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La cosiddetta trattativa tra Stato e Mafia: un tentativo totalitario

Questa assoluzione è la capitolazione di una Forza di occupazione, a lungo stanziata sul campo della libertà e della convivenza civile e democratica italiane

Da sin. Subranni, Dell'Utri, Mori, De Donno ( Foto ANSA)

Non si è mai mentito come al giorno d’oggi. E neppure si è mai mentito in modo così sfrontato, sistematico e continuo…nei regimi totalitari, la menzogna è fabbricata in serie; essi si fondano sul primato della menzogna”

Con queste parole, scritte nel 1943, il filosofo Alexandre Koyré, grand’uomo e gran pensatore, fissava i termini della menzogna come strumento per il dominio politico di massa.

In questo Settembre 2021 quasi post-pandemico, qualcosa è accaduto a Palermo, che ci riconduce impietosamente al vigore di quella denuncia. Intendere esattamente perché, dipende ora, e dipenderà sempre, dall’onestà intellettuale di ciascuno che legge o che scrive. Dalla sua tempra morale.

La Corte di Assise di Appello, riformando radicalmente la condanna inflitta in primo grado nel Processo per la cd Trattativa Stato-mafia, ha assolto gli imputati Mario Mori, Antonio Subranni, Giuseppe De Donno, Marcello Dell’Utri. Gli ultimi “accusati famosi” rimasti ancora tali: già prima, o separatamente, erano stati assolti Nicola Mancino e Calogero Mannino. Questa la notizia che, nella sua essenzialità, risulta inevitabilmente reticente.

Perché, in questo Processo, non sono stati accusati solo gli imputati, ma il Ros diretto da Mori. Non solo quel Ros, ma Giovanni Falcone e Paolo Borsellino che, con quel Ros avevano sempre agito in simbiosi. Non solo Falcone e Borsellino, ma tre governi legittimi: Amato II, Ciampi e Berlusconi I. Non solo tre governi legittimi, ma l’intera Repubblica Italiana.

Dato che, a vario titolo, nel gorgo sospettoso della cd Trattativa, sono stati trascinati,  personalmente o in memoriam, tre Presidenti della Repubblica (Scalfaro, Ciampi, Napolitano), un Presidente emerito della Corte Costituzionale (Conso), due Presidenti di Camera e Senato, nonché Vice Presidente del CSM (Violante e Mancino), due Presidenti del Consiglio (Ciampi e Berlusconi) cinque Ministri (Martelli, Scotti, Conso, Mannino, Biondi), due Direttori Generali di Ministero (Liliana Ferraro e Nicolò Amato), un dirigente dell’Alto Commissariato Antimafia (Di Maggio), due Capi della Polizia (Parisi e De Gennaro).

E anche parlare o scrivere di “Processo”, al  singolare, è essa stessa una locuzione reticente.

È stato un Universo Processuale, dunque: costituito da una decina di altri Processi; già solo i “Borsellino” sono altri quattro; e, altri due si erano già conclusi con l’assoluzione, ancora di Mori e di altri Ufficiali dei Carabinieri, rispettivamente, per la cd mancata perquisizione del “Rifugio di Riina”, e per la cd mancata cattura di Provenzano: assoluzioni tenacemente ignorate, a maggior gloria della inesistente “Trattativa”.

Un Universo Processuale mosso contro la classe dirigente della  Repubblica che, alla svolta delle Stragi, è stata moralmente lapidata come autentica e nascosta causa di quelle. Per lunghi anni, abbiamo udito l’ululato famelico di una muta ferina, alla caccia di prede sempre più inermi e, tuttavia, mai dome.

Le automobili sventrate in seguito all’esplosione alla strage di Capaci (23 maggio 1992)

Si noterà, tuttavia, un Convitato di Pietra, in questa Purga Generale delle Istituzioni Repubblicane: la Magistratura Antimafia. E invece, de te fabula narratur.

Questo coacervo di ambizioni e di fanatismo, di menzogne e di interessi, ha tenuto sotto scacco, per oltre vent’anni, la comunità nazionale. Lo ha fatto con la fattiva complicità di uno stuolo di pubblici propagandisti e mestatori che, nei nomi di Michele Santoro e Marco Travaglio, trovano solo una sintesi approssimativa.

Perciò, questa assoluzione, non è una assoluzione: è la capitolazione di una Forza di occupazione, a lungo stanziata sul campo della libertà e della convivenza civile e democratica italiane.

Ciò posto, ci dobbiamo intendere. Troppe fortune, troppe storture, troppe brutture sono germinate da questa occupazione, per pensare seriamente che, da oggi, tutto sia stato rimesso in ordine.

Palermo, 19 luglio, 1992: Via d’Amelio a Palermo pochi minuti dopo l’esplosione che uccide Paolo Borsellino e la sua scorta

Le fortune, essenzialmente denaro e fama, non rinunceranno certo a sè stesse. E le storture si sono fatte ordinamento giuridico: a un punto tale di stabilizzato sovvertimento per un diritto civilizzato, che è ormai difficile anche solo tentarne una pur sommaria elencazione. Per tutte, valgano le Misure di Prevenzione, arnese da Stato di Polizia, lasciato a straziare lavoro, speranze, dignità, nella vile consapevolezza che riguardi “gente meccanica e di piccolo affare”, per lo più “terrona”, solo libera di essere un nuovo Popolo Pariah: muto e a tutti realmente indifferente. Senza contare le appendici di quella Occupazione parabellica, quali le ‘Ndranghete stragiste, e le vaporose (per non dire sulfuree) esplosioni investigative che, a quelle latitudini, periodicamente marcano il cartellino antimafioso.

Quanto alle brutture, infine, essendo l’esercizio quotidiano di quei falsari della parola, cesseranno solo quando sarà chiaro che si è trattato e si tratta di uno strumento di tipo orwelliano, non di un diritto (di informazione), ma della sua totale negazione: a cui non spetta la protezione costituzionale, ma la costituzionale e amministrativa rimozione. Oltre che, prima o poi, una sorta di nostro Processo di Norimberga.

Questo il quadro, entro cui è chiamata a cimentarsi l’onestà intellettuale e la tempra morale di ciascuno.

Di ciascuno che, per non riconoscere la falsità di una simile “storia sacra”, magari cercherà un improbabile rifugio nelle formule, e si dirà: “il fatto non costituisce reato” (per i tre Ufficiali dei Carabinieri), ma c’è. C’è stata, pertanto, la cd Trattativa, ma la Corte ha ritenuto che trattare non costituisse un reato. Sarebbe, invece, un trarre un perdurante merito (l’affermazione della tesi) da un finale e risolutivo demerito: giacchè, l’azione del Ros, come fatto storico, cioè avere tolto le castagne dal fuoco all’Italia intera, è esattamente quanto gli “occupanti” hanno sempre negato; sebbene, uno dei più “rinomati” collaboratori di giustizia avesse posto, proprio sul significato di quell’azione, un’epigrafe di rara efficacia: Grazie al generale Mori, per aver fatto fare a Riina la fine del topo.

Totò Riina, il capo dei capi della Mafia, durante un’udienza del suo processo (Foto da video Rai)

O di ciascuno che, orecchiante sul “fatto non costituisce reato” dei Carabinieri, glissa sul “per non aver commesso il fatto” pronunciato a favore di Marcello Dell’Utri: che, unito alla nuova qualificazione dell’unico reato rimasto ancora in piedi, a carico dei mafiosi Bagarella e Cinà (da minaccia a Corpo Politico a “Tentativo di minaccia”), restituisce, in particolare, il Governo Berlusconi alla sua ovvia qualità di vittima di un’aggressione altrui.

O di ciascuno che, nelle gozzoviglie “postpartitiche” seguite a quella Occupazione e cresciute, alla sua durevole ombra, fino al permanente caos “movimentistico”, ha trovato il proprio miserabile presente, ed è troppo infimo per riconoscerlo, e magari per spiegarlo un giorno a suo figlio.

La cd Trattativa, pertanto, è stata un tentativo di stabilire in Italia il dominio politico della menzogna di massa. È stato un tentativo totalitario.

L’Occupazione è finita. Ma gli “occupanti”, le loro viltà, i loro interessi, persino le loro nostalgie, sono ancora fra noi. Per questa volta, una parola di Giustizia, per quanto tardiva e largamente inefficace sul saccheggio di intere vite, è stata pronunciata.

Ma Vigilantibus, non Dormientibus, iura succurrunt.

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