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Il caposcorta di Moro non c’era in via Fani: lo aveva avvisato un boss della ‘Ndrangheta

La giornalista Simona Zecchi ci racconta un retroscena del rapimento avvenuto il 16 marzo 1978. Quella mattina, oltre alle BR, c'era anche la malavita calabrese

L'agguato di via Fani a Roma, il 16 marzo 1978, in cui persero la vita cinque uomini della scorta del presidente della Democrazia Cristiana Aldo Moro

Il 16 marzo 1978, i giornalisti ai quali arriva la notizia per telefono non vogliono crederci. Aldo Moro è stato rapito, sequestrato dagli uomini delle Brigate Rosse e prelevato da via Fani con la forza.

Oggi, che dal quel giorno di anni ne sono passati 43, la nebbia che avvolge il momento di terrore vissuto tra le strade di Roma nord non si è ancora diradata. Simona Zecchi, giornalista d’inchiesta firma della Voce di New York e collaboratrice de Il Fatto Quotidiano, Il Manifesto e Il Messaggero Veneto, su questa vicenda non ha mai smesso di indagare. Ci ha anche scritto un libro, “La criminalità servente nel caso Moro”, edito da La Nave di Teseo e uscito nel 2018.

La scrittrice e giornalista Simona Zecchi (credit: Marco Zelano)

La Zecchi ha avuto un’intuizione, nel ricostruire le dinamiche del rapimento più famoso e controverso della storia repubblicana: in quel piano studiato al dettaglio, oltre alla comprovata presenza delle BR, c’è stato l’intervento della ‘Ndrangheta calabrese. Di certo – ci racconta – c’è che il numero di persone coinvolte nell’agguato ratificato dai processi non è quello ufficiale, che le raffiche di fuoco sparate verso gli agenti di scorta non avevano tutte la direzione indicata nei processi (cioè non solo da sinistra verso destra ma anche il contrario e i brigatisti erano tutti a sinistra) e quindi le presenze esterne che hanno operato nell’agguato erano e sono una realtà ancora tutta da rivelare, così come sappiamo che tutte le armi utilizzate dai BR quel giorno si inceppano e che quindi la “raffica” di fatto comminata in quel caso non sarebbe stata possibile”.

Sono gli anni del “compromesso storico”, un’alleanza tra Partito Comunista e Democrazia Cristiana fortemente voluta da Enrico Berlinguer, capo indiscusso dei comunisti italiani, che vedeva in Moro un leader con cui poter dialogare. In quel 1978, a Palazzo Chigi c’è Giulio Andreotti, guida di un governo di “solidarietà nazionale” retto dall’appoggio diretto del PCI. Ma l’esecutivo è in difficoltà e proprio la mattina del 16 marzo, alla Camera dei deputati, si vota la fiducia. Aldo Moro sta andando lì, quando i brigatisti compiono l’agguato.

©LaPresse Archivio Storico Politica 03-05-1977 Roma Nella foto: Enrico Berlinguer e Aldo Moro (Wikimedia)

Assieme a lui ci sono cinque uomini della scorta: Oreste Leonardi, Domenico Ricci, Raffaele Iozzino, Giulio Rivera e Francesco Zizzi. All’appello, però, ne manca uno. Rocco Gentiluomo, assente perché in ferie.

“Gentiluomo è originario di un paese vicino all’area della Calabria – spiega la Zecchi – dalla quale i vertici di ‘Ndrangheta gestiscono i rapporti con i vari poteri (politici, criminali, militari, massonici, istituzionali) e i territori tutti. Quel giorno Gentiluomo era preposto alla scorta di Moro, insieme agli altri agenti, ma un boss di importante, proveniente dalla sua stessa area, lo aveva avvisato di non prendere servizio proprio il 16 marzo. Questo fatto, riferito da un collaboratore di giustizia alla commissione Moro (ma dalla Commissione Moro mai fatto trapelare), è perfettamente apponibile ai diversi dati documentati che riguardano la vicenda della sostituzione e delle reticenze che hanno caratterizzato la sua deposizione”.

Ed ecco che viene alla luce il ruolo della malavita calabrese. “La ‘Ndrangheta – prosegue – ha svolto funzioni serventi a strutture appartenenti allo Stato, e ad altre che allo Stato non dovrebbero appartenere, in tutto il caso Moro: nel sequestro, nella prigionia e molto probabilmente nella morte. Servente e servita, perché oggi è di fatto l’organizzazione criminale più potente al mondo in termini di traffici, economici, finanziari e militari e che all’ombra degli atti più eclatanti commessi da Cosa Nostra negli anni (con cui la ‘ndrangheta ha costruito potenti sodalizi negli eventi più importanti e tragici che hanno caratterizzato questa nostra Repubblica), sin dagli anni ‘70 ha accresciuto il suo ruolo e il suo potere”.

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Quindi, da chi è stato effettivamente voluto il rapimento dell’uomo politico simbolo della Prima Repubblica? Senza dubbio dalle Brigate Rosse, ma c’è di più. Il sodalizio tra DC e PCI, di cui Moro era appunto fautore, non piaceva a una parte della politica italiana e non era vista di buon occhio nemmeno oltreoceano, negli Stati Uniti allora governati dal democratico Jimmy Carter.

E a trarne vantaggio, a ben guardare, non sono stati i brigatisti, che sono anzi stati delegittimati da uno Stato deciso nella via della “fermezza”, ma “altri attori”, come li definisce Simona Zecchi. “Una parte dei nostri servizi segreti erano impegnati a non far emergere i segreti del sistema che Moro voleva rivelare. Il sistema ha ottenuto, con una mossa sola, tutto ciò che voleva: la rivoluzione armata (a sinistra), o la reazione eversiva (a destra), sono stati strumenti utili a quello scopo”.

A tal proposito, la Zecchi ci saluta citando un episodio ben preciso. “Ricordo la frase del generale della P2 Vito Miceli, rivolta al magistrato Giovanni Tamburino nell’autunno del 1974 durante l’inchiesta sulla Rosa dei Venti che poi non arriverà nemmeno all’istruttoria: <<Ora non sentirete più parlare del terrorismo nero, da adesso sentirete parlare solo di quegli altri>>. I due co-fondatori delle prime BR vennero arrestati infatti nel settembre del 1974. Da lì in poi comincerà un’altra storia mentre la strategia della tensione raggiungerà il suo culmine proprio quell’anno”.

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