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Viktor Orban lascia il PPE, ma non esce dall’Europa: ha ancora bisogno dei suoi soldi

Fidesz, il partito del premier ungherese, rompe con i popolari e si mette sempre più in contrasto con Bruxelles, strizzando l'occhio all'economia di Cina e Russia

Viktor Orban - flickr

Come annunciato con largo anticipo, Fidesz, il partito del premier ungherese Viktor Orban, abbandona ufficialmente il Partito Popolare Europeo. Si consuma così una frattura tutt’altro che inaspettata. Il moderatismo e l’europeismo del PPE non sono mai stati compatibili con il radicalismo anti UE, sovranista e sempre più ultra conservatore di Fidesz, impressi al partito dall’ascesa di Orban. Ma al di là delle vicende e delle motivazioni delle ultime settimane, che significato hanno avuto questi lunghi anni di unione forzata? E quali sono le motivazioni profonde di questa rottura definitiva?

Un’analisi complessiva non può che partire dal micidiale mix costituito dalla crisi economica globale del 2008 e i numerosi smottamenti politici che hanno interessato Africa Subsahariana, Maghreb e Medio Oriente nell’ultimo decennio. La prima, come una mannaia, ha falciato in tutto l’Occidente gran parte delle antiche e consolidate certezze socio economiche delle classi medie e di quelle subalterne, rendendo povere le prime e poverissime le seconde. Centinaia di milioni di persone si sono trovate improvvisamente impreparate davanti al futuro, impaurite e private di quasi ogni aspettativa. Per chiunque intenda costruire il proprio consenso politico soffiando sul fuoco, decisamente una condizione ideale! Sulla quale, come ciliegina sulla torta, sono piombate le ondate migratorie dovute alle suddette crisi politiche. Una pressione continua sull’Europa, da terra e ancor di più dal mare.

Nella foto d’archivio. migranti al confine tra Libia e Tunisia (UN Photo/UNHCR/A Duclos)

Intorno a questo combinato disposto esplosivo si sono raggruppate tutte le realtà politiche storicamente anti UE: estrema destra xenofoba, destra nazionalista, nostalgici vari del fascismo, ma anche estrema sinistra. A tutti questi, è bastato aggiungere alla propaganda contro l’integrazione europea l’induzione di una rinforzata paura verso gli immigrati. Anche molti alfieri della sinistra più radicale hanno sposato in toto molte grottesche teorie complottiste. Da quella del piano Kalergi, che prende di mira il fenomeno dell’immigrazione, alla demonizzazione delle élites in quanto tali, in una sorta di vetero antimperialismo intriso di nostalgia.

Così, al disagio reale dell’impoverimento è stato aggiunto lo spettro della paura. Per chiudere il cerchio è stato sufficiente trovare il colpevole perfetto al quale imputare tutto questo: l’Unione Europea, indicata come una sorta di Spectre che attenta alla libertà e alla sovranità dei singoli Stati, anche attraverso un piano di sostituzione programmata delle popolazioni mediante apporto massiccio di migranti. Su questa follia si basa la quasi totalità della propaganda delle formazioni antieuropeiste dell’Unione Europea.

Merkel e Macron sono i due principali leader dell’Unione Europea

Con l’ascesa di Orban nel partito e nel Paese, Fidesz ha trascinato l’Ungheria in una deriva ultra nazionalista che ha fatto delle istituzioni UE il nemico da combattere. Su quest’onda è nato il Gruppo Visegrad, un raggruppamento di 4 Stati membri dell’UE capeggiati dall’Ungheria, intenzionati a fare sinergia contro Bruxelles. Gli altri tre sono Polonia, Repubblica Ceca e Slovacchia. È qui che diventa strategico il ruolo di Fidesz di “infiltrato sovranista” nel PPE.

L’Ungheria non ha la forza di andarsene dalla UE e non ha nessuna intenzione di farlo. Almeno per ora. Al momento ha bisogno di Bruxelles molto più che dell’appoggio interessato di Russia e Cina. La formazione del Gruppo Visegrad serve a tenere i piedi in due staffe, tra Occidente e Oriente. L’unione dei 4 paesi fa convergere le forze nella creazione di una specie di seconda Europa, contrapposta a Bruxelles sotto ogni aspetto politico e culturale. In quanto membro (e guida) del Gruppo di Visegrad, l’Ungheria guarda a Oriente. Si fa forte delle lusinghe economiche riservate da Russia e Cina, entrambe impegnate in un energico tentativo di dividi et impera ai danni della UE.

Privilegia quindi rapporti economici diretti coi due giganti orientali, senza passare per l’Unione, e anzi spesso in netta contrapposizione con le istituzioni comunitarie. L’Ungheria si pone quindi come ariete dell’espansionismo economico russo e soprattutto cinese in Europa. Perché può permettersi tutto questo? In primis perché agisce di concerto col blocco di Visegrad. Ma anche e soprattutto perché Fidesz, ossia il partito-Stato del Presidente Orban è da lunghi anni parte integrante del forte e potente PPE.

Il vertice del PPE nel 2011 (wikimedia)

Abbastanza forte e potente da essere sempre determinante nella conduzione della politica europea, ma non da fare a meno dei parlamentari di Fidesz, numericamente necessari nella corsa contro il grande competitor dei popolari, ossia il Partito Socialista Europeo (PSE). È dunque la debolezza della componente moderata del PPE (benché maggioritaria) ad aver reso forte Fidesz.

E così l’Ungheria ha potuto usufruire ampiamente dei vantaggi della sua collocazione in UE. In primis, la pioggia di euro da Bruxelles, a riprova che Orban odia l’Europa ma ama gli euro. Infatti, nel quadriennio 2015-19, l’Ungheria ha beneficiato di un contributo netto di circa 21,7 miliardi di euro. Circa 4,3 miliardi all’anno. Un afflusso di denaro che ha permesso al paese un ampio margine di azione sia per gli investimenti pubblici che quelli privati. Industria, infrastrutture e servizi. In una parola, la crescita dell’Ungheria è in buona parte finanziata proprio da quelle istituzioni europee tanto bistrattate.

Ma nello stesso tempo, come guida del Gruppo Visegrad, ha favorito la penetrazione commerciale e la conseguente influenza geopolitica di Cina e Russia. Su tutti i maggiori dossier, dall’approvvigionamento energetico ai grandi progetti infrastrutturali, l’Ungheria ha giocato in solitario o con i compari di Visegrad, bypassando Bruxelles e gli altri Stati UE, in favore dei propri rapporti particolari con i due colossi orientali.

Ma le elezioni europee del 2019, che dovevano incoronare il fronte sovranista, hanno visto le formazioni europeiste avere la meglio. Il fronte sovranista, benché in forte crescita, si è fermato a circa un quinto dei seggi a Strasburgo. La formazione di una maggioranza di larghe intese tra le famiglie europeiste, sotto la guida di Ursula Von der Leyen, ha messo alle strette i sovranisti, sconfitti nelle urne e anche culturalmente.

Ursula Von Der Leyen. Flickr.com / Arno Mikkor (EU2017EE)

La stella sovranista è quindi andata sbiadente, fino al colpo di grazia, la sconfitta di Trump nel novembre 2020. L’ex inquilino della Casa Bianca era infatti il punto riferimento in Occidente di tutti i sovranisti e nemici dell’euro atlantismo sparsi per il globo. Una rinnovata unione tra le forze europeiste ha consentito alla nuova maggioranza a Strasburgo di prendere in mano con decisione tutti gli scottanti dossier sulla violazione dei diritti civili in Ungheria. Con la minaccia di sospendere i fondi se Orban avesse ritardato ulteriormente nel ripristinare lo stato diritto in Ungheria, secondo gli standard europei.

A questo punto la permanenza contro natura di Fidesz dentro il PPE è diventata anche inutile, sia per Orban che per i popolari. Ed ecco che l’antica ruggine è diventata aperta ostilità e le crepe sono diventate voragini. Il resto è storia di questi giorni. Ora per Fidesz si apre la prospettiva, politicamente naturale, dell’ingresso nei Conservatori europei.

 

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