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Draghi, Letta, Conte: la competenza in politica non basta, ci vogliono le radici

Non ci si definisce solo per ciò che si è e si rappresenta, ma anche per ciò che non si è e che si combatte: Senza padre, come senza patria, si è apolidi della politica

Mario Draghi, Enrico Letta e Giuseppe Conte (Composizione ripresa da Micromega.net)

C’è da rallegrarsi che l’evoluzione recente del quadro politico italiano, abbia portato in tre posti chiave persone che si caratterizzano per maggiore preparazione, competenza, autorevolezza, rispetto ai predecessori. Si tratta di una coincidenza dovuta alla straordinarietà della situazione sanitaria, e alla consapevolezza che ci attende un lungo periodo di sommovimento sociale come effetto delle prevedibili difficoltà economiche e finanziarie del sistema paese.

Mario Draghi presidente del Consiglio dei ministri, Enrico Letta segretario del partito Democratico, Giuseppe Conte capo politico del Movimento 5 Stelle sono persone che fanno salire il tasso di fiducia verso l’Italia nella gente e nella comunità internazionale. L’affermazione va letta all’interno di ciascuna delle tre situazioni evocate. Lontana anni luce, ovviamente, la qualità di persone come Draghi, e in qualche modo Letta, rispetto a quella dell’avvocato Conte tra i cui demeriti vanno ricordate le clamorose bugie sui titoli accademici e sulla non appartenenza al Movimento 5 stelle.

Portare un’importante fetta di politica italiana in mani più competenti fa sperare che si avvii la fase della riparazione dei danni causati dalla lunga stagione delle fanfaluche raccontate al popolo dal ceto politico. Iniziata con Silvio Berlusconi e Antonio di Pietro, proseguita con l’intensa stagione populista degli Umberto Bossi, Matteo Renzi e Matteo Salvini, e soprattutto dei seguaci pentastellati di Beppe Grillo, quella stagione ha portato l’economia e la società italiana dentro la crisi che conosciamo.

Che il tentativo di uscita abbia successo è altra cosa. L’abbraccio che Enrico Letta, in scia con il predecessore Nicola Zingaretti, sta promuovendo con il movimento dei Cinque stelle, ad esempio, potrebbe risultare mortifero per quel poco rimasto del progetto iniziale del partito Democratico, e quindi per le prospettive della stabilità politica nazionale. Sembra di poter prevedere che dall’abbraccio guadagnerà alle elezioni la destra dei Matteo Salvini e Giorgia Meloni, scalpitanti da anni per governare. E che i democratici, per l’alleanza innaturale che stanno varando, potranno implodere o ulteriormente frazionarsi.

Mette comunque tristezza vedere quel che resta di tre grandi tradizioni della politica italiana – democristiana, laica e socialista, comunista – brigare per un’alleanza organica con i campioni del trasformismo populista all’italiana, le cui caratteristiche costitutive sono state l’antiparlamentarismo e l’antigarantismo, e obiettivo esplicito la presa del potere totale su stato e società con l’azzeramento di ogni tradizione politica democratica precedente.

In ciò che accade, ad esempio nella conversione ad U del M5S rispetto alla sua storia costitutiva, c’entra, anche più del trasformismo congeniale alla nostra politica, un fenomeno recente della cultura nazionale: la sconfessione o peggio l’assenza di “padri” e “maestri”. L’ultimo degli uomini politici nuovi, generati dal recente trentennio, a richiamarsi a un “padre” fu, non casualmente, il primo della serie: Silvio Berlusconi. Provocò grande scandalo quando osò (auto)battezzarsi non solo come “unto dal Signore” (convenzione Udc,  novembre 1994), ma come “continuatore ed erede di Alcide De Gasperi”, concetto ribadito anche di recente (convenzione #IdeeItalia a Milano, nell’ottobre 2019).

A riconsiderarlo col senno di poi, quel goffo tentativo di intestarsi un’eredità che non gli spettava, era il sintomo dello sforzo che l’industrialotto lombardo compiva per legittimarsi nell’agone politico. Dopo di lui, nessuno ha ritenuto necessario iscriversi a un filone di pensiero filosofico, dichiararsi discendente di un’idea o di un ideale politico. Cosa ancora più seria, l’opinione pubblica non ha mai chiesto, al nuovo politico di turno, di qualificarsi attraverso una discendenza, come condizione per essere accettato e votato.

Il ragionamento vale anche al contrario: oltre al senso di appartenenza, in politica ha legittimità quello di non appartenenza. Non ci si definisce solo per ciò che si è e si rappresenta, ma anche per ciò che non si è e che si combatte. L’anti-qualcosa in politica ha cittadinanza da sempre. Da noi è scomparso anche questo.

Senza padre, come senza patria, si è apolidi della politica, Mancano le radici: il che genera il rischio della caduta al primo vento, come capita ad ogni albero con radici sottili e corte. I politici senza padre sono privi di ragioni minime di coerenza, pudore, limite. Il restraint che forza ogni politico a non distanziarsi troppo da una storia, da una bandiera o una tradizione che ha espresso leader e personaggi da tutti conosciuti, scompare.

Nessuno può accusare d’incoerenza un Luigi Di Maio che meno di tre anni fa voleva sottoporre il presidente Sergio Mattarella a impeachment in base all’art. 90 della costituzione (“per alto tradimento o per attentato alla costituzione”), e bellamente per due volte (la prima a poche settimane di distanza da detta richiesta) giura nelle sue mani come ministro. Né può denunciare più di tanto la contraddizione di un M5S che sputava sull’appartenenza italiana alla Ue chiedendo il referendum sull’euro, e adesso si proclama europeista. Nel frattempo non si sa come disfarsi dei giovani padri pentastellati – i Grillo e Casaleggio – che, per un esempio, pretendono che si salvi almeno il divieto al triplo mandato.

Lo stesso vale per l’attuale dirigenza della Lega: al macero gli Umberto Bossi e i Gianfranco Miglio, il partito del Nord diventa proprietà del suo leader e si spinge a fare conquiste sino a Pantelleria.

Si dirà: almeno dalle parti dei cosiddetti “nostalgici” le radici e i padri avranno la loro importanza. Mica tanto. Giorgia Meloni, presidente del partito europeo dei Conservatori e apparentati oltre che di “Fratelli d’Italia”, con evidenza pencola dalle parti di una certa storia italiana ma, quando nel maggio 2020 celebra il trentaduesimo anniversario della morte di Giorgio Almirante, attribuisce al defunto una sfilza di virtù personali (“onestà, coerenza e coraggio” e lo definisce “un grande uomo”), guardandosi dall’evocarne pensiero e azioni. Vi avrebbe trovato situazioni non proprio irrilevanti come l’appoggio attivo offerto  alle campagne razziste e antisemite fino all’8 settembre 1943, il ruolo di capo di gabinetto al ministero della propaganda della repubblica di Salò, la fondazione e la leadership di un partito di ispirazione fascista nel dopoguerra.

Il morbo apolide ha attecchito anche presso esponenti dei partiti politici novecenteschi, dove di padri ce ne sarebbero a iosa, tendendosi a freudianamente ucciderli o rimuoverli. Ad eccellere sono i comunisti, che i padri usavano dichiararli ogni giorno, mettendoli anche sulle bandiere e sotto le testate dei loro giornali. Sono passati attraverso numerose quanto vertiginose trasformazioni, e hanno smesso dalla sera alla mattina di rivendicare di essere  figli di Marx-Engels, ma anche di Gramsci, Togliatti e Berlinguer. Peccato che al tempo stesso continuino a raccontare di avere alle spalle una storia magnifica e coerente, entrando in contraddizione con il manifesto rifiuto dei padri. Basterebbe dichiarare che cento anni fa, a Livorno, i padri sbagliarono tutto, mentre il socialista Filippo Turati aveva non solo indovinato tutto, ma era stato persino profetico nel dir loro di acquistare da subito il biglietto di ritorno nella famiglia del socialismo democratico. Quando si sbaglia, si chiede scusa alla storia e ai tanti che sono stati ingannati per buona fede, non si fa finta di niente.

Alcide De Gasperi

Alcide De Gasperi

C’è tuttavia, nella politica italiana, chi cerca ancora coerenza ed evoca i padri. Lo ha fatto, in chiave istituzionale, Sergio Mattarella il 3 aprile. Nel centoquarantesimo anniversario della nascita di Alcide De Gasperi ha ricordato come, da capo di governo, a Bruxelles, nel 1948, incitasse alla speranza: “non abbiamo il diritto di disperare dell’uomo!”. Mattarella, uomo della Democrazia Cristiana prima di assurgere alla più alta magistratura dello stato, ricorda lo statista, non l’uomo di partito: riuscì a dare un nuovo fondamento all’idea di Patria, lontana dai nazionalismi regressivi che avevano gettato il Continente nella barbarie e lo fece anche aprendo le porte al risorgere dell’idea di Europa”.

Chissà cosa direbbe oggi il De Gasperi capo di un partito, dell’ipotesi, circolata in Italia, di portare la Lega Nord nella famiglia dei popolari europei. Salvini ha provato ad accasarsi con tutte le famiglie politiche europee, spesso respinto in malo modo, al punto che sta ipotizzando un nuovo raggruppamento europeo con i sovranisti come l’ungherese Viktor Mihály Orbán appena espulso dal partito Popolare europeo  e apparentati.

Chissà cosa direbbero un Willy Brandt, o un Olaf Palme, o lo stesso Bettino Craxi, nel sentire i democratici italiani ipotizzare l’accesso del M5S nel partito Socialista europeo? Feps, la Fondazione di studi vicina a  quel partito e al suo gruppo nel Parlamento Europeo, in un libro di un paio di anni fa uscito a Bruxelles, dedicato al populismo in ascesa, metteva il M5S nel gruppo dei soggetti che ogni movimento, non solo socialista, ma sufficientemente “progressista”, doveva combattere con forza al fine di sradicarne la mala pianta.

La Democrazia Cristiana accettò di aprire ai socialisti di Pietro Nenni, nel 1963, dopo un lungo dibattito e sulla base di premesse molto chiare sulla distinzione di ruoli e di orientamento politico. Il vegliardo leader socialista accettò la sfida, ripresa anche con più forza da Bettino Craxi che, su quella competizione collaborazione, si propose e divenne capo del governo. La collaborazione competizione avvenne su ogni aspetto, e si allargò anche alla politica internazionale, con la rispettiva militanza in due organizzazioni internazionali, quelle socialista e democristiana, spesso in disaccordo e persino in opposizione. In quella vicenda le competenze e l’alta statura dei leader andavano di pari passo con le coerenze e il rispetto della storia e delle idee della propria rispettiva organizzazione.

Non c’è niente di male a stabilire dei distinguo in politica, anzi. Si può essere alleati tra diversi, e diversi bisogna restare. Si può persino procedere ad alleanze tra avversari, come accade oggi in Italia, ma avversari si resta, altrimenti soffre la correttezza del gioco democratico e il popolo viene  ingannato. 

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