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Politica e giustizia: la riforma del Csm alla prova della Costituzione

La riforma del Csm è una necessità condivisa, ma quella proposta dal ministro 5Stelle Bonafede è la risposta della politica allo scandalo del "caso Palamara"

Il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede nell'illustrazione di Antonella Martino

C’è il rischio di trascurare problemi di fondo per “spazzare le correnti”. In gioco è l’equilibrio tra politica e giustizia. L’indipendenza della magistratura non è privilegio dei singoli ma garanzia per ogni cittadino

Era allo studio da tempo la riforma del Consiglio superiore della magistratura, ora approvata dal governo su proposta del ministro della giustizia, il 5Stelle Alfonso Bonafede, non senza contrasti all’interno della maggioranza. Arrivare alle nuove regole però non sarà facile né rapido. Lo schema elaborato dovrà affrontare un percorso lungo, dall’esito incerto, come emerge dalle polemiche di questi giorni.

Colpisce l’intensità delle critiche. Sia tra le forze politiche che all’interno della magistratura e dell’avvocatura. La strada sarà davvero complicata. Stavolta, accanto ai propositi mai sopiti di spingersi oltre il segno della Carta costituzionale, e dunque di alterare l’equilibrio dei poteri, è l’attualità ad offrire argomenti di rilievo al dibattito incandescente.

Il rischio è che le ragioni contingenti rendano torbida la discussione, distolgano dalle questioni essenziali, in nome della fretta e dell’emotività. Le soluzioni possono davvero diventare l’ennesimo problema. Sullo sfondo, il pericolo espresso senza mezzi termini dal vicepresidente del Csm David Ermini. Accanto alle tante cose indilazionabili, si delinea la minaccia di una (pericolosa) «riduzione della discrezionalità del Csm». Non una cosa di poco conto: l’alterazione del “volto” istituzionale del Consiglio in senso opposto al disegno costituzionale.

E’ evidente infatti che il progetto non risponde solo alla necessità di mettere mano ad una riforma radicale, dopo il fallimento di quella del 2006 (proponente Mastella che aveva fatto “tesoro” del lavoro del predecessore, il leghista Castelli). Piuttosto, è inevitabile leggere il testo come la risposta della politica allo scandalo delle toghe scoppiato ormai un anno fa con il “caso Palamara”, il magistrato al centro di intrighi di potere, e accusato di corruzione.

Del resto non ne ha fatto mistero proprio Bonafede che ha attribuito altezzosamente alla riforma lo scopo di «restituire credibilità alla magistratura». Il progetto è stato soprannominato “spazzacorrenti” non per semplificare ma per indicarne l’obiettivo. Come se, per un cambiamento tanto radicale, bastasse riscrivere le norme, e non servisse un mutamento di mentalità. Non occorrono soprattutto buone pratiche, e una più qualificata formazione professionale dei giudici?

Troppo grave è stato il discredito accumulato dopo le ultime vicende, che non coinvolgono la stragrande maggioranza dei magistrati ma certo sono fonte di scandalo lacerante. Squarciano il velo dell’ipocrisia su tanti intrighi. Non è in discussione l’ambizione professionale dei singoli. Si tratta di altro: la carriera trasformata nell’arrembaggio ai posti più qualificati, con la complicità e il sostegno delle correnti, svilite al ruolo di gruppi di potere.

Luca Palamara (Immagine da Youtube)

La logica delle appartenenze al posto del merito, questo il criterio guida in troppe scelte. Le manovre occulte invece che la competizione trasparente tra meritevoli. E soprattutto la rinuncia al bene più prezioso: l’autonomia, messa a repentaglio da rapporti scabrosi con la politica e l’imprenditoria. E’ il terreno delle relazioni compromettenti, da cui il magistrato dovrebbe stare alla larga. Il favore ricevuto oggi diventa il debito da saldare domani. Con gli interessi. Non bisogna fare di ogni erba un fascio, naturalmente, ma quanto emerso con il caso Palamara è oltraggioso per la giustizia, offensivo per coloro che, senza clamore, fanno seriamente il loro dovere.

I commenti alla riforma Bonafede sono scesi nel dettaglio, così da evidenziarne lati positivi e negativi. Si tratta di una proposta che tocca molti aspetti della vita del Csm e quindi anche del percorso professionale del magistrato, ma l’approccio è spesso disomogeneo, così che le soluzioni sono difformi: impossibile dare un giudizio unico, come semplicisticamente ha fatto qualcuno. Per esempio Gian Domenico Caiazza, presidente dell’Unione delle camere penali: “una riforma gattopardesca che sembra voler riformare tutto ma non riformerà nulla”.

Certamente apprezzabili sono alcune parti. La migliore precisazione dei criteri di merito e trasparenza per il conferimento degli incarichi direttivi, punto dolente di tutto il sistema delle nomine. La previsione obbligatoria di “quote rosa” dato che le donne nonostante la presenza massiccia sono poco rappresentate ai vertici. La modifica dell’organizzazione interna delle Procure in modo da ridurre la gerarchizzazione tra magistrati. Il divieto di ritorno in magistratura per chi venga eletto a cariche pubbliche (stop alle “porte girevoli ”). Il divieto temporaneo di concorrere agli incarichi importanti subito dopo aver fatto parte del Csm. Solo per dire alcuni punti.

Altre parti invece sono discutibili. La misura centrale della riforma, cioè il sistema elettorale maggioritario, è pensata per contrastare le correnti, ma potrebbe paradossalmente favorirle, come avvenuto nel 2002 con il precedente voluto dal centro destra. Non si vede come questo modello possa azzerare l’influenza dei singoli gruppi (o gli accordi) senza norme di altro genere, che contrastino il  “notabilato” e agevolino i concorrenti nel farsi conoscere (e votare) dai colleghi senza il supporto necessario delle correnti.

Suona visionario, ed ingenuo, il divieto di creare correnti tra i magistrati eletti, come se bastasse abolirle formalmente per estirparle dalla realtà, o meglio per contrastarne le degenerazioni. Se animate da pessimi propositi, saranno sempre vitali, appostate oltre il portone d’ingresso del Csm, pronte a sfruttare ogni spiraglio per condizionarne i lavori, con la complicità degli eletti – s’intende – che ad esse devono la loro fortuna. Una misura anche svilente rispetto al pluralismo delle idee e dei progetti.

Ugualmente inadeguata è la definizione del rapporto politica-giustizia, nell’ottica del primo soggetto. E’ previsto il divieto solo per le personalità di governo d’essere eletti come membri “laici” del Consiglio, non anche per tutti i parlamentari. Un lasciapassare che alimenta la bramosia dei singoli partiti. Non è solo una questione nominale. Siamo lontani dalle intenzioni dei padri costituenti, che nel disciplinare la composizione di quest’organo, pensavano a scelte di alto profilo, anche svincolate dai partiti. Lo sguardo della politica sulla giustizia – in tema di autonomia – è tanto ossessivo quanto a senso unico: riguarda gli altri, non sé stessi.

Emblematica, in senso negativo, è la previsione del sorteggio per determinare la composizione delle singole commissioni (incaricate di decisioni importanti: nomine, sanzioni disciplinari, trasferimenti). Ritorna il mito dell’irresponsabilità tanto caro ai 5Stelle: la casualità piuttosto che la prevenzione pratica come criterio di scelta per impedire intrighi. Tutto a discapito della competenza, dell’oculatezza, della consapevolezza, senza considerare che in questo caso le scelte vengono fatte di concerto con chi presiede il Consiglio, che è lo stesso presidente della Repubblica.

Preoccupante è la limitazione (due volte) della possibilità di cambiare funzioni, da p.m. a giudice; una restrizione che incide sull’unicità della giurisdizione e che costituisce un’anticipazione mascherata del disegno – contrastante con l’assetto costituzionale – di separazione delle carriere tra giudici e p.m. (strumentale alla subordinazione del p.m. al governo, non a caso tra i punti del programma eversivo della Loggia massonica P2 di Licio Gelli).

L’analisi della riforma conferma la mancanza di un disegno organico di modifica delle norme e la preferenza per un diverso modo di operare: a strappi su questo o quell’aspetto si direbbe; come non dovrebbe fare una politica alta, capace di decisioni di lungo periodo, oltre il contingente.

Certo il tempo è assillante, vuole entrare in ogni cosa, ma il rischio è di inchiodare riforme importanti al presente, sospinti da semplificazioni e approssimazioni. L’esito peggiore sarebbe quello di non riuscire a guardare lontano e ritrovarsi domani, come risultato, la trasformazione del Csm in un organo solo burocratico, incaricato della amministrazione spicciola: in una posizione gregaria rispetto alla politica. Ma l’indipendenza non è privilegio dei singoli magistrati, piuttosto garanzia di equità per ogni cittadino.

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