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Un’America spaccata in due può ritrovarsi e tornare ad essere simbolo di libertà

Trump sia rispedito nella sua Tower ma se eletti, Biden e Harris avranno il difficilissimo compito di restituire un'anima agli Stati Uniti

Statue of Liberty (Illustration by Antonella Martino)

Che il popolo degli Stati Uniti d’America, nella sua maggioranza, ritrovi quella saggezza, quella prudenza, quell’audacia, quella lucidità, che negli ultimi anni sembra aver smarrito

L’autore di questa nota ha una quantità di motivi per nutrire gratitudine e ammirazione agli Stati Uniti d’America. L’autore di questa nota non si è mai sognato in vita sua di bruciare una bandiera a stelle e strisce, o gridare in una manifestazione: Usa, go home”. L’autore di questa nota non ha atteso la tragedia delle Twin Towers per dire e sentire “Siamo tutti americani”; ha sempre avuto fiducia e guardato con speranza a quel Preambolo della Costituzione:

Noi, il popolo degli Stati Uniti, al fine di perfezionare la nostra Unione, garantire la giustizia, assicurare la tranquillità all’interno, provvedere alla difesa comune, promuovere il benessere generale, salvaguardare per noi e per i nostri posteri il bene della libertà, poniamo in essere questa Costituzione quale ordinamento per gli Stati Uniti d’America…”.

L’autore di questa nota è affascinato dalla semplicità e dalla maestosità della dichiarazione d’indipendenza del 1776:

Quando nel corso di eventi umani, sorge la necessità che un popolo sciolga i legami politici che lo hanno stretto a un altro popolo e assuma tra le potenze della terra lo stato di potenza separata e uguale a cui le Leggi della Natura e del Dio della Natura gli danno diritto, un conveniente riguardo alle opinioni dell’umanità richiede che quel popolo dichiari le ragioni per cui è costretto alla secessione. Noi riteniamo che sono per se stesse evidenti queste verità: che tutti gli uomini sono creati eguali; che essi sono dal Creatore dotati di certi inalienabili diritti, che tra questi diritti sono la Vita, la Libertà, e il perseguimento della Felicità; che per garantire questi diritti sono istituiti tra gli uomini governi che derivano i loro giusti poteri dal consenso dei governati; che ogni qualvolta una qualsiasi forma di governo tende a negare questi fini, il popolo ha diritto di mutarla o abolirla e di istituire un nuovo governo fondato su tali principi e di organizzarne i poteri nella forma che sembri al popolo meglio atta a procurare la sua Sicurezza e la sua Felicità…”.

E’ un Vangelo laico che vorrebbe fosse adottato da tutti i popoli e da tutte le nazioni. Si dirà: l’autore di questa nota è imbevuto di miti kennedyani, ha visto troppi film con John Wayne e James Stewart. Gli si potrà obiettare: gli Stati Uniti d’America non sono solo i G.I. di cui parla il generale Dwight Eisenhower nel 1945: “…the truly heroic figure of this war G.I. Joe and hos counterpart in the air, the navy, and the Merchant Marine of every one of the United Nations…”. Non sono i cartoon di Walt Disney, Ringo e il West, Fort Apache e l’immenso catalogo del mito e dell’immaginario che gli Stati Uniti hanno saputo costruire e diffondere.

Che non sia quell’oro che luccica lo sanno bene i neri che si sono spaccati la schiena nei campi di cotone a suon di frustate; i cinesi che hanno realizzato le ferrovie; e gli italiani, gli irlandesi, i latinos, e le mille etnie che sono andate in quel paese a cercare pane e fortuna; se la sono sudata e guadagnata, e tanti sono rimasti più miserabili di come erano partiti. Ma c’era sempre, c’è ancora, all’imboccatura del porto di New York quella enorme statua, con una fiaccola in mano (“Liberty Enlightening the World”), e nell’altra la tavola con la data del giorno dell’indipendenza. Ai piedi le catene spezzate, in testa la corona con sette punte: i sette mari, i sette continenti.

Donald Trump (by Antonio Giambanco/VNY).

Tutto questo è ben chiaro all’autore di questa nota; che si augura che il popolo degli Stati Uniti d’America, nella sua maggioranza, ritrovi quella saggezza, quella prudenza, quell’audacia, quella lucidità, che negli ultimi anni sembra aver smarrito; si augura che l’attuale inquilino della Casa Bianca sia rimandato alla sua Trump Tower o alla sua residenza a Mar-a-Lago di Palm Beach: è il peggior presidente di sempre. Pazienza se al suo posto, nel bagno della Casa Bianca, sarà “sleepy Joe” a mettere il suo spazzolino da denti. Certamente meglio lui, il sonnolento, poco carismatico, poco empatico Biden, dello smargiasso, volgare, sguaiato Trump. E’ il generale John Kelly a dire che Trumpè impazzito, la sua disonestà è stupefacente”; è il generale James Mattis a dire che “Trump è un uomo pericoloso e incapace”; è l’ex comandante delle operazioni speciali Bill McRaven a sostenere che Trump è inadeguato, l’uomo sbagliato al posto sbagliato che fa le cose sbagliate; e con lui Stanley McChrystal, ex capo delle forze armate USA in Afghanistan e un’altra ventina tra generali ed ammiragli: concordi nel dire che certamente Biden sarà un “Commander in Chief migliore”. Non sono estremisti del radicalismo nichilista e anarcoide. Sono militari per vocazione e formazione votati all’ordine, alla disciplina, al senso di responsabilità e della gerarchia.

Tuttavia, non è sufficiente desiderare fortemente qualcosa, perché questo qualcosa si avveri. Trump non sarà presidente solo quando Biden avrà prestato il giuramento di rito; e si può scommettere che Trump non mollerà facilmente la presa: farà di tutto e di più pur di restare altri quattro anni alla Casa Bianca.

Ma al di là dell’esito del voto: quale che possa essere, queste elezioni rivelano un “qualcosa” che non è di oggi, anche se oggi si rivela in tutta la sua ampiezza e drammaticità: gli Stati Uniti d’America non sono più “uniti”. Il fenomeno non è figlio di Trump: probabilmente si tratta di una infezione che da anni, forse decenni, cova; ma con Trump è esploso; scelleratamente ha fatto di tutto per amplificare il fenomeno. La società americana appare spaccata in due come una mela tagliata da una lama; il solco tra le due Americhe è sempre più largo, profondo. E’ venuto meno quel sentire comune che è riassumibile nel “In God We Trust” o nel detto: “right or wrong my country”.

Il quadriennato di Trump, anche se i suoi supporter sbandierano fieri positivi risultati del PIL e della borsa, è a dir poco disastroso: il dollaro non è più la moneta leader; Silicon Valley perde il suo primato minacciata da Huawei e TikTok; il ruolo di faro (o guardiano) del mondo, è indebolito, appannato. La pandemia fa strage quotidiana. Nella società americana un proliferare di razzisti, antisemiti, negazionisti, e Trump non muove un dito per contrastarli, dissociarsi da loro; anzi, li elegge a rango di patrioti: anche quella destra suprematista armata a cui appartiene la dozzina di “miliziani” che volevano sequestrare e uccidere il governatore del Michigan Gretchen Whitmer; quelle Wolverine Watchmen protagoniste delle manifestazioni violente e rabbiose contro i provvedimenti anti-Covid. Figli legittimi di quel Timothy Mc Veigh che fa esplodere una micidiale autobomba contro un palazzo di uffici governativi a Oklahoma City, provocando una strage.

Joe Biden e Kamala Harris nell’illustrazione di Antonella Martino

Biden e Kamala Harris, se verranno eletti come ci si augura, hanno davanti a loro un compito più che arduo: una vera e propria mission impossible: riappacificare il Paese, restituire agli Stati Uniti la loro anima; riaccendere in quella statua di Frédéric Auguste Bartholdi la fiaccola che Trump ha spento. E sarà un inizio, non una fine. Purtroppo il trumpismo vivrà per molti anni: Trump è il sintomo di una malattia; l’effetto, e insieme la causa. 

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