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Washington si prepara all’arrivo dei trumpisti per il rally “Justice for J6”

Intanto continuano gli arresti per le violenze del 6 gennaio mentre dal libro "Peril" di Woodward e Costa le rivelazioni sui tentativi di tenere in carica Trump

Illustration by Antonella Martino

Washington si barrica di nuovo. I trumpiani si sono dati appuntamento al rally “Justice for J6” per sabato prossimo per protestare contro la “persecuzione” delle autorità federali che, dopo il tentativo di insurrezione del 6 gennaio, hanno arrestato finora 640 persone (ma la caccia continua e ogni giorno ci sono nuove catture e nuove incriminazioni).

Gli organizzatori li definiscono “patrioti prigionieri politici”, dopo che nei mesi scorsi avevano detto inizialmente che gli scontri erano stati lanciati dalla sinistra Antifa, poi che i dimostranti erano turisti in visita al Congresso, ora hanno incredibilmente sposato la terminologia del presidente russo Vladimir Putin che commentando gli arresti affermò che anche gli Stati Uniti mandano in prigione i dissidenti politici.

Washington DC, 14 novembre, 2020: supporter di Trump protestano il risultato delle elezioni (Flickr/Geoff Livingston)

Secondo il Department of Homeland Security dimostrazioni simili contemporaneamente ci saranno anche in altre città. A Washington i dimostranti si sono dati appuntamento a mezzogiorno a Union Square. Secondo la polizia è prevista la partecipazione di circa 700 persone. Il rally è stato organizzato da “Look Ahead America”, una organizzazione pro-Trump creata da Matt Baynard, ex direttore strategico della campagna elettorale dell’ex presidente che ha creato un database con nome e cognome di tutti gli arrestati e, naturalmente, chiede un contributo per portare avanti la causa. “Sono molto orgoglioso dei patrioti che prendono parte a questi rally anche sotto la minaccia della privazione dei loro diritti come sta succedendo con tanti nostri patrioti arrestati per aver manifestato il 6 gennaio a favore della libertà di espressione”, afferma in un press release Baynard. Secondo il Washington Post alle sue parole si sono immediatamente associati il controverso congressman Matt Gaetz, Marjorie Taylor Greene, Paul Gosar, Louie Gohmert. Nessuno a detto se andrà al rally di sabato.

Molti degli arrestati hanno patteggiato il verdetto di colpevolezza. Il primo ad essere stato condannato, a luglio, è stato Paul Allard Hodgkins di 38 anni. Su di lui, dopo il patteggiamento, solo l’accusa di aver cercato di impedire i lavori del Congresso. La pubblica accusa aveva chiesto una condanna di un anno e sei mesi. Il giudice gli ha inflitto 8 mesi perché era incensurato e in aula ha chiesto scusa e si è pentito del suo gesto. Due Stati, Florida e Texas, sono quelli dove risiedono il maggior numero degli arrestati. Il terzo è la Pennsylvania con 47, poi New York (41) e Ohio (27). Dalle indagini emerge che il riconoscimento da parte degli agenti per molte delle persone che hanno preso parte all’assalto al Congresso c’è stato perché “familiari e conoscenti” li hanno denunciati, perché loro stessi hanno postato le foto su internet. Molti, una ventina, le hanno messe su “Bumble”, un sito per incontri romantici.

A pochi giorni dal rally che risveglia uno dei momenti più oscuri della democrazia americana piovono le rivelazioni contenute nei libri di prossima pubblicazione.

“Lascia perdere, non puoi farlo”, così – secondo quanto scritto su Peril, il libro di Bob Woodward e Robert Costa – pochi giorni prima il 6 gennaio Dan Quayle, l’ex vicepresidente di Bush senior, convinse Mike Pence a respingere le pressioni che gli faceva Donald Trump per annullare il risultato elettorale. “Dimentica tutto, non lo puoi fare”. Il Washington Post riporta le parole di Quayle che convinsero l’ex vicepresidente a non cedere in uno dei momenti più critici della democrazia americana. Dopo il suo rifiuto Mike Pence è diventato uno dei bersagli di Donald Trump che contava su di lui affinché come ultimo disperato tentativo annullasse il risultato elettorale bloccando il processo di proclamazione ed affidasse la decisione finale alla Camera dei Rappresentanti dove – ricorrendo al 12mo emendamento della Costituzione – il voto finale sarebbe stato affidato ai singoli stati (a maggioranza repubblicana) anziché ai deputati (a maggioranza democratica). Quayle ricevette la telefonata a fine dicembre in Arizona.  Nel racconto di Woodward e Costa Mike Pence  – secondo il Washington Post – si mostra deciso nel contestare le presunte basi legali per bloccare la proclamazione ufficiale. “E’ quello che sto davvero cercando di dire a Trump – si sfoga Pence – Ma lui pensa che si possa fare e anche altra gente dice che io ho questo potere”.

Trump as “The Great Dictator” (Illustration by Antonella Martino)

Nel libro di Bob Woodward e Robert Costa anche un’altra “perla”:  il capo di stato maggiore congiunto Mark Milley due giorni dopo l’assalto al Congresso si trovò costretto a prendere da solo un’iniziativa per limitare la possibilità che Donald Trump ordinasse un attacco militare pericoloso o lanciasse un’arma nucleare. Convinto che il presidente ormai fosse in uno stato di “grave declino mentale”, Milley convocò al Pentagono una riunione segreta con il direttore della Cia Gina Haspel e il generale a capo della Sicurezza nazionale Paul Nakasone. Obiettivo: scongiurare l’ipotesi di un attacco nucleare contro la Cina ordinato da Trump in un momento di stato confusionale. Dopo la riunione l’indicazione perentoria di Milley alle massime leve del Pentagono: qualunque ordine sull’uso dell’arsenale nucleare deve passare dal Capo di Stato maggiore. A mettere in guardia il generale una telefonata della Speaker della Camera Nancy Pelosi, svela il libro-inchiesta. L’8 gennaio il generale chiama il capo di stato maggiore cinese, il generale Li Zuocheng, e lo rassicura: non ci saranno attacchi improvvisi da parte degli Stati Uniti, e se mai ci saranno il governo cinese sarà avvisato anzitempo. Il Pentagono, dopo lo scoop di Bob Woodward e Robert Costa ha confermato aggiungendo che le telefonate furono due “per mantenere ordine e stabilità strategica”.

Melania Trump, illustrated by Antonella Martino

Infine secondo la Cnn nel libro scritto da Stephanie Grisham I’ll take your question now, Melania Trump si rifiutò di lanciare un appello per la pace e la non violenza durante l’assalto al Congresso del 6 gennaio. L’allora capoufficio stampa dell’ex first lady inviò un messaggio in cui le chiedeva: “Vuoi twittare che le proteste pacifiche sono un diritto di ogni americano, ma non c’è posto per l’illegalità e la violenza?”. Melania Trump rispose con un secco “No”. La Cnn ha riferito, anche, a gennaio che l’ex first lady era alla Casa Bianca durante l’insurrezione dei sostenitori del marito e stava scegliendo le fotografie per un servizio su uno dei tappeti della Casa Bianca. Secondo Stephanie Grisham l’ex first lady era anche lei convinta come il marito che le elezioni fossero state vinte con i brogli elettorali.

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