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Sistema giustizia Italia: dalla culla del diritto alle manette facili e politicizzate

La magistratura italiana è tanto lenta quanto autoreferenziale. Lo stesso Draghi affermò che una giustizia inefficiente è "fattore potente di attrito" nell’economia

Luca Palamara (Immagine da Youtube)

Per non parlare dello scatenarsi delle Procure alla ricerca di missioni etiche che nulla hanno a che fare con l’esercizio della pubblica accusa, procuratori politicizzati che alla luce di indagini mediatiche sono entrati in politica contravvenendo ad ogni forma di conflitto di interessi. L’equiparazione da quelli che sono semplici “avvocati dell’accusa” a giudici ed arbìtri processuali, la quasi inosservanza delle garanzie difensive, in cui non è l’accusa che “deve dimostrare le prove della colpevolezza”, bensì l’imputato che “deve dimostrare la propria innocenza” rappresentano la totale distruzione dei valori occidentali che dall’antica Atene sono arrivati sino a noi. A tutto questo si è aggiunto il capitolo finale di “magistropoli”...

Dopo aver scritto della prima precondizione su una pubblica amministrazione efficiente, ora affrontiamo la seconda: quella di una giustizia efficace che, essendo strutturalmente collegata ed intrinsecamente interdipendente ad essa sono da riformare entrambe altrimenti il mondo produttivo e non solo quello non funziona e non può dare risposte in termini di crescita e sviluppo.

La situazione della giustizia italiana è catastrofica dal punto di vista gestionale e antiliberale sul piano complessivo. Lo stato dell’arte è più o meno il seguente, dati ufficiali alla mano aggiornati al 30 giugno 2020: c’erano 3.321.149 procedimenti civili pendenti mentre per il penale si hanno 1.619.584 procedimenti pendenti per un totale di 4.904.733 di cause totali da esaminare degli anni passati. Ai circa cinque milioni di giudizi pendenti ne vanno sommati altri circa 150.000 per ricorsi in primo grado e 24.000 in secondo per quanto riguarda i processi non ancora conclusi nei tribunali amministrativi ed un numero alto ma imprecisato in Corte di Cassazione. In conclusione la nostra macchina processuale risulta gravata da un arretrato enorme ed imponente, secondo solo alla Bosnia Erzegovina nell’intero vecchio continente. Dulcis in fundo abbiamo che il peso della materia tributaria e fiscale grava sull’intero arretrato della Cassazione per il 52% dato questo da tener presente quando nel prossimo articolo si passerà ad esaminare il fisco italiano.

E non è sicuramente tutto in quanto con lo scoppio del Covid 19 dal’11 maggio 2020 le udienze si possono tenere solo da remoto e fino a settembre non ci sono state quasi più udienze su tutto il territorio nazionale per potersi organizzare alle nuove regole e, di conseguenza, questi numeri sono di molto ancora aumentati ed il sito del Ministero della Giustizia, ad oggi, non li ha ancora aggiornati.

Il Palazzo di Giustizia di Roma, sede della Corte Suprema di Cassazione (wikimedia.commons)

I dati della Commissione europea per l’efficacia della giustizia confermano il triste primato dell’Italia che la vede all’ultimo posto dell’Unione. In particolare, secondo queste rilevazioni la durata media di un processo civile sarebbe pari a 527 giorni per il primo grado; 863 giorniper l’appello; 1.265 giorni per la Cassazione per una durata media complessiva dell’intero giudizio pari a 2.655 giorni (più o meno sette anni e tre mesi). Ma si badi bene si parla di “media statistica” per cui senza volere citare la statistica del pollo di Trilussa ed in onore degli Stati Uniti preferiamo citare Henry Charles Bukowski Jr, un grande poeta associabile alla corrente del realismo sporco, che diceva “un uomo con la testa nel forno acceso e i piedi nel congelatore statisticamente ha una temperatura media”.

Se questo è il quadro sintetico dello stato dell’arte ancor peggio è la situazione sul piano di una forte carenza della giustizia liberale in Italia laddove i fondamentali dei diritti della difesa sono stati erosi, nel tempo, in nome e per conto di provvedimenti legislativi di emergenza dovuti al terrorismo, alla criminalità organizzata e alla corruzione. Si prenda, ad esempio, il problema della corruzione che c’è indubbiamente, ma sapere che l’Italia è indicata come il paese fra i più corrotti d’Europa si basa sull’Indice di Percezione della Corruzione (CPI) di Transparency International e che dal 1995 è  il più importante indicatore globale della corruzione nel settore pubblico la dice lunga, purtroppo si fa riferimento alla “percezione della corruzione” e non certamente a dati e numeri precisi. Il teorema abbastanza razzista che la rivista tedesca “Der Spiegel” (Lo specchio), nel mese di luglio del 1977, con la famosa rivoltella sugli spaghetti e dal pessimo sottotitolo “Urlaubsland” (Il Paese delle vacanze) ha imposto all’opinione pubblica mondiale vive ancora. In questo aiutato da un’infinita quantità di films, serie tv, libri e articoli italiani che hanno alimentato l’esercito dei “professionisti dell’antimafia” di sciasciana memoria che, con molta spregiudicatezza, è ormai diventato un formidabile strumento per fare carriera, procurarsi il consenso del pubblico, acquisire crediti da spendere in qualsivoglia impresa. Nel libro “Le mafie sulle macerie del muro di Berlino” (ed. Diarkos), scritto a quattro mani dalla giornalista Ambra Montanari e l’eurodeputata Sabrina Pignedoli, Bernd Finger ex investigatore capo della BKA, l’ufficio federale della polizia criminale tedesca, narra di come la Treuhandgesellschaft, l’azienda fiduciaria incaricata dal governo della DDR di vendere le proprietà pubbliche della Germania Est, era stata  incaricata di privatizzare 22.000 imprese, due terzi delle foreste, 8.000 compagnie, innumerevoli edifici e il 28% dei terreni agricoli. Di questo, ovviamente, Der Spiegel non ha mai parlato forse perchè l’accento mafioso è diventato germanico.

Dal 1990 in poi è scoppiata in Italia un’epidemia alimentata da giornali dai titoli roboanti e tv con telecamere in piazza guidate da sedicenti giornalisti che l’hanno, fino ad oggi, alimentata per due principali scopi: alzare lo share ed attaccare il governo. Questa fortissima azione demolitoria in 30 anni ha portato l’Italia da “culla del Diritto” con il garantismo a “valle del giustizialismo” estremo. Il Giustizialismo ha generato l’applicazione delle “manette facili”, una magistratura incontrollata e totalmente autoreferenziale, per non parlare dello scatenarsi delle Procure alla ricerca di missioni etiche che nulla hanno a che fare con l’esercizio della pubblica accusa, procuratori politicizzati che alla luce di indagini mediatiche sono entrati in politica contravvenendo ad ogni forma di conflitto di interessi. L’equiparazione da quelli che sono semplici “avvocati dell’accusa” a giudici ed arbìtri processuali, la quasi inosservanza delle garanzie difensive, in cui non è l’accusa che “deve dimostrare le prove della colpevolezza”, bensì l’imputato che “deve dimostrare la propria innocenza” rappresentano la totale distruzione dei valori occidentali che dall’antica Atene sono arrivati sino a noi. A completare il quadro c’è stata ultimamente la definitiva cancellazione della prescrizione dovuta ai tempi biblici delle cause per cui oggi in Italia si può, senza questo strumento di salvaguardia, rimanere sotto processo per 30 anni e, dopo, essere riconosciuti innocenti.

A tutto questo si è aggiunto il capitolo finale di “magistropoli” nell’ultimo anno in cui vari Pm si sono intercettati ed arrestati fra loro e di cui il recentissimo libro intervista di Alessandro Sallusti al radiato giudice Luca Palamara: Il Sistema ed. della Rizzoli, può diventare il detonatore dell’esplosione finale del pianeta giustizia.

Già nel 2011, lo stesso presidente incaricato Mario Draghi nelle Considerazioni finali alla Banca d’Italia da “Governatore” della stessa avvertiva che andava affrontato alla radice il problema della completa efficienza della giustizia come “un fattore potente di attrito nel funzionamento dell’economia, oltre che di ingiustizia. Nostre stime indicano che la perdita annuale di prodotto attribuibile ai difetti della nostra giustizia civile potrebbero giungere” a livelli insostenibili dal sistema produttivo.

A livello sovranazionale e internazionale, dati della Banca Mondiale, si è acquisita la consapevolezza che il diritto è un elemento costitutivo dell’economia, con esso la giustizia viene considerata come un alto e determinante fattore di competitività e di crescita economica. Numerosi studi hanno messo bene in evidenza la relazione esistente fra diritto e crescita economica.

Fra le possibili riforme applicabili la Doing Business nell’Unione Europea 2020: Italia vergato dalla Banca Mondiale indica che per far diventare la giustizia stimolante e non più frenante per l’economia si deve limitare il numero, la durata e i motivi per la concessione dei rinvii; introdurre sezioni o tribunali commerciali specializzati nelle sole materie commerciali; gestire attivamente la fase preprocessuale e valutare la possibilità di adottare mezzi di risoluzione alternativa delle controversie ed infine utilizzare i dati per meglio riequilibrare risorse e carichi di lavoro con la totale digitalizzazione dei tribunali.

A tal riguardo va ricordato che l’articolo 6, paragrafo 1 della CEDU (Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo) recita: “Ogni persona ha diritto a che la sua causa sia esaminata equamente, pubblicamente ed entro un termine ragionevole da un tribunale indipendente e imparziale, costituito per legge, il quale sia chiamato a pronunciarsi sulle controversie sui suoi diritti e doveri di carattere civile o sulla fondatezza di ogni accusa penale formulata nei suoi confronti.”

E sarà a questo settore vitale che Draghi dovrà guardare con estrema attenzione.

 

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