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Al Senato si fanno i primi conti sul processo di impeachment e Trump può sorridere

La mozione del Senatore del Gop Rand Paul contro la legittimità del processo per un ex presidente viene respinta ma ottiene già i voti per non condannare

La giornata di oggi al Senato si conclude con un pessimo auspicio per il processo di impeachment contro Donald Trump, la cui data di inizio è fissata per il prossimo 9 febbraio. Il Sen. Rand Paul, repubblicano del Kentucky, ha avanzato una mozione per dichiarare “incostituzionale” il processo contro l’ex Presidente. I democratici si sono opposti a questa teoria, respingendola con 55 voti contrari ma ben 45 sono stati a favore. Secondo una prima dichiarazione del Sen. Paul, con questi numeri “il processo per impeachment è morto prima di iniziare”. Per condannare Trump al Senato servirebbe una super maggioranza di 67 senatori, numero ben lontano da quello visti oggi.

I repubblicani hanno cambiato strategia. Dopo alcune voci di condanna a seguito dell’assalto al Campidoglio dello scorso 6 gennaio, il GOP sembra aver riserrato le fila intorno alla teoria giuridica secondo la quale non sarebbe possibile condannare un ormai ex Presidente. Secondo il Washington Post, prima del voto i senatori repubblicani si sarebbero incontrati per un pranzo con Jonathan Turley, un professore della George Washington University, che avrebbe confermato la linea.

Soltanto 5 senatori del GOP hanno votato contro la mozione: Susan M. Collins (Maine), Lisa Murkowsky (Alaska), Mitt Romney (Utah), Ben Sasse (Nebraska) e Patrick J. Toomey (Pennsylavia). Nonostante il voto, Murkowsky ha dichiarato che “sia straordinariamente improbabile che il presidente venga condannato”, rammaricandosi per l’assenza di un dibattito vero e proprio sulla mozione.

Chuck Schumer, leader della maggioranza democratica al Senato, ha rigettato la tesi del Sen. Paul, bollando come assurda l’idea che un presidente possa sfuggire alla responsabilità delle sue azioni grazie alle dimissioni (o, come in questo caso, alla fine del mandato). Per provare le sue ragioni, il Senatore di New York ha portato un precedente del 1876, quando William Belknap, Segretario della Guerra di Grant, fu messo sotto impeachment dopo le sue dimissioni per un’accusa di corruzione. Il processo andò avanti nonostante non fosse più in carica e finì con un’assoluzione da parte del Senato.

Trump il 6 gennaio durante il discorso che infiamma i dimostranti contro Capitol Hill (youtube)

Mitch McConnell, leader della minoranza repubblicana, ha votato a favore della risoluzione, sebbene negli scorsi giorni non avesse lesinato dure critiche contro Donald Trump. McConnell aveva accusato l’ex Presidente di aver “provocato” l’assalto al Campidoglio e per questo era contato fra coloro che avrebbero potuto scegliere di condannarlo al Senato.

Alcuni repubblicani hanno accusato i senatori democratici di voler spaccare l’opinione pubblica, invece di cercare giustizia. Per il Sen. John Cornyn (Texas), il processo, che si rivelerà inconcludente, “è un tentativo di mettere in imbarazzo non soltanto l’ex Presidente ma anche i membri del partito [repubblicano]”. Segno che molti nel GOP non siano pronti a rinnegare il trumpismo o mettere da parte la disciplina di partito.

I democratici, in sinergia con il Presidente Biden, avevano deciso di concedere a Trump alcuni giorni per preparare la sua difesa, lasciando al Senato il compito di confermare le nomine della nuova amministrazione. Adesso, numeri alla mano, l’unica opzione rimasta alla maggioranza è quella di condurre un processo che possa convincere almeno altri 12 senatori repubblicani, compito indubbiamente difficile. Ma la delusione aleggia fra coloro che pensavano che i membri del GOP potessero mettere da parte la linea di partito per condannare uno degli episodi più gravi della storia statunitense.

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