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Trump in Georgia soffia sul fuoco della menzogna che continua a diffondere

Il presidente partecipa ai comizi ma invece di aiutare i senatori repubblicani in corsa per la rielezione, serve solo i suoi fini alimentando divisioni e sfiducia

Intanto un magistrato federale di Brooklyn ha bloccato l’ordine presidenziale di Trump che aveva negato la regolarizzazione  immigratoria ai giovani portati clandestinamente dai genitori negli Stati Uniti. Il Magistrato ha ordinato che abolire il  DACA (Deferred Action on Child Arrival) piano creato dal presidente Obama per proteggere i “Dreamers”, non rispecchia lo spirito di accettazione degli immigrati nel paese e danneggia una categoria di persone che non ha commesso volontariamente nessuna illegalità e ha ordinato alla Homeland Security di riaccettare le domande per il permesso di soggiorno presentate da questi giovani.

Georgia on my mind cantava Ray Charles con la sua gradevole voce roca, e la Georgia era anche nella mente di Donald Trump ieri sera quando davanti a circa 8mila persone ha tenuto un comizio a Valdosta che, nelle idee degli organizzatori, avrebbe dovuto essere un invito agli elettori per votare per i due candidati repubblicani alle prossime elezioni del 5 gennaio. Non è stato proprio così: i candidati David Perdue e Kelly Loeffler, erano in effetti accanto al presidente sul palco vicino alla First Lady, ma sono stati solo brevemente nominati quando il presidente ha dato loro il suo appoggio politico dicendo che se non verranno eletti sarà la vittoria dei socialisti e dei comunisti, e la folla li ha pressoché ignorati anche se il presidente li ha invitati a votarli perché lui, Donald Trump, ama la Georgia, i mirtilli, i cetrioli e le cipolle di questo Stato.

Poi per 45 minuti, si è buttato a capofitto nella sua fantasiosa ed erratica narrativa sulle elezioni, sulla sua vittoria cancellata con i brogli fatti dai democratici aiutati dai dirigenti locali del partito repubblicano che li hanno avallati. “Lo sapete che ho vinto qui in Georgia, vogliono convincerci che abbiamo perso ma non abbiamo perso”, urlava tra gli scroscianti applausi dei suoi sostenitori estasiati dalle sue parole che, senza mascherina e senza nessun distanziamento scandivano “Usa Usa” sotto una gigantesca bandiera americana. Ovviamente che i voti dello Stato siano stati contati e ricontati per tre volte non lo ha raccontato. Neanche una parola sulla gravissima situazione in cui il Paese si trova, sull’esplosione delle ultime settimane del coronavirus con quasi 15 milioni di americani colpiti dal male che ha causato più di 280 mila decessi. Non un accenno alla crisi economica, ai milioni di americani disoccupati, al piano per lo stimolo economico che langue al Congresso o alla strategia per la distribuzione dei vaccini prima che il 20 gennaio il presidente eletto Joe Biden prenda la guida del Paese. Ha parlato solo di lui e delle insensate recriminazioni sui brogli che non ci sono stati.

Donald Trump (by Antonio Giambanco/VNY).

La rabbia del presidente era già esplosa quando in mattinata dalla Casa Bianca aveva telefonando al governatore repubblicano della Georgia Brian Kemp chiedendogli di convocare una sessione speciale del parlamento statale per ribaltare il risultato elettorale in modo da sostituire i Grandi Elettori democratici con quelli repubblicani quando formalmente si riuniranno il 14 dicembre per eleggere il presidente. Trump gli ha pure chiesto di ordinare un nuovo controllo delle firme sulle schede del voto anticipato.  Kemp ha respinto le pretese del presidente spiegandogli pazientemente di aver già chiesto pubblicamente il controllo delle firme e dei voti tre volte e poi l’idea di convocare una sessione straordinaria della Legislatura statale dopo la certificazione del voto popolare contato tre volte non sarebbe stata possibile. Ma c’è stato poco da fare: subito dopo la telefonata, è partita la solita valanga di twitt del presidente contro Kemp e contro la “corrotta” macchina elettorale repubblicana dello Stato.

Da vedere come peserà questo show personale del presidente alle elezioni del 5 gennaio. L’invito di Trump ai suoi irriducibili di votare per i due candidati repubblicani c’è stato, tiepido, ma c’è stato. Però nei giorni precedenti due dei suoi avvocati del team legale sono andati in Georgia invitando gli irriducibili a boicottare le elezioni per mettere in difficoltà il governatore e tutti gli altri repubblicani dello Stato. E non solo. Molti repubblicani moderati innanzi a questa falsa e infiammante retorica contro il Gop statale, si sono distaccati dal partito accusando la leadership repubblicana di Washington di non contrastare le infondate accuse del presidente rendendosi complici del degrado democratico causato e minacciano di non andare a votare per solidarietà con il governatore e con il segretario dello Stato Brad Raffensperger che ha certificato il risultato elettorale, entrambi popolarissimi nello Stato. Domenica mattina proprio Raffensperger ha ribadito in una intervista ad Abc News  che le elezioni dicono che Donald Trump ha perso. “Non abbiamo trovato frodi sistemiche, non tali da ribaltarne l’esito. Abbiamo 250 indagini in corso ma per ora non abbiamo scoperto nulla che possa cambiare la volontà degli elettori qui in Georgia”, ha spiegato, aggiungendo di non avere dubbi sulla sconfitta di Trump. “Triste ma vero, avrei desiderato che vincesse, sono un repubblicano conservatore e quindi sono deluso ma questi sono i risultati”.

“Quello che sta facendo il presidente – afferma Jeff Duncan, vicegovernatore della Georgia, ai microfoni della Cnn nel programma domenicale State of The Union – è disgustoso, non americano, non democratico. Continuare a soffiare sul fuoco della disinformazione per mantenere una falsa narrativa sta disincentivando l’elettorato moderato che vuole prendere le distanze dalla Casa Bianca e difendere l’onestà dei politici locali”.

E questo dei repubblicani che non intervengono per bloccare la strategia bugiarda del presidente è stato evidenziato dal Washington Post che sabato ha pubblicato un sondaggio al Congresso. Solo 25 parlamentari repubblicani riconoscono la vittoria di Joe Biden, due la attribuiscono a Donald Trump, mentre gli altri 222 (pari quasi al 90% degli eletti del Gran Old Party al Congresso) non dicono chi ha vinto o non rispondono. Il quotidiano ha posto altre due domande ai 249 senatori e congressmen repubblicani. All’interrogativo se riconosceranno Biden come prossimo presidente legittimamente eletto qualora vinca la maggioranza del collegio elettorale, il numero dei sì aumenta solo fino a 30, quella dei ‘no’ resta a 2, mentre 217 non si sono sbilanciati. Solamente 9, infine, si oppongono alla campagna di bugie del presidente per rivendicare la vittoria, 8 la sostengono ma 232 non hanno voluto rispondere.
Il risultato, scrive il Washington Post evidenzia la paura che la stragrande maggioranza dei repubblicani ha di Trump e sottolinea come lui sia il vero capo del partito nonostante che sia stato il terzo presidente negli ultimi 80 anni a perdere una rielezione per il secondo mandato. 

Questa sera ci sarà il dibattito in Georgia tra due dei candidati: il democratico Raphael Warnock e la repubblicana Kelly Loeffler. L’altro dibattito, quello tra il repubblicano David Perdue e il democratico Jon Ossoff non ci sarà perché Perdue si è rifiutato di partecipare in seguito alla valanga di rivelazioni scottanti sui suoi investimenti in borsa al tempo del covid-19. Perdue ha ottenuto circa 85mila voti in più di Ossoff alle elezioni del 3 novembre. Warnock è stato avvantaggiato perché nelle fila repubblicane correva anche Doug Collins oltre a Loeffler e il voto si è diluito. Per i democratici c’è l’ex candidata a governatore Stacey Abrams che con la sua organizzazione “Fair Fight Action” ha portato ai seggi elettorali 800.000 nuovi votanti. Il Washington Post evidenzia poi come nella gara si giochi fino all’ultimo voto sottolineando come molti giovani hanno compiuto la maggiore età dopo il 3 novembre e i loro voti potrebbero fare la differenza. Ai repubblicani basta anche un solo dei due seggi in palio per conservare la maggioranza al Senato.

Sabato anche la California ha certificato l’esito del voto dando ufficialmente a Joe Biden i grandi elettori necessari per essere eletto presidente. Al momento il presidente eletto ha 288 voti, contro i 222 di Donald Trump. Per ottenere la presidenza ne bastano 270. Sempre in California i lavori per la costruzione del muro, cavallo di battaglia di Donald Trump alle passate presidenziali, procede a piccolissimi passi. Nessuno si fa molte illusioni che dopo che Joe Biden entrerà alla Casa Bianca i lavori verranno del tutto fermati e ci saranno nuove regole per l’immigrazione negli Stati Uniti, specialmente ora dopo che un magistrato federale di Brooklyn ha bloccato l’ordine presidenziale di Trump che aveva negato la regolarizzazione  immigratoria ai giovani portati clandestinamente dai genitori negli Stati Uniti. Il Magistrato ha ordinato che abolire il  DACA (Deferred Action on Child Arrival) piano creato dal presidente Obama per proteggere i “Dreamers”, non rispecchia lo spirito di accettazione degli immigrati nel paese e danneggia una categoria di persone che non ha commesso volontariamente nessuna illegalita’ e ha ordinato alla Homeland Security di riaccettare le domande per il permesso di soggiorno presentate da questi giovani. Da sottolineare che tutti i piani di riforma che Biden vorrà fare sono strettamente legati all’esito delle elezioni in Georgia. Il via libera per i dem ci sarà solo se i repubblicani dovessero perdere tutti e due i seggi.

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