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Magistratura senza più veline? Il “Caso Palamara” e lo stupore degli ipocriti

La Magistratura italiana è schiantata su sé stessa, come è accaduto ad ogni Potere divenuto Potere Assoluto. È una crisi di espansione non “una scoperta”

Luca Palamara (Immagine da Youtube)

È tutto ipocrita, quest’affaire. Un trionfio di ipocrisia. A cominciare dal nome, “Caso Palamara”, o “Caso CSM”, impiegato per discuterne, cioè, per non discuterne. Quello che sarebbe “venuto alla luce”, a partire dallo smart-phone del noto magistrato, non ha nulla di nuovo, nulla che non si sapesse, solo a volerlo sapere, a volerlo vedere.

Chiamiamolo “Caso Italia”, o meglio, “Caso Democrazia”, così ci capiamo subito.

La Magistratura è schiantata su sè stessa, come è accaduto ad ogni Potere divenuto Superpotere, Potere Assoluto. È una crisi di espansione. In nessun modo, “una scoperta”. Intorno a sè, ha fatto il deserto. Oltre 25 anni fa. Non 25 minuti fa. I Partiti di massa, liquidati, resi “irriformabili” proprio dall’esercizio violento e proditorio della funzione giudiziaria. Senza il loro filtro, fra società e Parlamento, e fra questo e Governo, l’equilibrio costituzionale ne risultò soppresso. Ma già allora, il movimento era in fase avanzata.

Dal 1967, gli avanzamenti in carriera dei magistrati non si fondano più sui “titoli giudiziari”, cioè, su come si scrivono gli atti; ma su una valutazione “nel complesso”, demandata al Csm (prima decideva una commissione). Perché, sostenne a spada tratta l’Anm, l’impegno richiesto a scrivere belle sentenze disperdeva energie. Dal 1970, per decisione del CSM, anche i magistrati/parlamentari, pur senza toga sulle spalle, poterono essere valutati come i loro colleghi.

Queste, le conseguenze: a) il Csm rendeva l’esperienza giudiziaria “facoltativa”; b) giudiziaria o non giudiziaria che fosse l’attività, la sua valutazione “nel complesso”, si traduceva in una progressione in carriera, di fatto, per mera anzianità c) poiché molti magistrati poterono progredire in carriera anche grazie a valutazioni di organismi “altri”, “l’autonomia e l’indipendenza della magistratura” risultavano sottoposte a un processo di “ibridazione”: si badi, tenacemente ricercato, e anzi preteso, dal Csm.

Sintesi delle conseguenze: l’ordine giudiziario poneva le basi per rendere, agevolmente, gli incarichi “fuori dei tribunali” sue teste di ponte, presso i poteri legislativo ed esecutivo. Ad un tempo, consolidando “il meccanismo” “all’interno”.

Sulla base di questa “struttura primaria”, furono fatte evaporare con Mani Pulite le sedi reali della decisione democratica: presentate smodatamente come pura e semplice “partitocrazia” L’allocazione del Potere rimasto democraticamente “acefalo”, non poteva che coagularsi ulteriormente entro sedi più “concentrate”, “chiuse”, oligarchiche. “I Magistrati” si sono venuti costituendo come un autentico Partito Unico: con variazioni di “peso” al suo interno, ma capace di segnare nella sua “associata” identità, uno scarto decisivo con ciascuno dei circa 60 milioni di cittadini sottostanti: solo passibili di subire un dominio incontrollabile. La “Legge”, garanzia di uguaglianza, ridotta a “Volontà”, veste del Dominio.

Indiscutibile. Ingiudicabile. Inemendabile.

Dal maggio 1979 al marzo 1988 (gli anni, fra l’altro, di Tortora, del referendum – neutralizzato – sulla responsabilità civile) furono valutati 7.973 magistrati, solo 52 furono bocciati, gli altri, il 99,3 per cento, tutti promossi. Fra il 1993 e il 2003 (Tangentopoli e seguito) scrutinati 9.656, bocciati 117; vale a dire che il 98,79 per cento fu promosso. Nel 2006, è stata varata una riforma dell’ordine giudiziario: a leggerla, un subisso di valutazioni “di merito”. Ma, dicevo, era solo una “variazione sul tema”. Dal Settembre 2007 al Settembre 2014, sono stati esaminati 9.420 magistrati con i “nuovi criteri”; 91 non promossi; promossi tutti gli altri: il 99,1 per cento.

Sono le cifre di un Potere che, letteralmente, non teme confronti. E, infatti, non dovendo curarsi di nulla e di nessuno, se non del suo Sacro Palazzo, Il Partito Unico deve solo ripartire, suddividere, godere il suo “Tesoro”: la libertà dei suoi sudditi.

Il Partito ha due vesti: una, protocollare, è quella pubblica, CSM, Ordine Giudiziario, Carriera, Legge. E non conta nulla. È solo copertura.

L’altra, l’ANM, è quella privata. Ed è quella con cui si “fanno le cose”. Con l’ANM, associazione privata, i magistrati hanno infeudato, cioè, rubato, la Magistratura.

L’infeudazione, l’appropriazione, si riflette nelle cd “correnti”; ma nasce e si alimenta nella associazione. E sia affermato con chiarezza una volta per tutte (diciamo): questa è la radice, il ceppo; le correnti, sono solo ramificazioni più o meno stagionali. Sicché, chi si straccia le vesti per le correnti, riaffermado l’integrità del tronco, fa propaganda, insabbiamento morale.

Perché stiamo assistendo ad un “Trionfo dell’ipocrisia”? Perché queste cose gli italiani le sanno. E come sanno che ci sono i magistrati ma non la Magistratura, così sanno pure che ci sono i mentitori di professione e non i giornalisti. Ma stanno vivendo “gli anni del consenso”.

Lo sanno: ma continuano a leggere Liana Milella che racconta “Io e Palamara”, il FQ (per la verità, piuttosto rilassato) che fa “la cronaca” del “Caso-Palamara”, come se non “De te fabula narratur”; i Grandi Giornalisti Giudiziari che, faccia fronte/retro, sbavazzano di “rapporto con le fonti”.

Una volta diventati “Il Partito”, epitome di ogni impostura novecentesca, a bandiera palingenetica e prassi satrapica, “i tutori della legge” avevano tuttavia l’onere dei “vincitori”; l’onere di “giustificarsi”. Come hanno fatto? Come tutti i poteri assoluti: mitologia e milizie. Alla prima, hanno provveduto le citate Squadre della Menzogna. Alla costituzione e al consolidamento delle seconde, il Graal Togato: la Carriera Unica.

La Mitologia è Menzogna propugnata con metodo, con assiduità moralmente lubríca: terrorismo, mafia, corruzione, sono stati i “Capitoli del Mito”: la sua materia manipolata.

Falcone che da “Nemico Politico”(MD) diventa la petulante sequela de “In nome di Giovanni”; Di Pietro, che scova tangenti e dimentica scatole di scarpe; i “Sistemi Criminali” come “fondale oscuro” delle Stragi, mentre il Sistema Giudiziario, alla luce del sole, depista, fa olocausto di innocenti.

Tuttavia, quel lavorìo sprigiona miasmi rivelatori.

Ad Antonio Ingroia (giá Procuratore Aggiunto) che, nel corso di una sua campagna elettorale si era paragonato a Falcone, nel 2014, Ilda Boccassini (pari grado), mandò a dire: “Tra i due, la distanza si misura in milioni di anni luce”; replicando Ingroia, altrettanto allusivamente: “Mi basta sapere cosa pensava di me Paolo Borsellino e cosa pensava di lei”.

Il dott. Guido Salvini, ancora due anni fa, ha spiegato, che il Procuratore Borrelli lo potè sottoporre ad una lunga persecuzione innanzi al CSM (sempre quello), ostacolandone l’istruttoria sulla Strage di Piazza Fontana: “Per invidia, perché ero arrivato dove loro non erano riusciti. Un po’ lo stesso problema che si presentò con Felice Casson”. Altro magistrato “mitologico”.

Nel marzo 2010, il Procuratore Capo Bruti Liberati (che darà alle stampe una catechistica “Magistratura e Società nella Repubblica italiana”), ad un suo Procuratore Aggiunto, Alfredo Robledo (Atti del CSM), potè dire: “Ricordati che sei stato nominato aggiunto per un solo voto di scarto, e che questo è un voto di Magistratura Democratica [Bruti ne era presidente]. Avrei potuto dire a uno dei miei colleghi al CSM che Robledo mi rompeva i coglioni, e di andare a fare la pipì al momento del voto, così sarebbe stata nominata la Gatto, che poi avremmo sbattuto all’esecuzione”. Bruti non ha negato. Ha riferito  sorridendo al Corriere della Sera (marzo 2014) che si trattava di “humour inglese”. Ma, a quanto pare, se lo poteva permettere.

Lessici, posture, poteri, ampiamente risalenti, come si vede.

Mentre lasciamo questi echeggiamenti al loro valore esemplare, specialmente a beneficio di quanti ancora volessero insistere sulla “novità”, sul carattere “inaudito” del “Caso Palamara/2020” (un po’ come le collezioni: vanno ad anni) due parole sulla Milizia a Carriera Unica.

Che è una cosa nostra. Solo nostra.

In Francia, come in Italia, la magistratura giudicante, assise (seduta) e quella requirente, debout (in piedi), sono reclutate unitariamente, come da noi: ma diversamente che da noi, a) si diventa magistrato ordinario non per concorso diretto ma attraverso l’Ecole National de la Magistrature (solo lì si accede per concorso) e, dopo un tirocinio teorico-pratico di 31 mesi, è previsto un secondo esame; b) il Pubblico Ministero è sottoposto al Ministro della Giustizia, c) l’azione penale non è obbligatoria ma opportuna; dal 1993, le istruzioni del Ministro, da cui dipendono anche le promozioni –al CSM francese è dato esprimere solo un parere non vincolante-, sono scritte (cioè ancora più stringenti), giacchè i pubblici ministeri sono “agenti del potere esecutivo presso i tribunali”. Così non piace?

In Germania non solo la “responsabilità politica” è gemella di quella francese, ma è pure inserita e articolata sul sistema dei Lander: i pubblici ministeri federali sono nominati dal Ministro della Giustizia federale, con obbligo di ratifica della Camera Alta e quelli statali, da quello federale; sia i pubblici ministeri federali che quelli statali sono “funzionari della pubblica amministrazione”, ed anzi, nella maggior parte dei Lander il loro status è quello di “funzionari politici”. Ovviamente sono tenuti ad obbedire alle direttive del superiore gerarchico, il Ministro, in ultima istanza, che, a sua volta, risponde al Parlamento come “capo della pubblica accusa”. L’azione penale è obbligatoria per alcuni reati, opportuna per quelli di minore portata. I magistrati giudicanti, con qualche variazione in ambito federale, devono superare tre esami, intermediati da periodi di addestramento non inferiori complessivamente a cinque anni. Non piace nemmeno così?

Negli Stati Uniti, oltre alla doppia struttura federale e statale, la responsabilità è connessa e affidata già al sistema di reclutamento, e alla conseguente distinzione fra giudicanti e accusatori: i pubblici ministeri, in ambito statale, sono per lo più eletti; e, in ambito federale, suddiviso in distretti, sono istituiti con nomina Presidenziale, ratificata dal Senato; ogni Procuratore Distrettuale è proposto dall’Attorney General (assimilabile al Ministro della Giustizia), dura 4 anni, è revocabile dal Presidente, e nel processo di nomina riveste un ruolo non marginale la c.d. senatorial courtesy: per cui, coinvolgendosi i due senatori dello stato in cui il pubblico ministero svolgerà le sue funzioni, si prevede un’ulteriore istanza di responsabilità. L’azione penale americana è il regno del plea bergaining, cioè del patteggiamento, di cui si deve rispondere. I giudici sono nominati e, con varie modulazioni, un ruolo comunque decisivo è assolto dagli avvocati (American bar association) Non va bene neanche questo?

Nel Regno Unito, oltre alla diversità di reclutamento e carriere fra giudicanti e accusatori, la responsabilità politica per l’azione penale è del pari accentuata: l’Attorney General è membro del Governo, e dal 1986 nomina il DPP (Director of public Prosecutions) da cui dipendono 42 Chief Crown Prosecutor; i rapporti fra DPP e Attorney General riflettono una consuetudine che, di fatto, rende piuttosto indipendente il primo dal secondo; ma c’è un però, anzi due: tutti questi funzionari sono reclutati dalle fila dei barrister, cioè avvocati di prolungata esperienza giudiziaria; e la polizia non dipende dal Pubblico Ministero, tranne quella di Londra; le altre rispondono a comitati territoriali in cui sono rappresentati gli enti locali e i tribunali corrispondenti. Quanto ai giudicanti, i giudici inglesi possono essere considerati un’emanazione dell’avvocatura, e dopo una non anonima carriera: prima dei 50 anni se lo sognano di poter mandare qualcuno in galera.

Ricordate il refrain “In nessun Paese al mondo accade che”, smerciato ad ogni prime time, da ogni sorta di cialtrone della congrega? Ecco.

Ora, ciò sinteticamente detto, perché dovremmo dirci sgomenti del “Caso Palamara”? Dei tramestìi su “i colleghi” variamente apostrofati? Su un “posto” a Roma che è connesso ad uno a Perugia, che è connesso ad uno a Palermo, che è connesso ad uno a Firenze, che è connesso ad uno a Napoli, che è connesso alla “linea di un giornale”, che è connessa ad un Vice-Presidente del CSM, che è connesso ad una Commissione Disciplinare, che è connessa ad una Commissione Uffici Direttivi, che è connessa ad una cena, e tutto quanto, connesso ad uno stipendio, ad una “vita di relazione” intramata di vuoto etico e parassitismo umano e istituzionale?

Si stupiscano gli ipocriti: a cominciare dai servitori del “Dialogo fra Curia e Foro”, e da chi si allarma per il “fascismo” beone di Salvini (invero, solo mediocrità politica), e dorme beato di fronte a similile e ben altro “fascismo”, invece lucido e potente. E perché dovremmo stupirci, poi?

Per contare il numero di consiglieri dimissionari da un Consiglio “Superiore” dei magistrati, che andrebbe sciolto e rifondato insieme all’intero Ordine Giudiziario? Per osservare smarriti le convulsioni della “Giunta” dell’Associazione, manco fosse “il termine fisso” della Costituzione, e non lo Stato Maggiore di un esercito di occupazione? Per sentire il Presidente- forse-dimissionario dell’ANM, dott. Luca Poniz, affermare: “A chi suggerisce che l’Anm dev’essere sciolta noi rispondiamo con una sola parola ‘Vergogna!’”?

Si vergognino le Loro Signorie, se ne hanno la forza morale. Gli uomini liberi, seguiteranno comunque a non stupirsi ormai di nulla: nemmeno di una rivendicata inverecondia. Ma tempo verrà.

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