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L’apogeo del potere: Bonafede e il carcere dove non ci sono innocenti

Negare irridendo è la più efficace delle negazioni, perché è la più efficace delle affermazioni. Chi nega irridendo afferma distanza, disinteresse, indiscutibile potere

Roma, 17 giugno, 1983: L'arresto di Enzo Tortora, simbolo dell'innocenza in carcere (Immagine wikipedia)

Alfonso Bonafede può spingersi a tanto, perché spingersi a tanto è precisamente il suo reale compito. Il problema politico qui è quello di una sovranità sottratta al suo legittimo titolare, cioè, “Il Popolo”. Perché il Ministro Bonafede, non è il Ministro Bonafede. E’ un prestanome. Non di una o più persone. Magari fosse quello. E’ una specie di “Spirito del Mondo”. E’ il volto di una società, “civile e istituzionale” immiserita, inselvatichita, imbarbarita. (In basso anche una nota ripresa su FB di chiarimento del ministro della Giustizia)

Cosa c’entrano gli innocenti che finiscono in carcere? Gli innocenti non finiscono in carcere”.

Frase rotonda, del Ministro della Giustizia Bonafede. Come quell’altra sul reato doloso che, non provato, diventerebbe colposo: secondo un “non si butta via niente”, in cui la giurisdizione figurerebbe come un rigattiere, preoccupato solo di spacciare comunque la mercanzia avariata.

Frase rotonda, di compiuta protervia, di perfetta capacità simbolica. Nella quale il segno essenziale di una civiltà, di ogni civiltà appena degna del nome, cioè, l’uomo, è radicalmente ignorato, negato. Una negazione così sprezzante della verità, da rivelarsi irrisione. Negata la stessa dignità del dolore, negata l’ingiustizia legale, la più antica, la più feroce, la più impunita. Negare irridendo è la più efficace delle negazioni, perché è la più efficace delle affermazioni. Chi nega irridendo afferma incolmabile distanza, sadico disinteresse, indiscutibile potere. Chi nega irridendo è al suo apogeo.

Ma potere di chi? Apogeo di chi? Per rispondere, lasciamo stare le statistiche. Sebbene un Ministro, non impegnato a rendersi materia di futuri annali della vergogna democratica, avrebbe potuto averle sulla sua scrivania appena con un “touch”. E così apprendere che dal 1992 ad oggi, 27.200 persone sono state indennizzate (diciamo) per ingiusta detenzione.

Uomini e donne, dunque, non solo innocenti: ma che non avevano contribuito in nessun modo agli armeggi giudiziari finiti in sopruso carcerario (ad es., con una condotta processuale confusa, o, al momento del preteso “fatto”, complicando senza ragione –paura del Moloch a parte- un quadro probatorio in sè scagionante). Nel 2018, 895 casi di questo tenore, cioè, in cui hanno fatto tutto i magistrati, e, indovinate un pò? 895 magistrati messi alla porta? Undici “censurati” e un “ammonito”. La reale misura del principio di impunità, è riassunta da cifre come queste, non da quelle sugli indennizzi; che sono solo la parte del maltolto morale non potuto occultare.

Bisogna infatti aggiungere, a quelle, anche le persone comunque ristrette in custodia cautelare e poi assolte, ma senza indennizzo: perché, in questi casi, invece si dice che “l’articolazione del quadro probatorio” era tale da giustificare l’ipotesi accusatoria. Cioè, abbiamo sbagliato, ma decidiamo noi quando l’errore è scusabile. E spesso si tratta di casi che riguardano “la legittimazione di lungo periodo” del presente Sistema di Potere: come, ad es., la vicenda di Calogero Mannino. Nella quale proprio il diniego dell’indennizzo (vale a dire che la sua detenzione fosse stata “ingiusta”, pur essendo egli riconosciuto non colpevole), è valsa e vale ad alimentare il veleno del “non esistono innocenti, ma solo farabutti che l’hanno fatta franca”. Con le note conseguenze propagandistico-legislative di attuale vigenza.

Ma la questione non è statistica, dicevamo: la statistica registra, non spiega. Bonafede può spingersi a tanto, perché spingersi a tanto è precisamente il suo reale compito. Il problema politico qui è quello di una sovranità sottratta al suo legittimo titolare, cioè, “Il Popolo”.

Il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede nell’illustrazione di Antonella Martino

Perché il Ministro Bonafede, non è il Ministro Bonafede. E’ un prestanome. Non di una o più persone. Magari fosse quello. E’ una specie di “Spirito del Mondo”. E’ il volto di una società, “civile e istituzionale”, immiserita, inselvatichita, imbarbarita.

La sua improprietà è così manifesta, da risultare, in effetti, come rivendicata. Egli incarna la conseguita irrilevanza del Parlamento, e dell’intero processo di responsabilità politica disegnato dalla Costituzione. Bonafede firma. E basta.

E’ sufficiente, per dire, dare un’occhiata al testo del Disegno di Legge-Delega sul cd “Nuovo Processo Penale”, pubblicato da pochi giorni, e confrontarlo con le numerose “opinioni” racchiuse in una serie di documenti (articoli su riviste o giornali “amici” di “Magistrati Famosi”, Relazioni dell’ANM, o del CSM). E ci si renderà agevolmente conto, da un lato, di quanto vistosa sia la distanza, fra la compiuta conoscenza della “Macchina” implicata da quel testo, e la cifra giuridicamente (e anche grammaticalmente) pedestre del Ministro; e dall’altro, che proprio tale anomalia costituisce il fondamentale fattore di legittimazione “politica” del Ministro.

Non si deve celare la corrispondenza eteronoma fra il “sotto” e il “sopra”. Si deve esibire. La misura di questa divergenza precisa i termini di una responsabilità politica apparente, perché, in effetti, ormai inesistente. La decisione politica è visibilmente estrinseca al circuito Governo-Parlamento-Voto. Coincide con il dominio assoluto sulla libertà personale, e sul suo essenziale presupposto democratico, cioè, la Legge: da freno e bilanciamento, ormai, ridotta a inerte suggello della sua stessa inanità.

Né è senza significato che il suo passaggio dal Conte I al Conte II sia stato l’unico mai discusso (si confronti con gli schiamazzi di Di Maio), come si addice ad un profilo “blindato”.

Il Legislatore decide quando essere esecutore giudiziario di sé stesso solo in una visibile Tirannia. Quando, superata la fase storica della gestazione, non ha più necessità di nascondersi. D’altra parte, Edgar Allan Poe diceva: “Il posto migliore per nascondere qualsiasi cosa è in piena vista.“  Appunto.

p.s. redazionale: su fb, il ministro Alfonso Bonafede ha così chiarito la sua dichiarazione.

 

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