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Biden: “Non ho rimorsi… I soldati USA non possono più morire per l’Afghanistan”

Da Bush e Trump a Obama e Biden: vent’anni di errori e la critica della stampa americana. Il vero vincitore è il mullah Abdul Baradar

“Ho inviato 6 mila soldati a Kabul per proteggere i civili americani e alleati che sono all’aeroporto” ha detto il presidente Joe Biden dalla Casa Bianca dove è tornato da Camp David dopo le drammatiche immagini trasmesse dall’Afganistan. “Non possiamo difendere un Paese che non si vuole difendere. Abbiamo armato e istruito i loro soldati che si sono arresi appena noi ce ne siamo andati. Il destino degli afghani è nelle loro mani. La nostra missione in Afghanistan non è mai stata pensata per costruire una nazione. La scelta che avevo era proseguire con gli accordi negoziati da Donald Trump con i talebani o tornare a combattere”. E poi “Non ho alcun rimorso circa la decisione di richiamare i nostri soldati. Non chiederò ancora una volta ai militari di combattere un’altra guerra civile che può portare dolore nelle loro famiglie. Non è quello che l’America vuole. Non ripeterò quanto accaduto in Vietnam e che io ho visto con i miei occhi quando ero un giovane”. In vent’anni, ha aggiunto Biden, “ho capito che non c’era mai un momento buono per ritirare le nostre truppe. L’esercito afghano si è rifiutato di combattere, i leader politici locali sono scappati. I nostri soldati non devono combattere e morire in un conflitto che neppure i militari afghani vogliono combattere. Non ripeterò l’errore che è stato fatto in passato”. 

Il presidente ha concluso il suo intervento affermando di aver indirettamente parlato con i leader dei talebani a Doha avvertendoli che se il ritiro dei civili dall’aeroporto verrà in qualche modo ostacolato dai talebani le conseguenze saranno devastanti.  Biden ha reiterato di aver fatto la decisione giusta, ha ammesso di essere stato sorpreso dalla velocità con cui l’apparato militare afgano è crollato, ma ha aggiunto di non aver avuto nessun ripensamento.

Non si è fermato a parlare con i giornalisti come normalmente fa ai suoi incontri. Appena finito se ne è andato senza rispondere alle domande.

Le immagini degli afgani aggrappati ai portelloni e al carrello di un aereo militare che lascia l’aeroporto di Kabul sono entrate nelle case americane e hanno rispolverato i fantasmi di Saigon 1975 dell’ultimo gigantesco elicottero che lasciava il tetto dell’ambasciata americana in Vietnam.

Viet Nam, la caduta di Saigon: un elicottero americano imbarca il personale dell’Ambasciata USA da un tetto di una casa vicino l’Ambasciata.

Immagini drammatiche di uomini disperati aggrappati alla fusoliera dell’aereo in un estremo folle tentativo di fuga che secondi dopo il decollo si trasforma in tragedia. Immagini brutali a sottolineare il fallimento di una guerra di 20 anni la cui fine era già stata scritta da molto tempo e per la quale nessun presidente, né democratico né repubblicano è riuscito a trovare la soluzione diplomatica per venirne fuori. Una guerra lanciata senza obiettivi precisi se non quello di catturare Bin Laden, trasformata poi in un bizzarro tentativo di democratizzazione di un Paese che delle disparità dei sessi ne fa una bandiera. Un Paese in cui 2mila 162 soldati americani sono morti e più di 20 mila sono rimasti feriti per eseguire ordini di presidenti repubblicani e democratici.

La sorpresa non è stata che il regime sia crollato, ma la velocità con cui si è sgretolato dopo migliaia di miliardi di dollari investiti per istruire e armare un  esercito che si è arreso appena i soldati americani sono partiti. Sono svaniti anche i controllori di volo dall’aeroporto di Kabul e ora i soldati americani stanno tornando per prendere il posto degli uomini radar afgani e cercare di ordinare la fuga delle migliaia di persone accampate nell’aeroporto ancora difeso da un centinaio di Marines. La Casa Bianca non si era fatta illusioni per l’inevitabile fine, ma nessuno si aspettava la rapidità del tracrollo dei militari afgani.

“Vent’anni di errori in Afghanistan, ma questo evitabile disastro è di Biden” è l’opinione di Max Boot su The Washington Post, secondo cui “la calamità in Afghanistan mostra il lato oscuro del bipartitismo: questo è stato un disastro prodotto da quattro amministrazioni, due repubblicane (George W. Bush, Donald Trump) e due democratiche (Barack Obama, Joe Biden)”. Per il quotidiano americano, la sintesi è che “il presidente Bush ha fallito, dopo la caduta dei talebani nel 2001, nel non concentrarsi sulla costruzione di un governo e di un esercito afghani capaci – e invece, nel destinare le scarse risorse a una guerra a scelta in Iraq. Il presidente Obama ha esitato a ordinare un aumento delle truppe con una scadenza che ha incoraggiato i talebani ad aspettare le forze statunitensi. Il presidente Trump ha faticato a negoziare un accordo per il ritiro delle truppe che ha portato al rilascio di 5.000 prigionieri talebani nonostante la totale mancanza di progressi nei colloqui di pace. E ora il presidente Biden si è incartato nell’accettare l’accordo di Trump anche se i talebani non l’hanno fatto”, ovvero “non hanno mai rotto con al-Qaeda come avevano promesso di fare”.

“La rapida riconquista della capitale, Kabul, da parte dei talebani dopo due decenni di sforzi sanguinosi e incredibilmente costosi per stabilire un governo laico con forze di sicurezza funzionanti in Afghanistan è, soprattutto, indicibilmente tragica”, scrive l’editorial board del New York Times in un commento. “Tragico – scrivono i giornalisti d’opinione e competenti del NYTimes – perché il sogno americano di essere la “nazione indispensabile” nel plasmare un mondo in cui i valori dei diritti civili, l’emancipazione femminile e la tolleranza religiosa si sono rivelati proprio questo: un sogno” ed “è tanto più tragico a causa della certezza che molti degli afgani che hanno lavorato con le forze americane e hanno accettato il sogno – e specialmente le ragazze e le donne che avevano abbracciato una misura di uguaglianza – sono stati lasciati alla mercé di uno spietato nemico”.

I soldati americani lasciano la base militare di Bagram in Afghanistan (YouTube)

E anche se “l’amministrazione Biden aveva ragione a porre fine alla guerra, non c’era bisogno che finisse in un tale caos, con così poca previdenza per tutti coloro che hanno sacrificato così tanto nella speranza di un Afghanistan migliore”. Ma l’episodio si è rivelato anche “tragico, perché con l’amara divisione politica dell’America di oggi, gli sforzi per trarre lezioni critiche da questa calamitosa battuta d’arresto sono già stati irretiti in rabbiose recriminazioni su chi ha perso l’Afghanistan, brutta gioia maligna e bugie. A poche ore dalla caduta di Kabul, i coltelli erano già fuori”.

Il vincitore: il mullah Abdul Baradar

“Abdul Ghani Baradar dei telebani è il vincitore indiscusso di una guerra lunga 20 anni” è il titolo di un articolo di The Guardian che analizza il ritorno al potere del cofondatore del movimento.

Abdul Ghani Baradar a Doha, Qatar, il 29 febbraio 2020. (wikimedia.commons, @Dipartimento di Stato foto di Ron Przysucha)

Ma chi è Abdul Ghani Baradar? È il leader talebano “liberato da una prigione pakistana su richiesta degli Stati Uniti meno di tre anni fa”, traccia il profilo il quotidiano inglese, e mentre “Haibatullah Akhundzada è il leader generale dei talebani, Baradar è il suo capo politico e il suo volto più pubblico”, ma il suo ritorno al potere “incarna l’incapacità dell’Afghanistan di sfuggire alle sanguinose catene del suo passato”, tant’è che “la storia della sua vita da uomo adulto è la storia del conflitto incessante e spietato del paese”. “Nato nella provincia di Uruzgan nel 1968 – scrive The Guardian – ha combattuto nei mujaheddin afgani contro i sovietici negli anni ’80. Dopo che i russi furono cacciati nel 1992 e il paese cadde in una guerra civile tra signori della guerra rivali, Baradar istituì una madrasa a Kandahar con il suo ex comandante e presunto cognato, Mohammad Omar. Insieme, i due mullah hanno fondato i talebani, un movimento guidato da giovani studiosi islamici dediti alla purificazione religiosa del Paese e alla creazione di un emirato”. Ma “Baradar ha svolto una serie di ruoli militari e amministrativi nel regime quinquennale dei talebani e quando è stato estromesso dagli Stati Uniti e dai suoi alleati afghani, era viceministro della difesa”.

Tuttavia, osserva il quotidiano inglese, “durante i 20 anni di esilio dei talebani, Baradar aveva la reputazione di essere un potente capo militare e un sottile operatore politico. I diplomatici occidentali arrivarono a considerarlo come l’ala della Quetta Shura – la leadership raggruppata dei talebani in esilio – che era più resistente al controllo dell’ISI e più suscettibile di contatti politici con Kabul. In ogni caso, scrive The Guardian, “l’amministrazione Obama, tuttavia, era più timorosa della sua esperienza militare che di speranza per le sue presunte tendenze moderate. La CIA lo ha rintracciato a Karachi nel 2010 e nel febbraio dello stesso anno ha convinto l’ISI ad arrestarlo”, anche se si legge ancora nell’articolo, “nel 2018 l’atteggiamento di Washington è cambiato e l’inviato afgano di Donald Trump, Zalmay Khalilzad, ha chiesto ai pakistani di rilasciare Baradar in modo che potesse condurre i negoziati in Qatar, sulla base della convinzione che si sarebbe accontentato di un accordo di condivisione del potere”. E così Baradar “ha firmato l’accordo di Doha con gli Stati Uniti nel febbraio 2020, in quello che l’amministrazione Trump ha salutato come una svolta verso la pace, ma che ora sembra una semplice tappa verso la vittoria totale dei talebani”, ricostruisce a commenta il quotidiano.

 

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