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USA 2020 e la viralità a caro prezzo: i meme di Bloomberg diventano boomerang

La valanga di soldi con cui Mike Bloomberg sta inondando il web per vincere la nomination democratica ha commesso un errore di calcolo

Michael Bloomberg. Illustration by Antonella Martino

Viral sponcon, contenuti sponsorizzati virali. Un ossimoro? La capacità di news, post e immagini di propagarsi rapidamente tramite il passaparola degli utenti del web non dovrebbe dipendere da investimenti mirati, ma dall’efficacia stessa dei contenuti, dalla loro ingegnosità. A sorpresa però, nella notte di mercoledì scorso, le bacheche di Instagram hanno visto comparire i primi meme elettorali firmati Michael Bloomberg, il magnate dei media già sindaco di New York attualmente ai box per le primarie democratiche. In un finto botta e risposta, quasi goffo nel tentativo di apparire simpatico – «Ciao, Jerry. Mia nipote mi ha mostrato la vostra pagina. I vostri meme sono molto divertenti. Potresti postare qualcosa che faccia capire a tutti che sono il candidato più cool?» –, Bloomberg chiede ai più popolari account di meme statunitensi di inventare qualcosa che possa raggiungere giovani e giovanissimi, potenziali elettori del temuto Sanders, sui social network; di apparire fico tra candidati ingessati.

Una novità nel suo genere, ma un format comunque rodato, le finte conversazioni. In questo gioco, Bloomberg appare meno scaltro di quanto non sia: un anziano signore alle prese con lo smartphone dei nipotini, che per sbaragliare la concorrenza di Warren, Buttigieg e compagni ha bisogno dell’aiuto di giovani menti informatiche. Nel giro di poche ore, pagine molto note tra le comunità digitali statunitensi hanno confermato la collaborazione. Un bacino di circa sessanta milioni di follower; non male per una campagna ancora ai blocchi di partenza e dall’esito incerto.

Il candidato dem, che ha saltato il caucus dell’ Iowa e le primarie nel New Hampshire in attesa del Super Tuesday del tre marzo, è noto per la sua strategia di investire ingenti somme di denaro per finanziare la propria campagna – nel mese di gennaio un milione di dollari al giorno soltanto in pubblicità di Facebook, con gli stati-chiave Texas, Virginia, California e North Carolina target speciali, quando nello stesso periodo Trump si era assestato su poco meno di cinque milioni di dollari di spesa. I miliardari non dovrebbero comprare elezioni, recitava il cartello di un educato contestatore di Bloomberg a Compton, California. Ma i democratici sanno che per negare a Trump un secondo mandato, la sfida interna sarà senza esclusione di colpi.

Mike Bloomberg, che si pone come il vero anti Bernie Sanders tra candidati moderati zoppicanti, non baderà a spese. Il bilancio di pochi giorni di meme sponsorizzati non è però lusinghiero. La maggior parte dei commenti è negativa. Tra emoji di clown e nasi rossi e hashtag di derisione, qualcuno azzarda che accettare il denaro di un candidato è svendersi, mentre @alexandre_champagne rincara la dose: «Immaginate essere Bernie e non aver bisogno di pagare un centesimo per questa m****». Una mossa dunque che potrebbe, se non ritorcerglisi contro, non giovargli come previsto. Una piccola battuta d’arresto nella corsa alla Casa Bianca.

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