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Chi va con Draghi? Mattarella vuole tutti uniti, ma i partiti all’interno si spaccano

Le consultazioni hanno preso il via, ma le posizioni in Parlamento sono sempre più incerte. Le contraddizioni maggiori emergono nel centrodestra e tra i 5 Stelle

Mario Draghi durante il colloquio con Sergio Mattarella (Quirinale)

Iniziate le consultazioni tra Mario Draghi e le forze politiche, la situazione diventa ogni ora più chiara. In poche parole si riassume così: questo Parlamento non può portare da nessuna parte.

Nonostante si parli di nomi, partiti e alleanze, si trascura il problema strutturale dell’attuale politica italiana. Con la Camera e il Senato che ci troviamo oggi, creati con una legge elettorale pensata apposta per non ottenere una maggioranza solida, è impossibile anche solo pensare a un futuro fatto di stabilità.

Il Presidente della Repubblica, nel suo discorso di martedì, ha chiesto unità nazionale a supporto del Professor Draghi, evocando un governo tecnico che si occupi di risolvere le questioni più urgenti del Paese. La verità, però, è che un governo squisitamente tecnico non esista e non sia mai esistito. La definizione è buona solo per i manuali di politologia. Ogni esecutivo deve prendere delle scelte e, come ovvio che sia, ogni scelta è dettata dalla politica.

Sergio Mattarella mentre annuncia la volontà di nominare un governo tecnico (Quirinale)

Per questo, nonostante l’appello condivisibile di Mattarella, viene da pensare che persino Draghi, sorretto da un maggioranza allargata, possa incagliarsi nelle odiose sabbie mobili del Parlamento. D’altronde, sarà proprio da lì che i provvedimenti presi dall’ex numero uno della BCE dovranno passare. E pensiamo a cosa potrebbe succedere se, a mettersi insieme, fossero il PD, i 5 Stelle e parte della destra. Draghi sceglierebbe il reddito di cittadinanza o il finanziamento alle imprese? Quota 100 o il ripristino della legge Fornero? La flat tax o la patrimoniale?

Chiedere a forza politiche che la pensano in modo opposto di mettersi insieme non è un gesto di responsabilità. È un invito alla creazione del caos. E infatti il caos dilaga.

Il leader del centrodestra Matteo Salvini dopo le consultazioni con Mattarella (Quirinale)

I primi a spaccarsi sono quelli del centrodestra. Uniti nelle consultazioni con Roberto Fico nei giorni scorsi, a quelle con Draghi che li attendono domani si presentano separatamente. Perché? Perché ognuno di loro ha un’idea diversa. Forza Italia, con a capo non più Antonio Tajani ma direttamente Silvio Berlusconi, vede in Draghi un angelo custode e lo voterà con tutte le sue forze. Posizione opposta da parte di Fratelli d’Italia, dove Giorgia Meloni vede nelle elezioni l’unico punto di arrivo. La Meloni però, consapevole dell’importanza che la coalizione rappresenta, ha proposto un compromesso: sceglierà la via dell’astensione soltanto se l’intero centrodestra lo farà con lei. Vaga, infine, l’idea della Lega. Matteo Salvini alterna ogni due ore una richiesta di elezioni a un’apertura a Draghi. “Non abbiamo pregiudizi su nessuno, ascolteremo quello che avrà da proporre e valuteremo”. Anche se poi annuncia con “O Grillo o noi” e “O le nostre misure o quelle del PD”, e anche “o le elezioni a breve o un governo Draghi, ma che non sia per due anni”. Salvini si mantiene nell’incertezza più totale, ben sapendo che la maggior parte dei suoi elettori vogliano le urne e che invece membri di spicco del partito, Giorgetti su tutti, vedano Draghi con un occhio di favore.

Anche tra le fila dei 5 Stelle si ascolta un brusio disordinato. Prima Vito Crimi annuncia il “no” del Movimento alla fiducia chiesta da Draghi. Toninelli lo segue alzando i toni e infine Di Battista, il più ortodosso tra i pentastellati, definisce Draghi un “apostolo” e scrive “qualsiasi sostegno (diretto, indiretto o mascherato) ad un governo Draghi diventerebbe un NO Conte Presidente del Consiglio e Sì a Renzi. Ovvero a colui che ha creato tutto questo. È inaccettabile”.

Poi, dopo poco più di dodici ore, Giuseppe Conte si presenta alla stampa e, in un discorso di un paio di minuti tenuto davanti a Montecitorio, si toglie qualche sassolino dalla scarpa. Dice di non essere contrario alla formazione del governo Draghi, di non voler ostacolare nessuno e di “cercare i sabotatori da un’altra parte”. Il riferimento a Renzi è sin troppo evidente. Chiede però un governo politico “solido e sufficientemente coeso per poter operare scelte politiche. Le esigenze del paese richiedono scelte politiche e non possono essere affidate a tecnici”. Queste parole, pronunciate da un ex Premier che per tutta la gestione della pandemia si è affidato a continue task force composte proprio da professori e tecnici, fanno un po’ sorridere. D’altronde Conte è così, lo abbiamo imparato a conoscere. Rubando la citazione a un famoso film Disney diremmo “di giorno in un modo, di notte in un altro”.

Subito lo segue Di Maio, che in una nota ricorda il dovere di “partecipare e ascoltare”.  Insomma, poche idee e molto confuse. Da una parte il ramo più puro, che crede ancora in Conte e rimane fedele alle origini del Movimento. Dall’altra l’élite, quella frangia che pur di rimanere all’interno del governo sarebbe disposta a rinnegare punto per punto ogni passo dei dogmi scritti alle origini da Grillo e Casaleggio.

Intanto, domani Draghi proseguirà con le consultazioni. Chissà cosa gli passerà per la mente quando toccherà con mano il garbuglio del Parlamento. Forse penserà “chi me l’ha fatto fare!”. E non avrebbe tutti i torti.

 

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