallone d’achille, e infatti ha già programmato uno stanziamento di fondi per sostenere le campagne elettorali dei Senatori che decidono di firmare una risoluzione che condanna la procedura d’impeachment avviata dai Democratici. Sembra che Donald stia portando avanti la stessa strategia utilizzata con il Presidente Zelensky, solo che in questo caso i fondi sono destinati a dei Senatori del suo partito, e in cambio non riceve un’investigazione di un suo rivale, ma bensí la fedeltà necessaria per mantenerlo alla Casa Bianca. Dall’America tutto nella norma…..più o meno. 

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