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Commissione d’inchiesta sul 6 gennaio: duello al Senato con lo spettro filibustering

I trumpisti del Partito Repubblicano cercheranno di non far partire le indagini del Congresso sull'assalto a Capitol Hill e i regolamenti li favoriscono

Attack on Capitol Hill. January 6, 2021. (Wikimedia Commons)

La prova di forza al Senato tra repubblicani e democratici per la creazione della Commissione d’inchiesta sull’assalto al Congresso del 6 gennaio ci sarà la prossima settimana, “probabilmente mercoledì sera” ha detto Chuck Schumer, il leader della maggioranza democratica al Senato.

Ieri la Camera dei Rappresentanti ha approvato in prima battuta la formazione di questa Commissione. Un voto bipartisan ratificato da tutti i 217  democratici e da 35 repubblicani nonostante le pressioni dei due leader della minoranza Kevin McCarthy e Steve Scalise. Un segno evidente della frattura tra le due anime del partito: da un lato i seguaci di Trump che accettano le bugie dell’ex presidente, e quelli, invece, che le respingono capeggiati da Liz Cheney, esautorata dalla dirigenza del Gop la settimana scorsa, e da John Katko, il repubblicano leader di minoranza della Commissione sulla Sicurezza Interna a cui era stato affidato l’incarico di formare questa commissione d’inchiesta. A loro si sono aggiunti altri 33  parlamentari del Gop. Una imbarazzante sconfitta per i leader della minoranza repubblicana alla Camera che ora possono solo contare sull’ostruzionismo dei senatori del loro partito quando il disegno di legge verrà presentato alla camera alta.

Uno dei trumpisti che ha invaso il 6 gennaio 2021 il Congresso. (foto: youtube)

Nei giorni successivi l’assalto al Congresso quasi tutti i parlamentari democratici e repubblicani, a gran voce, chiedevano la formazione di questa commissione d’inchiesta, simile a quella creata dopo gli attentati dell’11 Settembre. Durissime parole quelle dette dai leader repubblicani di Camera e Senato dopo lo scampato pericolo con cui accusavano l’ex presidente di aver incitato la folla all’assalto. Nelle settimane successive cominciò a circolare l’idea di incaricare un gruppo di esperti per esaminare come i disordini siano potuti accadere, per studiarne le cause ed eliminare le lacune che hanno permesso l’assalto al Congresso.    

La storia per la creazione di questa commissione è emblematica per capire il difficile momento che il Congresso sta attraversando.

L’incarico per creare la commissione d’inchiesta era stato affidato da Nancy Pelosi, speaker della Camera, alla Commissione per la Sicurezza Interna, la Homeland Security. Il capo di questa commissione è il democratico Bennie Thompson e il leader della minoranza repubblicana è John Katko. Le regole iniziali volevano che la commissione fosse composta da 11 membri scelti al di fuori dell’ordinamento federale, otto dei quali selezionati equamente dai leader di maggioranza e minoranza di Camera e Senato. I restanti 3 scelti dalla Casa Bianca. Entro la fine dell’anno la commissione avrebbe dovuto presentare le conclusioni dello studio e 60 giorni dopo la presentazione la commissione sarebbe stata sciolta. Le trattative tra i rappresentanti della commissione per la Sicurezza Interna sono durate un mese alla fine l’accordo è stato raggiunto il 14 maggio da Thompson e Katko i quali ne hanno dato l’annuncio.

L’ex Presidente Donald Trump e la Speaker del Congresso Nancy Pelosi nell’illustrazione di Antonella Martino.

Il leader della minoranza, Kevin McCarthy, dopo che la notizia si era divulgata, è stato molto tiepido. Non si è impegnato, non si è espresso. “Devo capire bene i contenuti dell’accordo” ha affermato. “E’ una trappola di Nancy Pelosi” tuonava invece l’ex presidente dal suo golf club di Bedminster in New Jersey, ordinando ai suoi sostenitori di respingere la formazione della commissione d’inchiesta. Due giorni dopo Kevin McCarthy si è ufficialmente opposto all’accordo raggiunto tra Bennie Thompson e John Katko affermando che era stato creato e negoziato in malafede da Nancy Pelosi perchè non era stato dato a loro anche l’incarico di esaminare gli altri casi di violenze che c’erano stati nei mesi precedenti. Subito dopo diede l’ordine ai parlamentari del suo partito di bocciarlo. 35 repubblicani non lo hanno seguito e il disegno di legge è stato approvato alla Camera. L’iter vuole che ora venga discusso e votato dal Senato per essere convertito in legge.

Ieri sera il leader della minoranza repubblicana al Senato, Mitch McConnell, ha detto di essere contrario alla formazione della Commissione d’inchiesta. “Esistono già le indagini avviate dal Dipartimento della Giustizia e quelle della Commissione Regolamenti e Sicurezza Interna che rilasceranno le loro conclusioni tra qualche settimana. Una nuova commissione sarebbe un duplicato di quelle già esistenti”. Ma McConnell, al contrario di Kevin McCarthy, ha lasciato ai senatori del suo partito la libertà di votare secondo coscienza, ben sapendo che molto difficilmente 10 senatori repubblicani voteranno in favore del provvedimento presentato dai democratici.

Al Senato, per i regolamenti del filibustering, basta che 40 senatori siano contrari alla discussione di un disegno di legge che l’iter si blocca facendolo entrare in un cimitero legislativo dove giacciono centinaia di proposte bocciate. Fanno eccezione i disegni di legge per i finanziamenti e il bilancio federale. Regolamento bizzarro vagamente disegnato dai padri fondatori per dare voce anche alla minoranza in modo da poter intervenire in evidenti casi di strapotere della maggioranza. Ma allora si parlava per ore e per giorni per ritardare l’approvazione di una legge. Nel 1917 il regolamento cambiò: per bloccare le interminabili discussioni era necessario che i 2 terzi dei senatori votassero per eliminare la perdita di tempo e il filibustering veniva bloccato. Un procedimento chiamato “cloture”.

Il senato durante il secondo processo di impeachment per Trump (da youtube)

Nel 1975 furono nuovamente cambiate le regole: anziché i due terzi dei voti ne sarebbero serviti i tre quinti: cioè una maggioranza di 60 senatori sarebbe stata necessaria per bloccare le manovre di sbarramento della minoranza. Attualmente il Senato è composto da 100 senatori equamente divisi tra repubblicani e democratici. In caso di parità il voto decisivo viene espresso dal presidente del Senato che istituzionalmente è ricoperto dal vicepresidente. Kamala Harris è l’ago della bilancia. Una maggioranza di 60 senatori che con queste regole non ha la forza per bloccare la minoranza di 40 colleghi contrari contrari e l’iter viene interrotto.  Una regola diventata di normale applicazione che mortifica il concetto della democrazia. Da mesi si dibatte per il cambiamento di questa regola, ma non ci sono le forze politiche per farlo e non tutti i democratici sono inoltre d’accordo nel volerla modificare.

E così anche questo disegno di legge, ideato per far luce in uno dei momenti più oscuri della storia americana, si insabbierà sulle secche della palude politica di Washington.

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