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Usare l’emergenza per controllare la vita delle persone. Come i russi con la barba

Johnson vuole usare i sistemi anti covid per combattere l'obesità e forse ha preso spunto dalla Russia di Pietro il Grande, che aveva messo una tassa sulla peluria

Mario Draghi con Boris Johnson - governo.it

La storia abbonda di governi restii a cedere, a fine emergenza, i poteri acquisiti per contrastare gravi crisi sistemiche come guerre, crolli economici e, ovviamente, epidemie.

Le misure “straordinarie” col tempo diventano permanenti e così pure i nuovi controlli sociali: spesso con ottime motivazioni, come la necessità di stabilizzare l’economia o, più in generale, di “ricostruire meglio”. La disponibilità di poteri speciali offre una meravigliosa opportunità per raddrizzare problemi sociali non direttamente affrontabili con metodi democratici e la tendenza a utilizzarli — a fin di bene, naturalmente — è forte. Il Governo inglese ora ha lanciato un ballon d’essai sull’opportunità di usare i sistemi anti-Covid per combattere un’altra “epidemia”— l’obesità — con strumenti che riducono la tendenza popolare a mangiare alimenti “poco sani”.

Ritratto di Pietro il Grande di Paul Delaroche – Wikimedia

Il primo caso moderno, o almeno il più bello, di questo tipo di ingegneria sociale in scala fu la guerra contro le barbe condotta dall’Imperatore russo Pietro I, “il Grande” (1672-1725), che aveva visto nell’eccessiva villosità dei propri soggetti un ostacolo alla modernizzazione del paese. Volendo ricreare il “paesaggio umano” che aveva osservato nel corso dei suoi viaggi nella più evoluta Europa Occidentale, nel settembre del 1698 decretò una “tassa universale” sulle barbe.

L’aspetto “moderno” consisteva nell’usare il sistema di tassazione contro l’eccessiva peluria. Era permesso continuare a portare la barba, proprio volendo, ma di colpo diventò un vizio molto caro. La tariffa annua variava in base al censo. I “barbuti” appartenenti alla Corte, gli ufficiali militari e i funzionari governativi dovevano pagare 60 rubli l’anno. I mercanti “ricchi”, 100 rubli, mentre i mercanti minori e gli abitanti metropolitani pagavano 30 rubli. Per i “villici” barbuti delle campagne la tassa era di due “mezzi-copechi” ogni volta che entravano in città.

Il cavaliere di bronzo, statua equestre che rappresenta Pietro il Grande – Wikimedia

Il calcolo dei cambi storici è un’impresa ardua e soprattutto futile, ma per andare molto a spanne, un rublo dell’epoca di Pietro valeva 12 grammi d’argento. Ai nostri tempi l’argento vale poco, ma allora il cambio era di circa 15 a 1 rispetto all’oro e se l’oro oggi vale quasi €50 al grammo, allora l’ipotetico costo annuo dei peli facciali era davvero molto al di là delle tasche comuni. Chi pagava comunque otteneva come ricevuta un gettone metallico raffigurante una barba: in argento per gli aristocratici, in rame per la plebe. Molti dei gettoni riportavano sul retro un’iscrizione in russo che diceva “la barba è un peso superfluo”. Sono comprensibilmente rari al giorno d’oggi e molto ricercati dai collezionisti.

L’ipotesi corrente inglese non riguarda i peli facciali. Comporterebbe invece una sorta di monitoraggio degli acquisti alimentari allo scopo di poter “premiare”, forse con sconti fiscali di qualche tipo, quelli che, secondo il tracciamento, fanno tanto movimento o comprano molte verdure e di “non premiare”— diciamolo così — i sedentari e chi invece insiste a consumare la carne.
Che il progetto vada a buon fine è improbabile. Tra l’altro, implicherebbe vietare subito anche l’utilizzo dei contanti. Altrimenti i furbastri userebbero i pagamenti elettronici per acquistare il verdume e la cartamoneta per ingozzarsi di hamburger.

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