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L’Italia è uno stato laico, non ateo: la Chiesa può intervenire sul Ddl Zan

Intorno all'ingerenza del Vaticano sul disegno di legge contro l'omotransfobia si è aperto un grande dibattito, ma la Costituzione parla chiaro e anche Draghi

Mario Draghi con Papa Francesco (Foto Palazzo Chigi)

Qualche settimana fa Mario Draghi al Senato della Repubblica italiana, intervenendo brevemente sul famoso Ddl Zan e sulle posizioni del Vaticano (in ordine al corpo normativo in itinere di discussione della predetta riforma), ha dato un messaggio chiaro al Parlamento: il sovrano italiano è il popolo, non il parlamentare.

Di primo impatto sembrerebbe che si tratti di una ovvietà, ma non è così a parere di chi intravvede nelle poche e decise parole del Presidente del Consiglio una enormità concettuale in termini politico-istituzionali.

A titolo di richiamo Mario Draghi dice in Senato il 23 giugno scorso: “Quel che però voglio dire, specialmente rispetto agli ultimi sviluppi è che il nostro è uno Stato laico, non è uno stato confessionale, quindi il Parlamento è libero, certamente è libero di discutere, ovviamente, sono considerazioni ovvie queste, ovviamente di legiferare, di discutere. Poi voglio dire anche che il nostro ordinamento contiene tutte le garanzie per assicurare che le leggi rispettino sempre i principi costituzionali e gli impegni internazionali, tra cui il Concordato con la Chiesa. Vi sono controlli preventivi di costituzionalità nelle competenti commissioni parlamentari, è di nuovo il Parlamento che per primo discute della costituzionalità, e poi ci sono i controlli successivi della Corte costituzionale. La laicità non è indifferenza dello Stato rispetto al fenomeno religioso, la laicità è tutela del pluralismo e delle diversità culturali. Sono le dichiarazioni che oggi mi sento di fare senza entrare ovviamente nel merito della discussione parlamentare: come vedete il governo la sta seguendo, ma questo è il momento del parlamento, non è il momento del governo”.

Mario Draghi durante le comunicazioni in Parlamento – Palazzo Chigi

Su queste “ovvietà” il Parlamento ha applaudito solennemente mentre il Premier, sinceramente, è parso alquanto basito nel prendere atto che un’aula così importante si meravigliasse dell’ascolto di cose semplici e che, in un Paese democraticamente serio, dovrebbero costituire la precondizione minima (morale e di conoscenza) sia per proporsi in sede elettorale che per confrontarsi in sede legislativa.

Il punto centrale di Draghi è, di tutta evidenza, su un altro piano di lettura: della serie “caro Parlamento ma ti stai accorgendo che fuori c’è un Popolo che non riesce a capirti se non spieghi con pacatezza, discernimento e serietà cosa stai facendo”?

La confusione ed il miscelamento politico-giuridico sia sul Ddl Zan che sulle posizioni del Vaticano ne sono esempio emblematico: se il legislatore avesse idee chiare sul “cosa” effettivamente contrastare in termini di comportamento antisociale basterebbe anche un unico articolo contro le violenze, le discriminazioni, ecc.

Bandiere arcobaleno in Vaticano – piueuropa.eu

Morale del tutto: come va interpretato l’applauso del Parlamento a Draghi? Si tratta di un Parlamento che si unisce solo dinanzi alla ovvietà delle parole o che stenta a discutere le affermazioni di Draghi dal momento che esse sono ineccepibili sul fronte politico, giuridico ed etico? Oppure ancora c’è un sottile richiamo allo spirito costituente nell’intento di ricordare lo sforzo ed il grande lavoro dei padri e delle madri della Repubblica nell’averci dotato di una Carta fondamentale?

Se la risposta a quest’ultima domanda è affermativa, allora, ai parlamentari (specie ai contestatori dell’interessamento relazionale ecclesiastico) vanno rinfrescate due cose: la Costituzione è stata votata dal popolo italiano ed è stata scritta da un’Assemblea costituente che ha scelto volutamente di unire la laicità dello Stato alla dignità storica anche rispetto delle inclinazioni religiose degli italiani in chiave programmatica.

In termini pratici, per migliore spiegazione, occorre tenere conto che i primi dodici articoli della Costituzione definiscono i c.d. “Principi fondamentali” (cioè l’ossatura portante ed intoccabile della struttura Repubblicano-democratica del Paese).

Il Capo dello Stato, Enrico De Nicola, firma la Costituzione italiana a palazzo Giustiniani, il 27 dicembre 1947. Al suo fianco, da sinistra a destra, Alcide De Gasperi, presidente del Consiglio, Francesco Cosentino, funzionario, Giuseppe Grassi, guardasigilli, e Umberto Terracini, presidente della Costituente – Wikimedia

Ciò sta a significare che la Costituzione italiana è il derivato attuale (materiale e spirituale, politico e giuridico) di un determinato processo di “affidamento” del popolo verso un nuovo assetto sociale, appunto, definibile quale “laico”; quest’ultimo è un termine la cui etimologia sta a significare, specificamente, ciò che appartiene al popolo, che è nel popolo e che, in buona sostanza, è il popolo.

E allora qual è il messaggio politico di Draghi al Parlamento se non quello di spianare la strada all’ordine rispetto al caos del linguaggio incarognito e diffusosi negli ultimi tempi per come atto a farsi fagocitare per un pò di audience, di zuffa da talk, ecc.

Al Parlamento serve il tempo giusto per assolvere alla funzione primaria: convergenza nel confronto quale frutto di bilanciamento delle norme da approvare.

Draghi stesso riconosce di aver detto un’ovvietà, ma ha lanciato un messaggio di elevatissima portata nel dire che è “l’ora del Parlamento”: primo perché rinsavisce il principio di separazione dei poteri (in primis tra legislativo ed esecutivo); secondo perché spetta al Parlamento predetto responsabilizzarsi rispetto ad un passaggio normativo epocale che, laddove non calmierato da pesi e contrappesi di strutturazione giuridica, rischia di portare il Paese verso l’inasprimento del dibattito nonché verso l’assenza di confronto e soprattutto di visione.

Montecitorio, sede del Parlamento

Il miglioramento dei diritti civili appartiene a tutti. In un certo senso anche al Vaticano. Lo si dice per dato fattualmente costituzionale.

La stessa Corte Costituzionale, con la decisione storica n. 1146/1988, afferma da decenni che La Costituzione italiana contiene alcuni principi supremi che non possono essere sovvertiti o modificati nel loro contenuto essenziale neppure da leggi di revisione costituzionale o da altre leggi costituzionali. Tali sono tanto i principi che la stessa Costituzione esplicitamente prevede come limiti assoluti al potere di revisione costituzionale, quale la forma repubblicana (art. 139 Cost.), quanto i principi che, pur non essendo espressamente menzionati fra quelli non assoggettabili al procedimento di revisione costituzionale, appartengono all’essenza dei valori supremi sui quali si fonda la  Costituzione italiana. Questa Corte, del resto, ha già riconosciuto in numerose decisioni come i  principi  supremi  dell’ordinamento  costituzionale abbiano una valenza superiore rispetto alle altre norme o leggi di  rango costituzionale, sia quando ha ritenuto che anche le disposizioni del Concordato, le quali godono  della particolare “copertura costituzionale” fornita dall’art. 7, comma secondo, Cost., non si  sottraggono  all’accertamento della loro conformità ai principi supremi dell’ordinamento costituzionale”.

Chiaro che, a fronte di quanto appena riportato, l’interessamento del Vaticano alla questione del Ddl Zan ha un suo radicamento necessariamente funzionale anche nell’ottica di non dissipamento delle ragioni di trattato tra Stato e Chiesa (precedente alla Repubblica, ma costituzionalizzato proprio dai padri e dalle madri costituenti).

Questo tipo di interazione funzionale (cosa diversa dalla interferenza funzionale tra i poteri dello Stato) è legata essenzialmente a due elementi che l’Italia, specie in sede parlamentare, non può trascurare:

  • lo Stato Pontificio, geopoliticamente, è precedente alla nascita dell’Italia (sia repubblicana che monarchica);
  • nel mondo la Chiesa dello Stato Vaticano, risaputamente, conta oltre 1 miliardo di credenti (fate vobis, si consenta la battuta).

Si può essere d’accordo o meno con i dati e con i trattati, ma sono fatti con cui occorre fare conti prima di spingere l’acceleratore su determinate norme (che possono avere un riflesso anche di natura geopolitica).

Allora, che l’Italia sia uno Stato laico è un altrettanto dato di fatto, ma con questo non significa che si possa assimilare a uno Stato ateo. La legge deve nascere sempre da una radice filosofica a cui ispirarsi; diversamente si cade nella trappola della mera forma, aprendo la strada al c.d. nichilismo del “Dio è morto” (A cosa serve accendere lanterne quando è mattino? – cit. di Nietzsche d’altronde).

Il Segretario di Stato USA, Antony Blinken durante l’incontro con Papa Francesco in Vaticano, il 28 giugno 2021 – twitter, @SecBlinken

Se per alcuni ateismo e anarchia potrebbero consistere in due facce della stessa medaglia, qui è il caso di soffermare l’attenzione su un concetto di fondo.

Uno Stato laico si affida al popolo (come etimologicamente precisato) il quale ultimo, date le dinamiche costituzionali, fonda l’equilibrio sociale nella fede istituzionale.

Non a caso la nostra Costituzione enuncia all’art. 54 il principio di fedeltà che, sempre etimologicamente parlando, ingloba concettualmente l’essenza della lealtà nel rispetto di patti (tanto vale tra i cittadini, tanto vale tra gli Stati).

Non si può quindi volere, di punto in bianco, l’estromissione del Vaticano dalle logiche costituzionalmente date per quanto ad alcuni possa sembrare assurdo. Se ancora Draghi non è stato capito, si abbia fede (anche su questo aspetto).

La storia insegna, d’altronde, cosa sia: la Costituzione è nata per lo stesso motivo. A meno che per il principio d’ovvietà non si voglia applaudire ad una nuova Carta fatta solo di diritti, ma senza radici. Gli alberi crescono dalla terra e gli eventuali frutti non cadono lontani. Mai. È un fatto incontrovertibile. Non accettarlo è superbia.

Il Parlamento quindi deve discutere, ma non deve abusare di un linguaggio che il Popolo non merita: l’arroganza delle maggioranze di parte. Partita da cui Draghi s’è chiamato fuori.

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