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La rincorsa di Maya Wiley per diventare mayor di New York e rompere due tabù

La candidata democratica se riuscisse a spuntarla sarebbe anche la prima donna nera sindaco. Appoggiata da sindacati di peso, punta sul "defund" la NYPD

Maya Wiley vuole fare storia. Ma non le basta fare storia con l’ambizione di diventare la prima donna-sindaco nella storia di New York. Vuole anche fare storia diventando la prima afro-americana a vincere la poltrona di sindaco nella Grande Mela. Ce la farà? Sicuramente piace ai neri, ai liberal e alla frangia più progressista del partito democratico. Ma quale percentuale dell’elettorato afro-americano sia pronto ad appoggiare lei anziché l’altro candidato nero a sindaco è ancora presto per dirlo. Punto interrogativo anche su quale sia la percentuale dell’elettorato pronta a spostarsi decisamente a sinistra.

Maya Wiley (Foto UN Women/Ryan Brown)

A cinquantasette anni compiuti, la Wiley mantiene una presenza che fa colpo. I suoi lunghi capelli brizzolati sono spesso raccolti in treccine che formano uno chignon sul retro della nuca. E quando li lascia giù invece sono una cascata di codini che le incorniciano il volto assai giovanile. 

Sto facendo complimenti a Maya ma allo stesso tempo è insultante che io parta dal suo aspetto fisico anziché dalle sue idee politiche. Non è mancanza di rispetto nei suoi confronti. È questione che la politica è diventata un mix di performance, spettacolo e sensazioni di pancia prima ancora di basarsi su una chiara agenda politica.

Lo si é visto mercoledí 2 giugno quando è andato in onda teletrasmesso il secondo dibattito fra gli otto candidati a sindaco di New York. Di performance ce n’è stata tanta, di veri e propri contenuti meno.

La sensazione è che delle tre candidate-donne Maya sia quella che può contare più solidamente sul voto femminile. Andiamo per esclusione: Dianne Morales si sta indebolendo al punto che questa settimana la manager della sua campagna elettorale ha voltato bandiera ed è andata a lavorare per la Wiley. Kathryn Garcia non punta decisamente sul sostegno di altre donne. Ha fiducia piuttosto sul fatto che potrebbe avere l’appoggio di elettori maschi proprio perché è una candidata che sa tenere testa alta davanti ai politici di sesso maschile. E poi c’è la Wiley che invece piace alle donne proprio perché è donna. Non è un caso che la femminista storica Gloria Steinam la stia appoggiando.

Le sue idee per venire eletta? Prima di tutto crede fermamente nel ruolo del sindacato tanto da avere ottenuto l’appoggio del Local 1199, il sindacato più numeroso di New York che rappresenta oltre 200 mila persone che lavorano nel campo della sanità. Altro punto su cui insiste in campagna elettorale sono le forze di polizia. Intende ridurre il loro budget di un miliardo di dollari e di eliminare 2250 poliziotti. É una proposta difficile da digerire di questi tempi quando i newyorkesi hanno la sensazione che la loro città sia sprofondata in un nuovo ciclo di violenze. Ma gran parte dell’elettorato della Wiley è gente di colore che percepisce la polizia come un nemico, motivato da tensioni razziali. E come tale tagliare i fondi e ridurre gli organici è un messaggio che trova consensi.

Giugno 2020, Union Square, New York: la passeggiata dell’ironia (di Terry W. Sanders)

Grande interesse anche per ls sua proposta di aiutare le famiglie indigenti offrendo un bonus di 5000 dollari che vada a finanziare un fondo per asili-nido e scuole materne gratuite. La Wiley crede anche in una ripresa dell’economia locale grazie a un progetto di 10 miliardi di dollari con cui finanziare le riparazioni alle infrastrutture esistenti e dunque creare posti di lavoro. Dice che ne creerà circa 100mila.

Maya Wiley, candidata sindaco di NYC (wikimedia)

A mettere Maya in difficoltà c’è il suo recente passato politico. Era una consulente di Bill de Blasio, attuale sindaco che a New York piace proprio poco poco. E dunque la Wiley non ha tanto da sbandierare la sua amicizia con l’italo-americano Bill. Amicizia e alleanza politica che iniziò quando De Blasio rimase favorevolmente impressionato leggendo un pezzo d’opinione della Wiley nella quale lei sottolinea l’importanza della connettività a Internet per far avanzare le fasce della popolazione newyorkese meno abbiente.

Lei ha proprio il piglio dell’attivista. La cosa non sorprende visto che suo padre George negli anni ’70 era un noto leader all’interno del movimento per i diritti civili. Era morto tragicamente in un incidente di mare cadendo da un motoscafo mentre i suoi figli  — Maya aveva solo 9 anni — tentavano di salvargli la vita gettando una corda in mare.

Su quell’episodio la Wiley ha montato una narrativa che ripete spesso in campagna elettorale. Dice che lei e suo fratellino riuscirono a tornare a riva dove però nessun bianco li aiutò. Si trovarono a bussare di porta in porta cercando qualcuno che desse una mano. Ci volle del tempo prima che una persona chiamasse la polizia e iniziassero le ricerche di loro padre disperso in mare.

Cresciuta solamente dalla madre, Maya studiò in scuole segregate dove i bambini neri non si mescolavano mai con quelli bianchi. Eppure in campagna elettorale quando le viene chiesto che cosa intende fare per mettere fine alla segregazione scolastica rimane sempre nel vago. Non avanza proposte concrete al di là delle buone intenzioni. Si rende forse conto che é una realtà difficile da scardinare, tanto che lei da ragazzina finí in una scuola privata. Solo così incominciò a spianarsi la strada che la portò a iscriversi al prestigioso Darmouth College e poi coronare la sua carriera universitaria alla Colombia.

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