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Citizen Mike paga il conto senza consumare: ritiro ed endorsement per Joe Biden

Mike Bloomberg annuncia il suo ritiro un giorno dopo il Super Tuesday, dove ha speso oltre mezzo miliardo di dollari vincendo solo nelle isole Samoa...

di Andrea Arletti e Stefano Vaccara

Michael Bloomberg. Illustration by Antonella Martino

L'ex sindaco di New York non regge i pessimi risultati del Super Tuesday ed è costretto a ritirarsi un giorno dopo il suo debutto ufficiale alle urne. La corsa per la nomination democratica ora è a due, Joe Biden (favorito) contro Bernie Sanders: chi di loro avrebbe più probabilità di battere Trump? Dipenderà anche dalla scelta del vice, anzi la vice...

Un giorno dopo i pessimi risultati del Super Tuesday, Mike Bloomberg annuncia il suo addio alla corsa per la nomination Democratica. Dopo essersi rifiutato di partecipare nei primi 4 stati chiamati al voto, l’ex sindaco di New York ha speso oltre $500 milioni di dollari su pubblicità televisive per ottenere la miseria di 8 delegati dal Super Tuesday. In molti stati, Bloomberg non ha nemmeno raggiunto la soglia del 15% – necessaria per non rimanere a bocca asciutta ed ottenere almeno un delegato. La speranza di Bloomberg era quella di rubare voti a Joe Biden, provando a diventare il candidato scelto dai moderati per sfidare il socialismo democratico di Bernie Sanders. Ma questa speranza è svanita rapidamente quando Biden ha centrato una vittoria decisiva in South Carolina, che gli ha permesso di entrare nel Super Tuesday con una spinta maggiore.

La prima pagina del New York Posto col Mike Bloomberg “pugile suonato” da Elizabeth Warren

Il problema principale della campagna elettorale di Bloomberg è stato Bloomberg stesso. Prima di tutto il fallimento nei dibattiti, dove l’ex sindaco di New York è apparso più come “un sacco da prendere a pugni”  (vedi copertina del New York Post accanto) che un candidato capace di emergere nell’arena elettorale. Un candidato come Bloomberg, in un momento in cui sul palco Democratico ci sono due candidati che vogliono tassare i miliardari e smontare il sistema capitalista, non può che fallire. Inoltre a Bloomberg mancava una qualsiasi base demografica da fargli da supporto; gli afroamericani e gli anziani avevano già scelto Biden da tempo, i latino e i giovani avevano preferito Sanders, mentre la classe lavoratrice si spartiva di default tra i due appena citati. Cosa rimaneva al povero Bloomberg? I pescatori delle isole Samoa, giusto appunto…..

L’uscita di “Citizen Mike” è, secondo noi, una buona notizia per la democrazia americana. Come nel profetico capolavoro di Orson Welles “Citizen Kane”, il tycoon dei media Bloomberg non è riuscito a ipnotizzare con i suoi fantastiliardi e spot elettorali gli americani e la democrazia USA, per fortuna, non diventerà una “cosa loro”, di quei pochi miliardari annoiati che vogliono provare il brivido di stare alla Casa Bianca e comandare la nazione più potente del mondo… . Bezos e Zuckerberg imparino dalle spese elettorali inutili di Bloomberg.

La corsa ora è a due, Biden contro Sanders: chi di loro avrebbe più probabilità di battere Trump? Già, il pericolo numero uno per la democrazia USA e mondiale resta chi è in questo momento ancora nello studio Ovale. Ma l’ex vicepresidente di Obama, il 77enne Biden, ora di colpo favorito per la nomination dopo uno straordinario “Super Tuesday”, potrebbe farcela? Se Biden batterà Sanders come ormai sembra più che probabile (avrà anche il supporto organizzativo e di soldi di Bloomberg, anche se tutto può sempre accadere nella democrazia USA) dovrà prima ancora di affrontare Trump, recuperare il supporto dei giovani americani che invece finora appoggiano in massa Bernie Sanders. Solo così Biden potrebbe farcela a sfrattare dalla Casa Bianca Trump – a proposito, anche lì si annuncia qualche problema… – e quel GOP ormai paralizzato, riuscendo a portare gli under 30 americani in massa al voto di novembre. Come riuscirci? A noi pare solo adottando di sana pianta il programma di Bernie Sanders che li riguarda invece, pensare di poter ammaliare i giovani con le “incremental” riforme dei tempi del “change” di Obama, è un’illusione.

Joe Biden (Illustration by Antonella Martino)

Speriamo che l’establishment democratico capisca che per battere Trump deve guardare meno a Wall Street ricordandosi di  rappresentare ancora l’eredità del partito di FDR. E che realizzi, questo establishment democratico guidato da Nancy Pelosi,  che il Congresso, senza la spinta progressista rappresentata dai giovani candidati guidati da Alexandra Ocasio-Cortez (a sua volta pro-Bernie), non sarà mai più a maggioranza democratica. Speriamo che Biden e coloro che lo hanno recuperato appena in tempo, capiscano che tornare indietro sarebbe il suicidio politico e agiscano di conseguenza. Speriamo…

Ma basterebbe tutto questo? Sicuramente, dovesse essere Joe Biden il candidato democratico a sfidare Trump, peserà molto la scelta del vice, anzi la vice, per il suo ticket. Già, una donna, da opporre al ticket repubblicano di Trump che potrebbe non essere più quello con Mike Pence. Qualcuno infatti “sparla” che Trump abbia dato proprio al suo vice l’incarico di organizzare la risposta nazionale al coronavirus per metterlo in difficoltà e quindi avere una scusa per “licenziarlo”. Infatti Trump, secondo qualche analista, non vedrebbe l’ora di sostituire Pence per le elezioni di novembre  con la sua ex ambasciatrice all’ONU e già governatrice del South Carolina Nikki Haley. In quel caso la scelta di Biden non può essere fallimentare. Potrebbe essere la senatrice della California, la prima a ritirarsi dalla corsa alla nomination, Kamala Harris?  Basterebbe? No?  Già, il “dream team” capace di fronteggiare Trump-Haley, potrebbe essere solo quello Biden-Obama, questa volta non Barack, ma Michelle…

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