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Italia anni Novanta, i magistrati e la cultura del potere contro quella del diritto

Intervista con Salvatore Sechi, celebre storico contemporaneo: una testimonianza sul periodo dell’Italia repubblicana che va sotto il nome di “Mani pulite”

Due dei magistrati di punta del Pool di Mani Pulite, Antonio Di Pietro e Gherardo Colombo, con il procuratore capo Saverio Borrelli, mentre passeggiano al centro di Milano (Immagine ripresa da youtube)

Il Prof. Salvatore Sechi è uno storico e accademico italiano. Laureatosi a Torino si specializza in Inghilterra al St. Anthony College di Oxford. E’ stato ricercatore della Fondazione Luigi Einaudi e alla scuola dei Quaderni Rossi di Raniero Panzieri. Ha insegnato Storia dei partiti e dei movimenti politici e Storia contemporanea nelle università di Venezia, Bologna, Ferrara e Berkeley. Come politologo, ha collaborato con le principali testate italiane il (Corriere della Sera, la Repubblica, l’Unità, Il Giorno, il Resto del Carlino, l’Avanti, Il Secolo XIX) e con riviste fondamentali come Storia Contemporanea del Mulino e Nuova Storia Contemporanea. Ha chiuso la sua carriera accademica da professore ordinario di Storia contemporanea all’Università di Ferrara. E’ autore di decine di volumi, monografie e saggi frutto di ricerche in archivi italiani, americani, inglesi. Ha avuto inoltre incarichi istituzionali, essendo stato direttore dell’Istituto di Cultura italiana di San Francisco (USA) e consulente della commissione parlamentare Mitrokhin. Sotto la presidenza di Beppe Pisanu è stato consulente della Commissione parlamentare antimafia.

Salvatore Sechi con Francesco Cossiga

Come definirebbe la condizione dello Stato italiano nel 1992, cioè l’inizio di Mani Pulite?

“Grazie al lavoro dei magistrati milanesi, la società e lo stato in Italia assomigliano ad una sorta di “repubblica giudiziaria.

Si era venuta coltivando, anche inconsapevolmente, l’illusione che la moralizzazione  pubblica e il rinnovamento politico  potessero essere perseguiti per via, e per mano, extra-costituzionale, cioè  appunto giudiziaria. Come ha riconosciuto Pier Camillo Davigo, uno dei magistrati impegnati in questa battaglia, l’esito è stato fallimentare, la corruzione, anche se in forme diverse, continua ancora oggi”.

Ma continuava ad esserci un regime democratico?

“Per la verità quel che stava vivendo il paese era uno stato di delegittimazione del sistema politico (e non solo dei singoli partiti). Pezzo per pezzo società civile e istituzioni si sfaldavano. I cittadini poterono così assistere ad un’infinita e atroce narrazione quotidiana del disfacimento del più mediterraneo dei paesi europei.

Sono le vicende della corruzione nei rapporti tra la politica e le imprese, tra i cittadini e lo Stato. Si incrociano con quelle della violenza mafiosa, dell’assenza di ogni disciplina che possa incanalare o solo governare il caos del  tracollo istituzionale e morale montante nel paese ad ogni livello.

Per fare un esempio, per la prima volta nella storia d’Italia in una regione molto importante, come la Lombardia, tutti gli assessori si trovarono in stato di arresto. Non si sapeva  chi potesse firmare gli atti di quella istituzione. Dal 1989 al 1994, si susseguirono tre governi. A guidarli fu il più navigato professionista della politica (come il senatore Giulio Andreotti), il più prestigioso degli intellettuali liberal-socialisti (come Giuliano Amato) e l’ex governatore della Banca d’Italia (come Carlo Azeglio Ciampi).Non c’è argine alle migliori intenzioni né alla micidiale sequenza con cui vengono travolti da un’ondata di vero e proprio cupio dissolvi”.

Le forme della democrazia erano state fatte salve?

“Mi pare  arduo anche potere parlare di regime democratico. Non c’era più o era diventato un’altra  cosa perché a dominare, con timore e tremore, non era la Magna Charta dei diritti dei cittadini, ma la frusta del Codice penale. Credo si possa dire che esso sia stato brandito con spirito eticizzante, ma anche con l’orgoglio del conquerant di una casta (o élite) dai magistrati che collaborarono con Francesco Saverio Borrelli”.

Dove è andata a finire in quegli anni la cultura dei diritti?

“Non di rado (e non tutti in eguale misura) i magistrati apparvero dominati più da una cultura del potere e delle riforme che (non sempre almeno) da una cultura dei diritti. Mi pare si possa dire che non ebbero scrupolo a farsi oltremodo forti dell’estremo indebolimento della politica”.

Mi può indicare che cosa l’ha provocata?

“Con la crisi del sistema elettorale proporzionale, che aveva dominato la Prima Repubblica, e i prolegomeni referendari verso il tumultuoso approdo al regime maggioritario, si erano venute estenuando prerogative, e poteri, di alcuni settori giudiziari. E’ il caso di aggiungere che la qualità della rappresentanza parlamentare era diventata sempre più mediocre. Un noto giurista, a proposito dei magistrati non solo (ma in particolare) milanesi, Luciano Violante, ha rilevato un aspetto assai pericoloso:  una sovraesposizione politica che ha finito  con l’assumere  la caratteristica aggiuntiva di un paradigmatico populismo giudiziario”. Il che avverrebbe, secondo un docente palermitano come Giovanni Fiandaca, “tutte le volte in cui il magistrato pretende, anche grazie ad una frequente esibizione mediatica, di assurgere ad autentico rappresentante o interprete dei veri interessi e delle aspettative di giustizia dei cittadini,  ciò in una logica di concorrenza-supplenza e in alcuni casi di aperta contrapposizione rispetto al potere politico ufficiale”.

Lo si può chiamare il dominio dei magistrati-tribuno, dunque…

“Lo si può rilevare in ciò che è diventato ormai senso comune di massa. L’indagato, invece di sentirsi protetto dalla notizia di essere monitorato dalla magistratura, ha la sensazione di esserne vittima. Lo stato d’animo di chi è innocente si è tramutato in quello tremebondo e rassegnato  del colpevole. Si attende da un momento all’altro la custodia cautelare e l’avvio di  un procedimento giudiziario prolungato, con una barbarie infinita, per decenni. Ciò è particolarmente vero quando la politica degrada ad una funzione di passacarte (segno del suo massimo indebolimento). L’eroismo, il senso del dovere di un élite non serve a  salvare un’istituzione dal precipizio.

Quello del 1992-1993 fu il biennio più tragico della storia repubblicana. Di nemici ne aveva collezionato molti, sulla propria destra come sull’estrema sinistra. I giudici di Milano, guidati da Saverio Borrelli, avviarono una vera e propria campagna intensiva per la moralizzazione della vita pubblica infettata dalla corruzione. Ma fu una metastasi nazionale, come ho potuto constatare lavorando negli archivi dei Tribunali di città come Genova, Roma e Venezia. Ad essere colpiti furono esponenti del governo (compreso un ex ministro della Giustizia), partiti, dirigenti politici e imprenditori  col ricorso, spesso, a mezzi impropri (cioè illegali)  come l’abuso di ufficio, a cominciare dalla carcerazione preventiva“.

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