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Conte, Renzi e la buona società dell’eterno fascismo italiano

Chi osserva non sa come finirà questa crisi di governo. Sa però che la critica, la discussione che ne è nata, è la radice di ogni libertà. Vale in sè

Matteo Renzi con l'immagine di Giuseppe Conte (YouTube)

Un “Tana liberi tutti”. Così il più cospicuo piano di spesa pubblica dal 1945 ad oggi (il Ricovery Fund), viene ridotto ad appunto frettoloso, lo invia poche ore prima della sua discussione al Consiglio dei Ministri, tentando di sottrarlo cosi alla discussione, e poi si corre su FB a magnificare il proprio ruolo provvidenziale: l’Avvocato della Provvidenza.

Ieri, sul Corriere della Sera, Enrico Letta, riferendosi ovviamente a Matteo Renzi e alla sua scelta di uscire dal Governo Conte II, ha definito “lo strappo, follia di una sola persona”. È un giudizio che riflette quello che pensa “la buona società” politica di questa crisi. Intendiamoci: “Il folle” è già capace di suscitare da sé legittime critiche: per il consueto modo un po’ sbruffone di agire; per l’attardarsi sulla tattica e lo sfumare sui principi (per dirne una: pure lui ha votato “il taglio dei parlamentari”, la rozza mutilazione del Parlamento che merita interamente e scientificamente la qualifica di fascista); per quel suo volersi dire di sinistra, essendo un centrista nato: quasi che “il centro” non fosse il luogo politico-culturale in cui si è formata la democrazia in Italia (e a cui ogni sedicente “forza politica” afferma di voler tendere).

Ma il punto qui non è l’ampia criticabilità di Renzi. È il senso di compattamento, un chiudere le imposte e levare i ponti, un additarlo alla più speciosa “alterità”, in una parola, il consegnarlo alla veste di “Nemico Pubblico”. Atteggiamento che dice della pigrizia morale e del vuoto politico su cui è costruita “la buona società” italiana, politica, culturale.

C’è una vasto assortimento di caratteri, in questa “buona società”. Ci sono le “buone maniere” di Andrea Scanzi e Marco Travaglio, aggressori seriali di qualsiasi idea di “innocenza”.

C’è la bohème a contratto dei Giuliano Ferrara: che sostiene oggi i detrattori più feroci di ogni suo precedente riferimento politico (da Craxi a Berlusconi, allo stesso Renzi), originata sempre attraverso lo stesso arnese della liquidazione giudiziaria, tante volte a parole contestato.

C’e la plebe a cottimo dei Di Maio, ammessa ai lustrini della ribalta, e alla “bella vita” a carico dell’erario, tante volte sognata per sé, e tante volte maledetta per gli altri.

C’è il funzionariato impettito e sacerdotale dei Franceschini: la cui funzione è di salmodiare sempre nuove e buone ragioni per giustificare l’occupazione del potere: passando dal “Conte extrema ratio”, argine unico per respingere Salvini, al “Conte” nuovo Ferruccio Parri, come è stato argutamente detto.

Sebbene Salvini fu respinto solo grazie allo stesso spirito “incursore” renziano, oggi sotto accusa.

C’è la retrograda e analfabeta avanguardia delle professioni, à la Alfonso Buonafede (la colpa vale come un dolo senza prove),  à la Laura Castelli (“questo lo dice lei”, sciorinato, a sostegno di una frescaccia sullo spread, ad un attonito Prof. Padoan).

Buona, ottima società politica, dunque, per il cui mortifero congelamento, inventarsi ogni sorta di “pericolo imminente” (da Salvini alla Pandemia, per non andare troppo lontano). Anche se poi di Matteo Salvini si mantengono qualificanti decreti-sicurezza (quelli dei “porti chiusi”, maquillage, a parte), e reazionarie normative a base di “marcire in galera”.

Perché non sono decisivi i fatti (la pandemia, ovviamente, esiste), ma come vengono ricostruiti, modellati, smussati in un aspetto, esaspersti in un altro, cioè ricostruiti da un qualche pulpito di ortodossa e ammonitrice pedagogia (oggi, con locuzione à la page, di dice “narrazione”).

Tanto che si può persino assistere anche alle questua dei “responsabili”, dei “costruttori”, cioè a quella stessa pesca a strascico di parlamentari disposti a cambiare schieramento, già additata come un male assoluto.

Al punto che fu posta a giustificazione del rammentato “taglio” dei parlamentari, perché meno sono meno si “venderanno”.

Un “Tana liberi tutti”. Così il più cospicuo piano di spesa pubblica dal 1945 ad oggi (il Ricovery Fund), viene ridotto ad appunto frettoloso, lo invia poche ore prima della sua discussione al Consiglio dei Ministri, tentando di sottrarlo cosi alla discussione, e poi si corre su FB a magnificare il proprio ruolo provvidenziale: l’Avvocato della Provvidenza.

E così è divenuta centrale e determinante la figura di Rocco Casalino, Menestrello della Propaganda, che stabilisce chi può fare le domande e chi no al Presidente del Consiglio, su quali argomenti e su quali no, a pena di finire sulla lista dei proscritti. E quest’ultima conquista democratica, nel generale silenzio dei “giornalisti professionisti”, tutti cresciuti a pane e “cani da guardia della democrazia”, a sentir loro.

Renzi perciò, probabilmente suo malgrado, rischia di rivestirsi dei meriti che i suoi avversari gli hanno cucito addosso, come una divisa. Quella del “guastatore”, della “stecca nel coro”.

Chi osserva non sa come finirà questa crisi-forse, questa crisi-chissà. Sa però che la critica, la discussione che ne è nata, è la radice di ogni libertà. Vale in sè.

Invece, fomentare paure, distogliere dai “contenuti politici”, additare un Nemico Pubblico,  insomma, maledire chi sta o finisce fuori” dalla “buona società”, è la radice del sempreverde albero della tirannia, dell’ “eterno fascimo italiano” (Sciascia dixit).

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