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Conte cerca voti per la sua maggioranza, ma Mattarella è stanco e vuole stabilità

Dopo il voto di fiducia, il premier deve trovare qualcuno che allarghi la base del suo governo. Le opposizioni chiedono le elezioni e l'intervento del Quirinale

Giuseppe Conte e Sergio Mattarella (Quirinale)

Sono giorni in cui Giuseppe Conte è molto indaffarato.

Sale e scende dal colle del Quirinale, parla con Mattarella della sua nuova maggioranza, lavora giorno e notte per trovare qualcuno, tra gli scranni del Senato, che sia disposto a salire sul suo carro. A questo “qualcuno”, però, non offre la comodità di una maestosa carrozza foderata, trainata da bianchi destrieri e adornata d’oro. Offre piuttosto una piccola biga, trascinata da un modesto mulo da soma che spera di non incontrare buche durante il percorso, terrorizzato all’idea di sfasciarsi alla prima scossa.

Con i numeri ottenuti in aula martedì sera, per il Premier la situazione si fa complessa. 156 voti a favore significano solo una cosa: Matteo Renzi sarà ancora decisivo. Basta un suo pollice verso e il gruppo di senatori di Italia Viva, 18 in totale, potrebbe iniziare a votare contro i futuri provvedimenti proposti dal governo, mettendolo in minoranza alla prima fiducia. Come non bastasse, dei già pochi consensi usciti dal Senato, tre provengono dai senatori a vita Liliana Segre, Mario Monti ed Elena Cattaneo. Una base davvero troppo instabile.

Il Presidente Conte durante l’intervento di martedì al Senato

Così, per Conte, l’obiettivo è quello di rafforzare la maggioranza. Non si sa esattamente come, se promettendo incarichi e poltrone agli ex “voltagabbana”, oggi chiamati “responsabili”, oppure convincendo i reticenti con un programma di governo credibile e convincente.

Il centrodestra la sua risposta l’ha già data. In una nota congiunta ha infatti fatto sapere che “il Paese non può restare ostaggio di un governo incapace, arrogante e raccogliticcio. Si tratta di una minoranza di governo che continua la sfacciata e scandalosa compravendita di parlamentari e che non si fa scrupoli a imbarcare chi, eletto col centrodestra, ha tradito l’impegno preso con gli elettori”. Il riferimento ai due senatori di Forza Italia, Rossi e Causin, è evidente, ma le ultime indiscrezioni su un piccolo plotone di forzisti pronti a spostarsi dalla parte di Conte fanno tremare anche Salvini e Meloni. “In ogni caso il centrodestra – prosegue la nota – intende rappresentare al Presidente della Repubblica il proprio punto di vista sulla situazione che è ormai insostenibile”. Per l’opposizione la strada è una sola: elezioni.

Giorgia Meloni, Matteo Salvini e Silvio Berlusconi (Facebook Lega)

In realtà la via di urne, pur non essendo quella preferenziale, è accettata anche dal Partito Democratico per ammissione del dirigente democratico Goffredo Bettini, che ha dichiarato “bisogna allargare la maggioranza o elezioni, il Pd non le teme”. Posizione che, in effetti, ci era già stata confermata dall’Onorevole La Marca qualche giorno prima del voto in Parlamento.

Gli unici a vedere il voto come fosse kryptonite sono Matteo Renzi, Conte e il Movimento 5 Stelle. Italia Viva, partito che esiste nelle aule senza mai essere stato testato dagli italiani, verrebbe infatti ridimensionata. Con lei anche il Movimento, che prenderebbe, stando agli ultimi sondaggi, il 14/15%. Un tracollo totale se si considera che, in Parlamento, occupa il 33% delle poltrone.

Conte, dal canto suo, continua nel tentativo di rimanere a Palazzo Chigi e l’idea di un patto di legislatura, proposto alle forze di governo ancor prima dell’inizio della crisi, rimane tra i suoi cavalli di battaglia. Per farlo, però, non bastano i voti di qualche transfugo. Servirebbe un nuovo gruppo parlamentare, capace di diventare la famosa “quarta gamba” di una sedia per ora composta da M5S, PD e LeU. I tempi per crearlo sono variabili: da un minimo di 5 giorni a un massimo di 2 settimane.

Nel frattempo, Mattarella non può far altro che osservare in silenzio e chiedere cortesemente di accorciare i tempi, forse troppo stanco per gestire una nuova contrattazione politica. Vuole certezze, risposte precise e numeri solidi.

“Dejavù”, starà probabilmente pensando. Ancora una volta, in Italia, di stabilità non c’è traccia.

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