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È una Kabulgate? Responsabilità del governo USA e conti che non tornano

Si è detto molto sui drammatici eventi di questa estate in Afghanistan, ma alcune domande chiave rimangono senza risposta

I talebani seduti nell'ufficio presidenziale a Kabul - YouTube

L'estemporanea evacuazione dell'ambasciata americana a Kabul ha innescato una catena di eventi dall’esito disastroso per l'Afghanistan, per gli Stati Uniti e per i suoi alleati. Gli americani ancora non sanno chi sia responsabile di una scelta catastrofica e ingiustificata. Il nostro columnist analizza la situazione e, unendo i puntini, arriva ad alcune domande chiave.
Scrivere per VNY sui 20 anni di intervento americano in Afghanistan non è facile.

Mi chiedo qual’è la prospettiva da cui analizzare gli eventi. È meglio una prospettiva europea, oppure devo far mia una visione americana del mondo? 

Il problema è che si potrebbe interpretare ogni parola che scrivo (o che semplicemente penso, se è per quello) come una presa di posizione pro o contro il governo statunitense, pro o contro la scelta di “esportare la democrazia”, pro o contro la volontà di combattere il terrorismo, pro o contro l’uso della forza per sostenere l’emancipazione femminile in paesi in cui la sharia è la legge dello Stato.

Un gruppo di donne afghane indossa il burka (pixinio.com)

Schierarsi. Che barba. So per esperienza che abbracciare una posizione significa trovarsi subito invischiato nelle sabbie mobili della dissonanza cognitiva: i propri valori e i propri convincimenti cozzano tra loro e ogni punto di riferimento su cui fondare ragionamenti logici diventa ballerino. Trovare una visione del mondo coerente? Impossibile quando nell’equazione occorre includere il proprio senso di appartenenza a questo o a quel credo. È una sensazione odiosa, credetemi.

La mia tecnica di difesa in questi casi è di fare un passetto indietro, o anche cinque se serve. Qual’è la nostra “big picture”? Quali sono gli obiettivi ultimi a cui miriamo?

Parlo di “noi” e, bam!, si apre una nuova domanda. Chi siamo “noi”? Noi europei o noi americani? Oppure “noi” la coalizione degli alleati della NATO? O anche “noi” i paesi occidentali? O invece “noi” come l’insieme degli esseri umani che abitano lo stesso pianeta?

Ecco, questo sta partendo per la tangente, penserete. Eppure, trovo che queste tipo di domande siano fondamentali per chi è a capo di un paese chiamato Stati Uniti d’America, così come è importante avere pronte le risposte.

Joe Biden talks about the situation in Afghanistan on August 16 – YouTube

Quali sono gli obiettivi principali dell’amministrazione americana oggi?

La mia opinione è che ci siano tre modi per interpretare il ruolo di presidente degli Stati Uniti nel 2021. Immedesimandomi per un attimo nel ruolo di POTUS:

  1. Sono il Presidente degli Stati Uniti di A. e la mia preoccupazione principale è il benessere degli americani qui e oggi. Tutto il resto è secondario.
  2. Viviamo in un mondo intricato. Un’America isolata che non prenda in debita considerazione le esigenze dei suoi alleati subirà conseguenze negative nel medio e nel lungo termine, poiché la capacità del governo di influenzare ciò che accade al di fuori dei confini nazionali ne uscirebbe compromessa. Se abbandoniamo i nostri alleati, in Europa o altrove, quelli saranno meno disposti a collaborare con noi su una serie di questioni che avranno un grande impatto sul nostro benessere futuro. Gli USA devono essere primus inter pares, leader di coalizioni che cooperano per il benessere di tutti. Sono il presidente degli Stati Uniti di A. e farò in modo che i nostri alleati abbiano fiducia in noi per raggiungere insieme i nostri obiettivi comuni.
  3. Abbiamo un problema. È un problema nuovo e mostruosamente serio. Ci stiamo allegramente fottendo l’unico pianeta che abbiamo. L’unica speranza per la sopravvivenza dell’umanità è che il mondo intero faccia squadra e scopra come risolvere il problema prima che sia troppo tardi (ammesso che non sia già troppo tardi). Sono il presidente degli Stati Uniti di A. e farò di tutto per salvaguardare il pianeta.

Se consideriamo i presidenti degli Stati Uniti dalla seconda guerra mondiale in poi, fino a Barack Obama, sono stati tutti di “tipo 2”, a prescindere dal partito di provenienza. Alcuni erano di sinistra e altri di estrazione conservatrice, ma, alla fine, tutti giungevano alla conclusione che sovvenzionare generosamente gruppi, fazioni e paesi stranieri era una buona idea per l’America nel lungo termine con un occhio alla “big picture”. Sulla stessa linea, c’è sempre stata la consapevolezza che una potenza militare in grado di dispiegarsi rapidamente magari a migliaia di chilometri “da casa” fosse una caratteristica distintiva della pax americana dalla seconda guerra mondiale in poi (potenza militare come strumento per portare la democrazia nel mondo oppure per proteggere gli interessi americani? mah… non invischiamoci troppo in questi dettagli ora).

Donald Trump sfoggia il tradizionale cappellino con la scritta “Make America Great Again” durante un comizio all’epoca della sua presidenza (YouTube)

Poi è arrivato il tizio del Make America Great Again, l’esempio per eccellenza di come il populismo sia riuscito a fare sciagatti anche negli Stati Uniti. Donald Trump è stato un presidente di “tipo 1”. Diciamo pure che il presidente dell’ “America first” ha reintrodotto la presidenza di tipo 1 nei tempi moderni. Quando Trump è entrato alla Casa Bianca, il mondo intero è andato in modalità “adda passà a’ nuttata”. Avere una superpotenza egemonica globale non si sposa bene con la retorica sulla bellezza della democrazia, se non fosse che, in fin dei conti, abbiamo capito che non avere una superpotenza è ancora peggio di avercela oggigiorno. Le sfide globali sono enormi e, per l’appunto, globali. Nessun paese può affrontarle da solo; e un poliziotto armato, per quanto autoproclamato, è pur sempre meglio che non avere nessuno in grado di far rispettare un minimo di legge e ordine quando ciò è necessario.

Il che ci porta a Joe Biden. Che tipo di presidente è Biden? Nel novembre 2020, non avrei avuto dubbi e avrei detto che Biden sarebbe ricaduto tra il tipo 2 e il tipo 3, forse più vicino al tipo 3. Dopotutto, Biden ha chiaramente indicato che il cambiamento climatico era una delle questioni chiave che la sua amministrazione avrebbe affrontato, insieme ad un rinnovato impulso a ristabilire la cooperazione con i suoi partner internazionali. E non ero il solo a vederla così. Il presidente italiano Sergio Mattarella si è affrettato a congratularsi con Biden per la sua elezione non appena è arrivato l’annuncio della CNN, accogliendo con favore il ritorno del multilateralismo. Altri leader internazionali hanno inviato messaggi simili. Grande sospiro di sollievo per tutti. Il mondo poteva finalmente tirare il fiato e iniziare a lavorare con degli Stati Uniti dalla ritrovata “sanità mentale” per affrontare le sfide comuni insieme.

In questa estate 2021, però, non sono più così sicuro di quell’opinione. Certamente Biden ha invertito molte delle scelte fatte da Trump, ma non tutte. Trump aveva rivelato un lato disumano nel modo in cui trattava la gente. Voleva mostrare ai suoi sostenitori che era capace di crudeltà (un tratto della sua personalità che ho sempre trovato assai preoccupante). Cito giusto il meccanismo che aveva messo in piedi per separare le famiglie di immigrati clandestini e imprigionare anche i bambini , o l’idea (solo paventata) di annullare i visti degli studenti stranieri negli Stati Uniti (se il Covid costringe gli studenti a frequentare le lezioni a distanza, i non-americani possono anche tornarsene da dove sono venuti, era l’idea di fondo). Roba degna di un genio del male del tipo che troviamo nei fumetti.

L’amministrazione Biden intende apparire più gentile, più compassionevole. Se guardiamo più da vicino, però, su alcuni fronti non è cambiato molto: gli immigrati vengono ancora respinti alla frontiera (il che è triste ma comprensibile) e i non residenti non possono entrare negli Stati Uniti a causa del Covid (fatico a capire il perché. Siamo al secondo anno di pandemia, il Covid è ovunque e i paesi dell’UE lo hanno abbastanza sotto controllo, più di quanto lo sia negli Stati Uniti, se consideriamo che la variante Delta qui sta dilagando).

Ma questi non sono gli unici due aspetti sui quali Biden si è guardato bene dal cambiar rotta rispetto al predecessore.

Talebani a Kabul –  YouTube

Parliamo di  Afghanistan

Trump aveva stretto un accordo con i talebani che essenzialmente si riduceva a “fate quello che volete purché ci permettiate di ritirarci senza sconquassi, in particolare senza perdita di vite americane”. Il manuale del buon populista è sempre stato chiaro a proposito: trovare delle soluzioni “facili” a problemi complessi che possono essere presentate come risultati eccezionali ad un elettorato di creduloni, i Dunning Krugers pronti a prendere fake news e fattoidi come oro colato pur di corroborare le proprie narrazioni egoistiche e ben poco lungimiranti. E se le conseguenze a lungo termine di quelle scelte sono negative, pace: il problema lo risolverà qualcun’altro in un qualche futuro.

Il messaggio di Trump era chiaro: io sono il presidente che si concentra prima sull’America, risparmia i soldi dei contribuenti e se ne frega di risolvere i problemi degli altri paesi.

La grande sorpresa è arrivata quando Biden ha deciso di seguire la strada di Trump affermando che aveva le mani legate a causa dell’accordo che gli Stati Uniti avevano stretto con i talebani due anni prima. Ovviamente era una cazzata. Sappiamo tutti che Biden è perfettamente in grado di annullare le decisioni del suo predecessore… se vuole. E questo è il punto. Ovviamente, nel caso dell’Afghanistan, non ha voluto farlo. La sua opinione era che l’Afghanistan fosse già costato anche troppo. È giunto il momento di chiamarsi fuori ed usare quelle risorse da un’altra parte.

Che sia stata una buona decisione o meno è “above my pay grade”, come si dice in USA: che siano altri con esperienza specifica nel campo a esprimersi in proposito. Ma una cosa è certa: questo non è il comportamento che ci si aspetterebbe da un presidente di tipo 3, e mentre si può sostenere che sia stato Obama (tipo 2) a dare inizio al disimpegno, lasciare l’Afghanistan da un giorno all’altro rivela un atteggiamento da presidente di tipo 1.

Il ritiro dall’Afghanistan è stata la decisione giusta per l’America? Ho letto punti di vista multipli (e contrastanti tra loro) di persone molto più qualificate di me per giudicare. Alla fine, giusto o sbagliato che sia, ritirarsi dall’Afghanistan è una decisione legittima che il presidente può difendere con alcune valide ragioni.

Eppure una domanda mi lascia perplesso. 

Era proprio necessario che si assistesse ad un tale disastrosissimo clusterfuck?

Persone che cadono da aerei che decollano in mezzo a piste affollate? Combattenti talebani che si aggirano nel palazzo presidenziale ancora increduli di ciò che hanno ottenuto senza nemmeno combattere? Miliziani talebani che sfoggiano milioni di dollari di pistole, armi, SUV e persino elicotteri di fabbricazione americana che ora sono in loro possesso? Sogno o son desto? Questo è il tipo di disastro che gli americani chiamano clusterfuck, parola forte ma sul cui uso è difficile eccepire in questo caso.

Il sito del Corriere mostra il video di persone che cadono dall’aereo mentre cercano di fuggire da Kabul. Queste immagini rimarranno impresse nella mente delle persone per molto tempo.

Queste immagini diventeranno simboli di questi eventi storici e rimarranno impresse nella mente delle persone per decenni. E tutto questo dopo mesi, o addirittura anni, di presunta attenta pianificazione? Ma qui siamo fuori di testa! Che diavolo è successo a Kabul?

L’annuncio che gli Stati Uniti si stessero ritirando era arrivato molto tempo fa senza alcuna traccia di possibili ripensamenti. Allora come siamo arrivati ​​a questo domino di eventi catastrofici?

Il diavolo si annida nei dettagli (proverbio inglese)

Ho letto molto di ciò che è stato scritto nelle ultime due settimane, ma i conti non tornano ancora. Anche se i talebani erano alle porte di Kabul, so che i compound statunitensi all’estero, in particolare quelli in Medio Oriente (Kabul e Baghdad), sono una sorta di Fort Knox su suolo straniero. Ospitano le ambasciate degli Stati Uniti insieme alle ambasciate di altri paesi alleati. Un mio amico, un diplomatico che li conosce, mi ha parlato della sicurezza di quei luoghi e del loro livello di militarizzazione. I compound ospitano i soldati migliori del mondo in termini di addestramento e capacità. Giusto per mettere le cose in prospettiva, le milizie di Hezbollah avevano provato ad attaccare il complesso dell’ambasciata statunitense a Baghdad il 31 dicembre 2019. Dire che l’attacco è stato facilmente respinto sarebbe un eufemismo: gli americani non hanno battuto ciglio.

Riguardo al compound di Kabul, non sta né in cielo né in terra che corpi militari d’élite abbiano paura di un manipolo di talebani situati all’esterno. Forse l’opinione pubblica americana ha ancora vivide le immagini dell’attacco di Bengasi del 2012 e inconsciamente assume che Kabul fosse in una situazione simile, ma le circostanze sono molto diverse. Gli elicotteri in partenza dal compound di Kabul non sono l’immagine di una situazione eccezionale, come i media ci hanno fatto credere subliminalmente. Sono il modo normale con cui persone e forniture vengono trasportate dentro e fuori il compound.

La realtà, raccontataci pochi giorni fa dalla cancelliera tedesca Angela Merkel, è che la decisione di evacuare l’ambasciata americana è stata dettata dal panico e dall’incompetenza, innescando un effetto domino, che ha portato all’esfiltrazione immediata del personale diplomatico di tutti gli altri paesi. Alla fine, la resistenza afghana  contro i talebani è collassata e persino il presidente Ashraf Ghani è fuggito ignominiosamente, lasciando il paese nel caos e in balia dei talebani.

Il presidente Donald Trump stringe la mano al presidente afghano Ashraf Ghani alle Nazioni Unite nel 2017 (Credits: White House, Shealah Craighead)

Se questa fosse stata una partita di poker con milioni di dollari nel piatto, i talebani hanno rilanciato di $5 e gli Stati Uniti hanno foldato. Tutti gli altri, a loro volta, spaventati da quella mossa e temendo che gli USA potessero sapere qualcosa che loro ignoravano, si sono affrettati a fare altrettanto, permettendo ai talebani di vincere il piatto, ed entrare, poche ore dopo, nel palazzo presidenziale con lo sguardo di quelli che stentano a crederci.  

The buck stops here… la responsabilità ultima del presidente

A questo punto la domanda chiave è: chi ha dato l’ordine di evacuare l’ambasciata americana da un minuto all’altro? Certo, alla fine la risposta deve essere Biden. “The buck stops here” (la responsabilità ultima è la mia) è una citazione famosa che molti conoscono. Il presidente è il responsabile delle decisioni finali del suo gabinetto e lo stesso Biden ha pronunciato le parole di Harry Truman anche in questa occasione. Peccato, però, che un minuto dopo Biden stesso abbia scaricato la responsabilità sugli afgani,  incolpandoli di non aver opposto resistenza ai talebani. La mossa di Biden non è stata un’assunzione di responsabilità, ma solo il tentativo di fare da scudo alla sua squadra di governo: non riuscendo a identificare nessuno in particolare, si fa impossibile per i commentatori puntare il dito contro i veri responsabili di scelte errate.

In questa situazione, è legittimo porre domande sul processo decisionale che il team del presidente ha messo in atto.

Jake Sullivan, consigliere per la sicurezza nazionale del presidente Joe Biden (fonte: Wikipedia)

Come mai nessuno aveva previsto il crollo del governo afghano? Chi ha preso la decisione di evacuare l’ambasciata da un minuto all’altro? È stato il consigliere per la sicurezza nazionale, Jake Sullivan? Come mai nessuno ha informato Sullivan o il presidente delle conseguenze di una mossa così brusca?

Visti i risultati, gli americani meritano maggior visibilità sul funzionamento interno dell’amministrazione Biden. Se la decisione è stata di Biden, chi ha dato quel consiglio? Quali report d’intelligence hanno portato a un esito tanto catastrofico per l’Afghanistan, gli Stati Uniti e i loro alleati?

L’immagine degli Stati Uniti ha subito un colpo dal quale potrebbero volerci anni per riprendersi. La colpa non può essere fatta ricadere sugli afgani, che, dopo tutto, hanno combattuto contro i talebani senza il diretto sostegno militare degli Stati Uniti negli ultimi mesi. Gli americani hanno il diritto di saperne di più.

Richard Clarke intervistato da Chris Cuomo sulla situazione di Kabul alla CNN.

Un paio di giorni fa, Chris Cuomo (CNN) ha intervistato Richard Clarke, un esperto di sicurezza e antiterrorismo che ha lavorato per diverse amministrazioni statunitensi in passato. Clarke pensa che qualcuno dentro l’amministrazione Biden sia responsabile di tutto il macello e, di conseguenza, che “qualche testa dovrebbe rotolare”. Penso che questa sia una posizione dura, ma legittima. La verità deve emergere in nome della accountability, la responsabilità dei governanti davanti agli elettori.

Vogliamo parlare di Kabulgate?

Ci sono molte domande che rimangono senza risposta e il popolo americano ha il diritto di sapere cosa ha combinato il suo governo, proprio come ne avevano diritto quando nello Studio Ovale c’era seduto Trump. Qualcuno nel team di Biden ha pasticciato, un pasticcio così brutto che la Casa Bianca non può onestamente pensare di insabbiarlo e far finta di niente.

Sembra che la strategia di Biden sia quella di prendersi tutta la colpa su di sé per poi deviarla sugli afghani. Questa è una mossa tesa ad evitare l’accountability e non è accettabile. Gli americani hanno diritto di conoscere la verità. E se il tentativo di nasconderla darà inizio a un Kabulgate, così sia.

 

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