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L’America di Trump e l’epitaffio sul suicidio della politica

Mentre gli USA cercano di riprendersi da questo momento di crisi, è forse tempo di guardare ai grandi pensatori del passato per capire cosa veramente è la politica

Il Presidente Donald Trump

"Che mi ricordi, mai la politica era degenerata in una rissa, così bassa e invereconda, tanto meno in insulti che riguardano la specifica sfera personale e familiare, addirittura di figli sventurati". Gli Stati Uniti si trovano in un momento di bassezza mai visto prima: come ne riuscirà la sfera politica?

Forse i sondaggi su un aumento di preferenze di Biden dopo lo spericolato incontro-scontro potrebbero essere credibili, ma non sicuri. Si auspica però un netto vantaggio, perché una vittoria di stretta misura, potrebbe dare un pretesto a Trump di bloccare le schede pervenute per posta. È tale ipotesi aprirebbe scenari imprevedibili e catastrofici sulla tenuta della democrazia in USA. Oggi, forse, la notizia del contagio dei coniugi Trump apre nuovi scenari. A parte i rischi dell’obesità già avanzata da esperti e i suoi 74 anni, non gli mancheranno milioni di dollari per adottare le più avanzate terapie per la sua guarigione. Anche se a ridosso di quel fatidico 2 novembre.

C’è però un altro scenario: può influire sulla pubblica opinione e sui votanti la sua ostentata leggerezza nell’affrontare l’epidemia e l’attacco in questo momento tragico per i non abbienti e la media borghesia dell’Act di Obama sulla salute, anche se molto annacquato e inadeguato per sostenere le pesanti spese della sanità americana in caso di contagio? Forse avrà un impatto il detto inglese he who lives by the sword will die by the sword? Lui che aveva sostenuto la scarsa pericolosità del virus può oggi negare la tragedia di tanti americani, sacrificati da questa sua leggerezza, abbandonati al loro destino?

Si diceva giorni fa di un suo concittadino che ha speso milioni di dollari per curarsi. Naturalmente, come tutti, non possiamo che augurargli la guarigione, ma che almeno il suo malanno serva a dare un senso alla serietà della democrazia che non può essere gestita con slogan e atti di imperio. Il suo segretario di Stato l’italo-americano Mike Pompeo, in visita in Italia (perché?), non è stato ricevuto dal Papa, per la sua posizione di guerra cinese, eppure ha avuto il coraggio di dichiarare che condivide con L’Italia gli stessi valori: «comprendiamo i rischi che vengono dalle relazioni con regimi autoritari impegnati in attività predatorie». Sotto la statua della Libertà che ho sul tavolo, comprata sulla Fifth, è stampigliato made in China.

Purtroppo, quello che avevamo verificato nella “lotta” politica italiana, una vera e propria guerriglia con metodi militareschi, è stato certificato come strategia e metodo anche dalla potenza egemone dell’ecumene dal palco della Case Western Reserve University di Cleveland in Ohio in quello che doveva essere il tanto atteso dibattito sui progetti, mentre si è risolto per dirla in “nothing”.

Quella che è stata da sempre nella competizione elettorale l’esposizione di due progetti politici, con la differente visione dell’organizzazione della società è scaduta al livello della bagarre e dell’insulto personale. Urla, ingiurie, aggressione al limite del contatto fisico, tecnica populista dell’interruzione troppo collaudata ormai anche in Italia, la violenza, il kalashnikov della parola, secondo il vecchio adagio che «ne uccide più la lingua che la spada!». Il turpe ed obbrobrioso faccia a faccia vissuto nel caos, in cui gli elettori poco hanno potuto ricavare per le loro aspettative future in un baratro che coinvolge il governo del mondo e in una fase critica della vita e della salute collettiva mondiale e nel default dell’economia.

Trump durante un comizio in Minnesota , poco prima di scoprire di essere positivo al COVID-19

Ed è doloroso, ma anche tragico ammettere che in questa “guerra” personale non si salva più alcun uomo politico. La rissa era nella natura di Trump, ma che anche Biden scendesse al suo livello era impensabile. Si sperava che da parte sua ci fosse un maggiore aplomb. Ed invece, da parte sua il “clown bugiardo” e il “senza vergogna”. Di contro l’accusa di socialismo. Con l’attenuante che non ha usato l’antistoricca accusa di comunismo, come circola ancora da noi. In un’America in cui un abbiente per sopravvivere al Covid ha dovuto sborsare milioni di dollari, mentre il comune cittadino può attendere la morte, si riprende l’accusa di “medicina socialista” per l’Affordable Care Act di Obama.

Come se la salute dei cittadini non dovesse essere il primo essenziale diritto al posto del  dio dollaro. Eppure nel Preambolo della Costituzione accanto all’imperativo di «garantire la giustizia, di assicurare la tranquillità all’interno, di provvedere alla comune difesa», non si prevedesse di «promuovere il benessere generale» e in sommo luogo «salvaguardare per noi stessi e per i nostri posteri il dono della libertà» («in Order to form a more perfect Union, establish Justice, insure domestic Tranquility, provide for the common defense, promote the general Welfare, and secure the Blessings of Liberty to ourselves and our Posterity»), si badi bene, the Blessings, che è “fortuna”, ma anche “benedizione”.

E l’arma vincente nell’animo del benpensante dell’America profonda della dottrina del “law and order” che insanguina le strade degli USA al quale Biden sa affiancare solo la giustizia, il sommo bene platonico. Vero è che in USA i due partiti politici che si contrappongono hanno origine dalla scissione di un solo primigenio partito conservatore. Da essa si differenziarono per costruzione della società i due partiti, l’antico repubblicano e il nuovo, il democratico più aperto alle istanze sociali, almeno nelle sue enunciazioni espresse nella sua istituzione iniziale.

Joe Biden durante il suo discorso che ha chiuso la convention democratica

Sarebbe facile e forse risulta ozioso richiamare l’origine e l’etimologia di “politica”. Ma non fa male rinverdirne la sua vera fondante natura. Fu al crollo delle monarchie che avevano da sempre governato, testimone l’epica omerica, fu da quella dissoluzione che le città si organizzarono come gruppi che esercitavano il diritto di cittadinanza. Da qui con la economicizzazione della polis, come difesa dei comuni interessi, essa si andò strutturando in forma di stato, diciamo democratico, ma in effetti governato per secoli dalle aristocrazie, in primo tempo tribali, poi censitarie. Fu allora la polis, la città-stato, ove il cittadino (polites) si definisce dalla partecipazione alle funzioni di governo e alle cariche pubbliche (Aristotele).

Da qui il sistema di organizzazione e le leggi che ne stabilivano il governo, le varie Costituzioni, dette Politeiai, miranti a stabilire la “eunomia”, il buon governo. La gamma dei sistemi ci pervengono attraverso una storia e una esposizione dei vari tipi e per tutte la Politeia di Platone con la prima Utopia della storia, la sua città espressione dell’unione e suddivisione degli interessi aristocratici, una specie di comunismo aristocratico. Sulla stessa linea, ma in forma più tecnica come era stato tutto il suo pensiero, si collocava la Politeia aristotelica.

Una statua di Demostene al museo di Copenaghen (Wimikedia/Gunnar Bach Pedersen)

Ecco, era un gruppo di cittadini che si costituiva a governare la città e come tale sceglieva i suoi rappresentanti che si riunivano in una Assemblea (Boulé, da boùlomai, “voglio”, quindi “volontà”, “determinazione” popolare). Tutti pari nelle funzioni, forniti di voto, che decideva a maggioranza i provvedimenti da adottare. Ripeto, sempre in funzione degli interessi del gruppo egemone. Così nella sua evoluzione storica, tranne qualche inciampo nell’assunzione del potere di un solo uomo, il tiranno, che per la sua unicità ed ereditarietà prendeva tale nome, ma non aveva il significato negativo odierno di dittatore.

La grande oratoria politica di Demostene documenta quale fosse allora il dibattito politico, ma anche il saggio La retorica di Aristotele. L’esposizione del progetto di una parte seguiva una struttura fissa e uno sviluppo conseguenziario e l’oratore prospettava in termini di persuasione il progetto a favore o contro una posizione e le scelte di governo. Quando in Italia la politica era ancora tale, l’oratoria demostenica o isocratea era rinverdita da grandi geni della persuasione, ma anche della strategia politica di alto livello. L’Italia si costruì con l’arte retorica di Cavour, Benedetto Ricasoli, Marco Minghetti, «l’uomo che parlava meglio al Parlamento italiano», fino a D’Annunzio, «Vate» pure nei discorsi politici. Nel dopoguerra eccetto le metafore di Nenni ammirate da Pasolini e il diluvio di parole di Pannella, nella discrasia culturale con la retorica fascista, la cura dei discorsi divenne semplice “politichese”.

In Usa la storia politica vide i governi di grandi statisti in cui si sosteneva ed esponeva soltanto una visione della società, mi riferisco al mito della New Frontier di Kennedy, accanto alle esperienze conservatrici, diciamo delle potenze industriali, siano esse quelle antiche militari o meccaniche o le moderne elettroniche e finanziarie, con l’innovatore Reagan (la Reaganomics), ma anche con il lungo Governo ereditario dei Bush. 

corte suprema

16 marzo, 2016: il presidente Barack Obama nel giardino delle rose della Casa Bianca con il giudice Merrick Garland e il vicepresidente Joe Biden (Ph. White House/ Chuck Kennedy)

Dalla mistica di Kennedy alla recente esplosione dell’antica arte dell’oratoria, l’arma vincente del prof di diritto costituzionale alla Law School dell’Università di Chicago dal 1992 al 2004, Barack Obama,. Il ritorno al vetusto metodo di Aristotele, che con la sua Retorica gettò le basi dell’arte della persuasione. Le sue stupende immagini della “trimembre”, la più folgorante delle figure retoriche, l’uso di tre termini in ordine ascendente, lo scioccante «veni, vidi, vici» di Giulio Cesare. Spesso Obama costruisce la sua trimembre partendo nei suoi discorsi  dalla malia delle coppie (uomini e donne, colore e credo, giovani e vecchi). L’ultimo dei maestri della parola che non scadeva nell’ingiuria e nell’offesa, per accarezzare la “pancia molle” dell’americano medio. 

Che mi ricordi, mai la politica era degenerata in una rissa, così bassa e invereconda, tanto meno in insulti che riguardano la specifica sfera personale e familiare, addirittura di figli sventurati. Si poteva essere venditore di noccioline o cowboy, ex-attore di film western di cassetta, addirittura un leader di colore, ma quello che contava era l’idea di società, pur vissuta e stravolta dalla rovinosa “deregulation” o espressa in termini di potenza militare dalla irrisolta guerra di Corea fino alla tragedia del Vietnam. A parte le ferite aperte in Afganistan e in Siria e nello sconvolto Iraq.

Poteva essere una guerra interna tra la parte atlantica o la parte del Pacifico, con contrapposti interessi e idee di predominio industriale. L’assassinio di Kennedy rientrò in questa lotta senza quartiere così all’ultimo sangue da ricorrere all’eliminazione fisica. Ma questo metodo nell’antitesi tra interessi economici ed ideologie ha segnato la storia delle Presidenze degli USA, dal tentativo contro Andrew Jackson nel 1835, ad Abraham Lincoln nel 1865, a William McKinley nel 1901, fino a Kennedy nel 1963, senza contare gli attentati falliti ai due Roosevelt, a Truman nel 1950, a Ford nel 1975, a Reagan nel 1981.

Eppure la democrazia si era retta sulla dialettica di due visioni della società. Si chiamavano ideologie, oggi vituperate e dileggiate. Ora la baruffa indecente, l’oltraggio e la derisione, la violenza senza limiti. Nel vuoto dei progetti e di un ideale di società. Cosa ci prospetta il futuro? Si tornerà dopo l’ondata di deriva alla retta civile democrazia delle antitesi societarie?

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