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Il Referendum del Gattopardo che ignora la vera discussione che serve sul Parlamento

Cari lettori, anche voi avete ormai votato sul taglio dei parlamentari e sia se avete scelto il "Sì" o il "No", in realtà accadrà solo l'apparenza del cambiamento

Il "Referendum del Gattopardo" nell'illustrazione di Antonella Martino

Mancano ormai pochi giorni al referendum costituzionale sul taglio del numero dei parlamentari in cui partecipiamo anche noi, cittadini italiani residenti all’estero. Ho aspettato per scriverne che tutti coloro che votano dal Nord America ormai l’avessero fatto. Come Direttore de La Voce di New York non volevo influenzare la vostra decisione. Già, il contrario di quello che di solito un giornale fa al momento dell’appuntamento con l’urna, ma vi spiegherò.

Questo referendum è su una riforma che ridurrebbe i seggi alla Camera dei deputati da 630 a 400 e quelli al Senato da 315 a 200: quindi quasi un terzo. Dopo la riforma diminuirebbe perciò il numero di rappresentanti al Parlamento per abitante, ma l’Italia comunque avrebbe più o meno la media di eletti degli altri paesi dell’Europa occidentale (attualmente l’Italia è invece, con 945 tra deputati e senatori, uno dei paesi dell’Occidente con più rappresentanti eletti in numero assoluto).

Con l’approvazione della riforma saranno ridotti anche i parlamentari eletti da noi italiani all’estero: passeranno da 12 a 8 e i senatori da 6 a 4.

La scheda del referendum ricevuta dagli italiani all’estero e che si deve far giungere in consolato entro il 15 settembre

Dopo aver studiato e riletto le ragioni del “Sì” così come quelle del “No”, sono convinto che entrambe hanno pochi punti per me condivisibili e convincenti.

Alla fine io ho deciso di votare comunque, scegliendo il “No”, ma non senza essere stato anche sul punto di votare per il “Sì”. Per questo mi leggete dopo il vostro voto, perché alla fine non sono riuscito a credere che questo sia un voto epocale, una decisione “spacca” democrazia. Non credo cioè che con questo referendum si deciderà il destino del Parlamento italiano, come se fossimo al bivio tra la difesa e il rafforzamento delle sue funzioni o la definitiva morte.

Se ho capito bene le ragioni del “No”, si contesta alle forze del “Sì” di aver voluto portare avanti una manovra politica contro la centralità del Parlamento. Cioè che si vorrebbe certificare, con questo taglio di deputati e senatori, che il Parlamento deve essere esautorato delle sue funzioni legislative e costituzionali, di proposta e controllo, per essere definitivamente messo ai margini del processo politico e democratico spostando una volta per tutte più potere all’esecutivo che esce vincente da ogni elezione. Su questo mi trovo già in disaccordo, perché non credo che il taglio di circa un 1/3 dei parlamentari cambierà quello che è un dato di fatto: non è il numero dei parlamentari che finora ha diminuito in Italia la forza e la missione del Parlamento ma semmai il numero dei partiti che controllano i parlamentari, che hanno da tempo mortificato il mandato parlamentare conferito dal voto dei cittadini. Di questo andazzo sappiamo che le leggi elettorali studiate ad hoc sono state complici, ma tant’è che se avessimo voluto parlare di centralità del Parlamento e del rafforzamento del mandato parlamentare di chi viene eletto, si sarebbe dovuto non tanto discutere sui numeri dei seggi parlamentari, ma del rapporto (leggi sottomissione) degli eletti con le segreterie di partito. “Partitocrazia” la chiamava già nel secolo scorso un certo Marco Pannella. Un fenomeno, badate bene, che come un virus si è diffuso in altre democrazie, persino nelle più formidabili. Basti pensare a come rispondono ormai ai dettami di partito al Congresso degli Stati Uniti…

Allora se i proponenti del “No”, magari nel sostenere la battaglia politica contro i tagli del numero di parlamentari avessero anche affrontato il nodo del rapporto di questi con “guinzagli e museruole” partitiche, allora sì che avrei con convinzione espresso il mio voto per il loro “No”. Invece l’ho fatto ma turandomi il naso.

Passando ora all’argomento del “Sì”. Ovviamente quello del “risparmio” regge poco, dato che gli sprechi pubblici in Italia sono ovunque e molto più consistenti, ma certamente se i promotori del “sì” avessero proposto che con la parziale diminuzione, allo stesso tempo si introduceva un maggior controllo sulla ragnatela che paralizza il ruolo del parlamentare e del suo mandato costituzionale che invece resterà sempre più imbrigliato dal “dio partito” (o, in questo caso movimento…) ecco che avrebbero trovato in chi scrive una decisa spinta a votare il loro “Sì”. Ma invece nulla di tutto questo, solo un generalizzato attacco alla classe politica “parassita” e “scansafatiche” etc. Alla fine il loro resta uno scontato richiamo al branco di tantissimi italiani legittimamente stufi di una classe politica – gli andrebbe pur ricordato, a questi italiani, che comunque sono testardamente  loro e ad ogni appuntamento elettorale a scegliere di eleggerla – come per fargli consumare l’eccitazione di una “vendetta”. Un dare sfogo quindi, da parte del Movimento 5 Stelle che nacque sugli slogan di Grillo del vaff, alla rabbia di quei cittadini che non hanno da tempo più fiducia nelle capacità dei loro parlamentari di poter rispondere ai loro bisogni.

Quindi, cari lettori, tutto quello ho visto finora nella lotta politica per questo Referendum non mi sembra si meriti una ulteriore discussione sulla sopravvivenza della democrazia etc. Semmai anche la proposta del “Sì” mi è cominciata ad apparire come quella che il nipote Tancredi faceva allo zio Principe di Salina nell’eterno “Gattopardo”: se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi…

Ecco perché tra i due ho pensato sia meglio votare per il “no”, così almeno non si darà fiato alle trombe dell’ipocrisia demagogica.

Celebrazioni del Parlamento italiano (Camera dei Deputati / Flickr.com).

Ripeto, per chi scrive non saranno 300 parlamentari in più o in meno a determinare la forza e il ruolo del Parlamento nella democrazia italiana, ma il rapporto diretto del deputato con il territorio che lo ha eletto e quanto questo riesca a esser libero dalle imposizioni di decisioni prese da segreterie lontane e distanti dal capirne i bisogni. Cos’è infine la politica, almeno in democrazia, se non il continuo mediare delle istanze del “particulare”, per trovare la sintesi che meglio rappresenti l’equilibrio giusto tra diverse necessità? Certo, con gli ovvi compromessi, questa è appunto la politica. Ma se poi ogni volta chi dovrebbe difendere le istanze del “particulare” della periferia più sperduta, non conta nulla?

Oggi la funzione del deputato eletto da qualsiasi circoscrizione in Italia come all’estero, è relegata a semplice esecutore, tramite il voto parlamentare, di ciò che una leadership di partito alla fine decide con l’esclusivo obiettivo di mantenimento o raggiungimento del potere “nella stanza dei bottoni” (o del bottino?).

Allora ecco che questo referendum del “Sì” o del “No” mi appare come altro fumo per distogliere dal vero dibattito politico su come invece bisognerebbe difendere la reale funzione del Parlamento.

Quindi, cari lettori, turandomi il naso io ho votato “No”, ma senza fregiarmi di essere qui in missione per la difesa della democrazia da chi vorrebbe abbatterla con il “Sì”. E se qualcuno di voi avesse votato invece per il “Sì”, non si faccia poi tante illusioni. Quel “cambiamento” che pensate di aver appoggiato, si rivelerà solo l’ennesima apparenza affinché tutto rimanga com’è. 

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