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100 anni dalla scissione di Livorno: dal PCI allo psicodramma della sinistra italiana

L’eterno virus scissionistico ammorba la sinistra dalla nascita del Partito Comunista, conseguenza di una drammatica antitesi ideologica e organizzativa.

La prima pagina del quotidiano comunista Ordine Nuovo

Il baratro che si sta aprendo davanti al Governo italiano, in un momento il più drammatico dell’ultimo secolo, in una Nazione in stato d’assedio e all’estremo delle forze, con l’uscita dei ministri del partito personale di Matteo Renzi è una scena déjà-vu nella storia della sinistra italiana, che è costellata a ritmica cadenza da simili gesuitici “distinguo”. Oggi il gesto plateale avviene in forma alquanto anomala e baggiana, dal momento che Renzi, di area democristiana, boy scout di azione cattolica, aveva già sbattuta la porta al PD, si dice oggi per sete di potere o narcisismo, e aveva fondato il 16 settembre 2019 un suo partito personale di pochi punti percentuali, Italia viva (Iv). L’assurdo di questo braccio di forza è che con la sua percentuale nei sondaggi e con la riforma della rappresentanza parlamentare che passa nella Camera da 630 a 400 deputati e nel Senato da 315 a 200 senatori, massimo 5 senatori a vita, corre il ben calcolato rischio di non entrare più in Parlamento. Può anche avere tutte le ragioni del mondo con un Presidente del Consiglio, autocrate per tutte le stagioni che marcia a ritmo di ordinanze e decreti legge (Dpcm). Se si andrà a votare con le legge elettorale da lui fatta approvare con la soglia del 3%, rischia di grosso. Non ha forse messo in conto, come prima Salvini, dei giochi pirotecnici della politica italiana e del cambio di casacca e vessillo con l’avallo dei Presidenti della Repubblica. Napoletano docet.

Comunque si risolverà la crisi, essa resterà un vulnus della democrazia italiana, nella nostalgia dei tempi mitici in cui decideva il partitino repubblicano, l’edera di Ugo La Malfa. In genere i commentatori politici ricordano l’esperienza ultima di Fausto Bertinotti, segretario di Rifondazione Comunista di estrema sinistra (8,6%) che tolse nel 1998 l’appoggio al primo governo Prodi e produsse altra scissione e la nascita dei Comunisti italiani. Ma essa fu la prima di una serie di una ventina di scissioni a seguire negli ultimi decenni.

Questo volevo premettere per evidenziare le discrepanze tra l’agire di oggi e la profondità e serietà degli ideali di un tempo, vissuti quotidianamente nelle Sezioni di partito, capillarmente dislocati in tutti i comuni d’Italia, come le parrocchie e le caserme dei carabinieri, gestite da fedeli mai abiuranti, che vivevano l’esperienza socializzante di veri “amici” o “compagni”. Così le ricordo assieme a tanti che ne hanno vissuto le esperienze soprattutto nel perimetro ristretto dei paesi.

Tutto cominciò nel XIX secolo con la nascita del pensiero socialista di Robert Owen in Inghilterra, ma soprattutto con il sansimonismo francese, sfociato nella corrente utopistica di Auguste Blanqui rivista e superata da Pierre-Joseph Proudom con il suo socialismo libertario. Altra tappa fondante fu il Manifesto del Partito Comunista di Karl Marx e Friedrich Engels pubblicato a Londra il 21 febbraio 1848 su richiesta dalla Lega dei Comunisti, che si apriva con il celebre: “Proletari di tutti i Paesi, unitevi!” (Proletarier aller Länder vereinigt Euch!).

Gennaio 1921: il Congresso del PSI a Livorno che portò alla scissione e nascita del PCI

Ma il reale inizio che avrebbe segnato la società moderna, diciamo con una forma abusata, “globalizzata”, avvenne nel 1864 con la Prima Internazionale dei lavoratori o Associazione internazionale dei lavoratori, che raccoglieva le due anime di tutti i movimenti socialisti europei, quella anarchica e rivoluzionaria alla Rosa Luxemburg e quella marxista. In Italia comunque furono presenti dalla fine dell’Ottocento ai primi del Novecento due correnti, i Socialisti rivoluzionari di Andrea Costa e i riformisti di Filippo Turati con il suo “socialismo dal volto umano” che sosteneva il Riformismo, la supremazia del parlamento, lo sviluppo del socialismo nel sistema borghese. Già da allora la frattura era stata ricomposta nel 1908, quando al Congresso di Firenze l’ala massimalista di Ferri era uscita democraticamente sconfitta.

Tuttavia il momento clou fu il XVII Congresso del Partito Socialista Italiano che si tenne al Teatro Goldoni di Livorno dal 15 al 21 gennaio 1921, nello scontro sempre in atto all’interno del movimento operaio internazionale tra le due anime mai conciliate, la componente rivoluzionaria e la riformista. Tutto esplose sulla richiesta dell’Internazionale Comunista di espellere dai partiti ad essa aderenti o intenzionati a farne parte la componente riformista e sull’adesione ai principi dettati dal Komintern russo. Dopo giornate convulse in un clima tumultuoso e turbolento, il Congresso registrò la scissione del gruppo comunista che abbandonò i lavori di fronte al rifiuto della maggioranza di estromettere i riformisti. Dalla defezione Antonio Gramsci e Amadeo Bordiga diedero vita al Partito Comunista d’Italia del quale divenne segretario Bordiga. Come organo di informazione e formazione del partito Gramsci fondò nel febbraio del 1924 L’Unità che sarà la voce dei lavoratori e simbolo della loro appartenenza, da portare sotto il braccio, fino alla sua dolorosa e ignobile privatizzazione del 1997, con l’indecoroso seguito di passaggi fino alla sua definitiva chiusura nel 2000. Era la sorte che avrebbe subito nello stesso anno la storica sede di Botteghe Oscure, n. 4, ristrutturato come Bottegone nel 1938, ignominiosamente svenduta nel 2000 dai Ds (svolta Ds socialdemocratica con Massimo D’Alema, segretario Walter Veltroni) all’Associazione Bancaria Italiana (ABI). Ad estrema sfida e beffa del destino proprio di fronte Salvini avrebbe stabilito gli uffici della sua “Lega per Salvini premier”, il suo partito sovranista e nazionale, simpatizzante di Putin e di Trump.

28 ottobre 1922: Benito Mussolini durante la marcia su Roma

28 ottobre 1922: Benito Mussolini durante la marcia su Roma

Il 28 ottobre 1922 sarebbe avvenuta la marcia su Roma del Partito Nazionale Fascista (PNF), guidato da Benito Mussolini, strabiliante coincidenza della storia, in concomitanza di mesi con l’elezione di Stalin a segretario del PCUS e alla nascita dell’URSS. Seguirono nel 1924 il delitto Matteotti e nel 1925 il Manifesto degli intellettuali antifascisti, promosso da Croce e firmato anche dal comunista Amendola. Nel 1926 fu arrestato Gramsci e condannato a 20 anni di carcere a Turi e gli succedette come segretario Palmiro Togliatti. Monumento storico-letterario sono oggi i 33 Quaderni del Carcere che sono il documento impareggiabile di analisi storica, artistica e letteraria assieme al voluminoso epistolario del quale vogliamo ricordare per la dignità e umanità la lettera alla madre del 1928: «Non ho mai voluto mutare le mie opinioni, per le quali sarei disposto a dare la vita e non solo a stare in prigione […] vorrei consolarti di questo dispiacere che ti ho dato: ma non potevo fare diversamente. La vita è così, molto dura, e i figli qualche volta devono dare dei grandi dolori alle loro mamme, se vogliono conservare il loro onore e la loro dignità di uomini».

In estrema sintesi poi venne l’attività clandestina assieme al partito socialista, unificatisi nel 1934, lo sciagurato Patto di ferro del duce con Hitler del 22 maggio 1939 e l’entrata in guerra, col celebre discorso di Mussolini dal balcone di Palazzo Venezia il 10 giugno 1940. E furono gli anni gloriosi dell’orgoglio nazionale della Resistenza che si espressero nell’unione antifascista di Lione e nel Comitato di Liberazione nazionale presieduto da Ivanoe Bonomi, in cui la Brigata Garibaldi comunista diede un contributo forte e decisivo nonostante il boicottaggio degli Alleati. A documento perenne Le lettere di condannati a morte della Resistenza europea raccolte da Malvezzi e Pirelli nel 1954. Nel secondo Governo Badoglio dell’aprile 1944 Togliatti fu vicepresidente. Ancora presente sarà al momento della Liberazione nel Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia del 1945. I verbali della Costituente testimoniano l’equilibrio di Togliatti che accettò i Patti Lateranensi, accordi impropri in una Costituzione, ed evitò lo scoppiò di una guerra civile dopo il suo attentato nel luglio del 1948.

Possiamo qui ricordare per sommi capi gli anni dell’ossequio ai dettami di Stalin in quel sentire popolare del “A da venì Baffon “e agli immensi sventolii delle bandiere rosse con falce e martello della potente organizzazione sindacale delle CGIL, la prima, fondata il 3 giugno 1944 di fronte alla nomea democristiana che i comunisti mangiassero i bambini. Si può ricordare l’accusa del “libero amore”, quando invece vigeva un atteggiamento pruriginoso riguardo al sesso tanto che il Migliore (Togliatti) dovette nascondere la sua storia con Nilde Jotti. Si potrebbe condannare un certo rigorismo formalista, ma nessuno potrà mettere in dubbio la fede in quell’ideale di giustizia sociale che ha fatto del comunismo italiano una religione.

Il leader del PSI Bettino Craxi con quello del PCI Enrico Berlinguer agli inizi degli anni Ottanta (Wikimedia)

Sono a tutti note le vicende del partito da Palmiro Togliatti a Enrico Berlinguer con il quale raggiunse il maggiore consenso elettorale e che avviò il processo verso il Governo, denominato “compromesso storico”, bloccato dalle Brigate rosse e dall’assassinio di Moro. Partecipavo ad un corso di russo a Djuni presso Leningrado, quando lessi sulla Pravda dello strappo di Berlinguer nel 1977 a Mosca per il 60° anniversario della rivoluzione d’ottobre: «L’esperienza compiuta, ci ha portato alla conclusione che la democrazia è oggi non soltanto il terreno su cui l’avversario di classe è costretto a retrocedere, ma anche il valore storicamente universale sul quale fondare una società socialista», lodata da quel Nikita Chruščëv, che si disse colpito dalle parole del nostro leader. Poi la restaurazione di Leonid Brezhnev, la primavera di Praga, fino alla caduta del muro di Berlino, con il conseguente convegno della Bolognina del novembre 1989 e la definitiva liquidazione del partito il 3 febbraio 1991 da parte di Occhetto con la nuova sigla PDS (Partito democratico della Sinistra) che attraverso altri sbiancamenti sarebbe divenuto semplice PD, Partito democratico, senza qualificazione.

Achille Occhetto, ultimo segretario del PCI e primo dell’erede PDS

Proprio il 19 gennaio è morto a 97 anni Emanuele Macaluso. Commenta Mattarella: «Ne ho apprezzato l’intelligenza e il senso del bene comune», e l’amico Napolitano ne ricorda il suo «appassionato impegno politico e di difficili battaglie comuni, affrontandole nella prospettiva di un socialismo riformista di stampo europeo e di un’Italia più giusta, solidale e attenta al mondo del lavoro».

Era l’ultima memoria storica del partito a chiusura definitiva di un’epoca di lotte che avevano portato allo Statuto dei lavoratori del 20 maggio 1970, alle memorabili campagne sul divorzio (L. 898, Fortuna-Baslini) con referendum abrogativo del 1974 e sull’aborto (L. 194, 22 maggio 1978) e referendum del maggio 1981, promossi con fede incrollabile dal gigante libertario e progressista il radicale Marco Pannella, che purtroppo non ha trovato un degno successore, proprio per la sua caratura, testimonial di lotte solo Emma Bonino.

Ecco sono passati cento anni e l’epidemia del partito non è finita da quando con la caduta del muro di Berlino e la liquidazione dei Paesi del Comecon tra il 1989 e il 1991, la debole segreteria di Natta portò alla liquidazione da parte Achille Occhetto di un partito ancora prospero e vivo. Le ultime recenti evoluzioni e involuzioni lo hanno ridotto e snaturato ad un partito di media influenza tra errori, scomparsa di chiari programmi e infinite ricollocazioni senza ideologia. Resta nel DNA quel peccato originale della sinistra che per troppa democrazia crede di avere in ogni protagonista la formula magica, quella dettata dal loro dio che serve a difendere l’uguaglianza e la felicità dei Popoli. Così nello stesso Partito socialista italiano (PSI) originario, nato rivoluzionario a Forlì nel 1884, Giuseppe Saragat nel 1947 con la scissione di Palazzo Barberini fondava il Partito Socialista dei Lavoratori Italiani, poi Partito Socialista Democratico Italiano (PSDI). Passava dagli anni d’oro dell’alternativa di sinistra promossa da Francesco De Martino nel 1974, fino al suo mutamento dei simboli comunisti con il garofano rosso nel turbinoso periodo di Bettino Craxi tra lotte tra fazioni interne e nella definitiva diaspora con il suo esilio ad Hammamet e la sua liquidazione con la rivoluzione giudiziaria di “mani pulite”.

Oggi, quando c’è da chiedersi se il partito e i suoi ideali esistono ancora, sarebbe troppo superficiale volere ripercorrerne le tappe nell’attimo di un respiro, quale è lo spazio giornalistico. Certamente potrebbe apparire un’esagerazione l’epigrafe di Pasolini del 1974: «Il Pci è un Paese pulito in un Paese sporco, un Paese onesto in un Paese disonesto, un Paese intelligente in un Paese idiota, un Paese colto in un Paese ignorante». Era per il grande scrittore ed opinionista un atto di amore. Ma certamente in quel partito Togliatti poteva citare il greco o le Egloghe di Virgilio, in contrasto con l’altro sommo statista De Gasperi che citava in latino, anche se erano comunisti i grandi latinisti da Concetto Marchesi a Bufalini e Natta.

La scissione, promessa con l’illusione di possedere la verità, non ha permesso alla Sinistra uno stabile governo del paese, come avvenne per la Democrazia cristiana che credette in un partito interclassista nel pluralismo di posizioni da destra a sinistra, a rappresentare le anime di tutto il popolo italiano.

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