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Joe Biden con 7 mila miliardi di $ accende il nuovo motore sostenibile dell’America

Il presidente visita una fabbrica della Ford in Michigan dove si produce un "pick up" versione elettrica; intanto i repubblicani cercano di sminuire il 6 gennaio

“L’America è tornata” afferma Joe Biden in una fabbrica della Ford a Dearborn in Michigan dove si producono auto elettriche. In questo stabilimento verranno prossimamente assemblati i famosi “pick up” della Ford F-15 versione ecologica con zero emissioni. Una visita simbolica questa del presidente per enfatizzare il suo piano da 7 mila miliardi di dollari del Build Back Better, nel quale con l’American Jobs Plan sono previsti investimenti di 2 mila miliardi per dare ossigeno alle aziende per la ripresa. Ma non solo. I finanziamenti ci saranno anche per le case automobilistiche di Detroit per costruire auto elettriche con lo scopo di eliminare gli effetti nocivi dei gas di scarico. Le aziende che produrranno auto elettriche avranno contributi economici per circa 200 miliardi mentre altri 500 saranno destinati alla modernizzazione delle  infrastrutture obsolete. Il tutto con l’obiettivo di creare 10 milioni di posti di lavoro.

La Casa Bianca sta dando nuova enfasi al piano soprattutto dopo i deludenti dati sull’occupazione della settimana scorsa. “L’industria dell’auto è ad un bivio. La Cina è in vantaggio. Il futuro è con i veicoli elettrici” ha detto il presidente che poi si è messo al posto di guida di uno dei camioncini e ha fatto un giro tra i flash dei fotografi.

Fuori  dall’impianto industriale, una ventina di dimostranti a poca distanza dai cancelli ha inscenato una manifestazione di condanna per il sostegno di Biden ad Israele. 

Joe Biden durante il suo discorso alla Ford (youtube)

Mentre il presidente era in Michigan, a Washington si è accesa la polemica per la commissione d’inchiesta sull’assalto al Congresso. Ieri, dopo lunghe trattative, i parlamentari democratici e quelli repubblicani avevano raggiunto l’intesa per creare questo comitato bipartitico che avrebbe esaminato cause e avvenimenti  del 6 gennaio culminati con l’invasione del Campidoglio nel corso della quale persero la vita 5 persone. Il capo della commissione per la Homeland Security, il democratico Bennie Thompson e il leader della minoranza repubblicana della stessa commissione, John Katko, lo avevano annunciato insieme ieri pomeriggio. La commissione sarebbe stata formata da 5 democratici e 5 repubblicani, inoltre per l’emissione dei decreti ingiuntivi per le testimonianze ci sarebbe stato il vincolo della firmata di entrambi i rappresentanti dei partiti. Ma questo non è bastato a Kevin McCarthy, il fedelissimo dell’ex presidente Donald Trump, che lo ha respinto.

Katko è uno dei 10 congressmen repubblicani che ha votato a favore dell’impeachment di Trump per i disordini a Washington ed è un repubblicano come Liz Cheney che chiede la verità scomoda al posto delle convenienti bugie. Non è chiaro a questo punto cosa succederà: se i repubblicani della commissione seguiranno l’ordine di scuderia o se i democratici alla Camera creeranno un commissione escludendo i repubblicani, proposta che poi verrebbe inevitabilmente ostruita al Senato dalla minoranza del Gop grazie al meccanismo del filibustering per cui bastano 40 senatori che si oppongono ad un decreto legge che la discussione viene automaticamente bloccata.  Mossa preannunciata dal capo della minoranza repubblicana al Senato Mitch McConnell, il quale ha detto che se la proposta sarà portata in discussione dal leader della maggioranza democratica Chuck Schumer sarà costretto a premere “il pulsante di pausa”. Per tutta risposta Chuck Schumer lo ha sfidato a fare questa decisione. In gioco c’è il cambio delle regole per il filibustering che i democratici vogliono passare al Senato per evitare il continuo ostruzionismo della minoranza ai piani del presidente Biden. Respingendo la creazione della Commissione di indagine i repubblicani perderebbero credibilità nelle loro intenzioni per difendere il filibustering, accentuando ancora una volta come una minoranza riesca a dettare l’agenda di lavoro della maggioranza soprattutto in una indagine così importante basata sulla salvaguardia della democrazia e del rispetto della Costituzione.

Jacob Chanseley durante l’assalto a Capitol Hill del 6 gennaio 2021 (da Twitter)

McCarthy ha detto di non volere la commissione perché sarebbe stato controproducente e che nelle regole dell’accordo raggiunto non venivano esaminate le responsabilità di Black Lives Matter e Antifa per aver preso parte ai disordini. Fatti ampiamente smentiti dalla polizia e dall’Fbi, ma propagandati dall’ex presidente. Inoltre la commissione d’inchiesta sicuramente avrebbe voluto sentire dalla sua voce il contenuto della drammatica telefonata tra lui e l’ex presidente mentre il Congresso veniva invaso.

Ma questo è parte della politica dei repubblicani filo trumpiani che in tutti i modi cercano di nascondere la verità degli avvenimenti e descrivono l’accaduto con fantasiose bugie per minimizzare la gravità dei fatti. E McCarthy in questo tentativo non è solo. Il congressman della Georgia Andrew Clyde sostiene che i disordini sono stati creati da turisti in visita. Un video lo riprende mentre barricato all’interno dell’aula della Camera aiuta a spostare un mobile per bloccare l’apertura delle porte da parte dei dimostranti. Il senatore Ron Johnson ha ripetutamente affermato che non si è trattato di un tentativo di insurrezione armata ma l’operato di alcuni provocatori.  Lo stesso Kevin McCarthy subito dopo l’invasione del Congresso fece un durissimo discorso di condanna all’ex presidente. E ora, con grande imbarazzo, minimizza. A questi repubblicani la verità non piace e per questo si creano le “verità alternative”. Atteggiamenti condannati dalla congresswoman Liz Cheney che per questo è stata destituita della sua carica dirigenziale all’interno del partito repubblicano.

Infine ieri, dopo 4 anni di sotterfugi, la Casa Bianca ha rispolverato una vecchia tradizione: mostrare le tasse del presidente. Quest’anno la scadenza per presentare la denuncia dei redditi è stata spostata, a causa della pandemia, al 15 maggio. Normalmente è un mese prima. Ieri il presidente e sua moglie hanno diffuso la loro dichiarazione dei redditi, una dichiarazione congiunta. Nel 2020, quando Joe Biden si è candidato per la Casa Bianca, e la moglie Jill  insegnava alla University of Pennsylvania e alla Northern Virginia Community College, hanno guadagnato 607.336 dollari, contro i 985.223 dollari dell’anno precedente. Allora, erano i redditi del 2019, l’ex vicepresidente di Barack Obama faceva interventi a pagamento in prestigiose istituzioni e college, e inoltre incassava profitti dalla vendita dei libri da lui scritti. Per la coppia presidenziale le tasse federali pagate sono state pari al 25,9%, alle quali poi bisogna aggiungere quelle dello Stato del Delaware dove i Biden avevano la loro residenza

Il presidente Joe Biden e la vice presidente Kamala Harris. (Illustrazione di Antonella Martino)

Nella loro dichiarazione dei redditi risulta che hanno donato 30.704 dollari a 10 fondazioni di beneficenza, di cui 10 mila alla Beau Biden Foundation, un ente privato impegnato nella costruzione di strutture per ospitare i bambini vittime di abusi e violenze familiari. La Fondazione è intitolata al defunto figlio del presidente. La vicepresidente Kamala Harris e suo marito Douglas Emhoff, che lo scorso anno erano rispettivamente senatrice dello Stato della California e avvocato di un importante studio legale specializzato nei contratti cinematografici, hanno invece dichiarato un reddito di 1.695.225 dollari, pagando il 36,7% di tasse e donando 27.006 in beneficenza.

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