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È finita l’epoca di Angela Merkel, che del talento politico ha fatto la sua essenza

Dopo 16 anni di governo, la cancelliera lascia il potere. Massimo Nava nel suo "La donna che ha cambiato la storia" ne traccia un fedele ritratto storico

Angela Merkel EPA/MAJA HITIJ / POOL

Il tempo passa se viene vissuto. Un non vissuto è funzionale solo alla calendarizzazione, non alla storicizzazione. Angela Merkel fa parte di quegli eventi della storia umana che si possono collegare alla nascita di un vero talento politico.

Criticabile o meno per la sua monotona razionalità, un fatto è certo: è la donna più potente d’Europa e lo sarà almeno finché non vi sarà un nuovo Governo tedesco post elezioni del 26 settembre dell’anno in corso. Segniamoci questa data nella mente, non sul calendario perché è il bivio davanti al quale si ritrova non solo la Germania, ma anche l’Italia, l’Europa e, per certi versi, il Mondo.

Massimo Nava (editorialista del Corriere della Sera), nel suo ultimo libro su Angela Merkel (edito Rizzoli), la definisce a giusta ragione “la donna che ha cambiato la storia”; se si vuole capire il mondo merkeliano, per la sua dimensione storico-politica, è certamente uno strumento letterario di riferimento.

C’è una frase che colpisce (nel libro di Nava appunto) e che, con tutta probabilità, rende l’idea del connubio umano-politico della tedesca più importante d’inizio millennio. Una frase che è in sé considerabile una massima: “A volte sono liberale, a volte sono conservatrice, a volte sono cristiano-sociale. È questo che fa la CDU”.

Ci si potrebbe chiedere (maliziosamente) se questa frase non nasconda, in verità, quello spirito di adattamento geneticamente comune al classico politico che pur di non perdere quote di potere si auto-modella a seconda del momento e, quindi, per convenienza.

È qui che, invece, c’è il talento: nella capacità di non rifugiarsi ed arroccarsi nell’Io (partito) ovvero in quella sfera di egocentrismo politico che, se da una parte può ammaliare i seguaci, gli adepti, i sostenitori, dall’altra parte, mai è funzionale alle identità di uno Stato e a garantire uno Stato di identità. Non a caso si parla delle identità al plurale piuttosto che al singolare (data anche a struttura federale della Germania) .

Angela Merkel ha guadagnato con dedizione il ruolo di Mutti tedesca che, proprio stando all’analisi pubblicata da Nava, si traduce nel concetto di madre della Germania. Un ruolo trasversale. Una donna che, ad oggi, incarna lo Stato. È questo il senso del talento politico.

Angela Merkel e Donald Trump – Ansa

Partire da una propria identità per garantirne altre e di diversa dimensione, struttura, linguaggio, approccio sociale. Angela Merkel ha dimostrato tutto questo. Ma non è un frutto selvatico o un esperimento estemporaneo della Germania degli ultimi 20 anni. Tutt’altro. È il simbolo di una società che tiene a coltivare stabilità, credibilità, ostinazione per il sapere.

Questa è la sintesi di come Merkel interpreti, da sempre, la politica come scienza partecipata e non solitaria. Nel segno dell’anti-egocentrismo ovviamente. Processo evolutivo di una esperienza umana, pur radicata nella fanciullezza vissuta nel comunismo di matrice marxista-leninista (quale materia obbligatoria di studio durante l’epoca della Germania dell’est), ma che si è arresa dinanzi alla “passione per la libertà, al pragmatismo depurato dall’ideologia, all’etica cristiana” (così Massimo Nava riporta ancora).

Ecco che l’Europa, lungo il cammino dell’armonizzazione e della ricerca di una sintesi identitaria interna, ha saggiato (con l’esperienza merkeliana) una sorta di unicum che neanche le tradizioni inglese, italiana, francese e spagnola, hanno potuto esprimere nel ventennio che si chiude in questi giorni.

Merkel, alla fin dei conti, ci lascia un insegnamento proprio su questa direttrice. Mettere in discussione il vissuto per crearne uno nuovo: integrato di altri vissuti e aprire a nuove prospettive di comunità. Una forma patriottismo elastico che, a seconda delle necessità sociali, adegua la politica all’interpretazione del futuro non rinunciando alla fermezza della formazione, alla compostezza della razionalità, alla velata irrinunciabilità della strategia.

Angela Merkel -EPA/CLEMENS BILAN / POOL

Se questo modello di patriottismo elastico può essere giusto non vuol dire che sia, al contempo, possibile da realizzare. Il perché? È semplice. Ha bisogno di interpreti di continuità e che utilizzino la crescita, sul piano appena descritto, per domarne le storture che portano alle diseguaglianze ed alla disgregazione. Per questo è pesante l’eredità di Angela Merkel.

È il modello, implicito o meno che sia, ad essere difficile da portare sulle spalle e da riaffermare nel tempo che verrà: contano le qualità soggettive. Non c’è storia su questo. E se ciò non basta a definire il talento, allora, di cosa si tratta? Non una “semplice ragazza venuta dell’est”, ma una persona che ha messo in discussione la propria storia comunista aprendosi, con i rischi storici che tutti sappiamo, alle libertà.

Qual è il testimone che lascia ai successori? “Abbattere i muri dell’ignoranza e della ristrettezza mentale, perché nulla deve rimanere com’è”. Traduzione plastico-politica del come calendarizzare la speranza, storicizzando i muri. Se la Germania perde un grande politico, per ora senza successori di pari portata, l’Europa si prepara ad accogliere il nuovo Draghi (se non l’ha già fatto). Quasi amici, Merkel e Draghi appunto, ma talentuosi.

“Fatti non foste per viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza”. La politica è questo (un po’ come il “conoscere per deliberare” di einaudiana memoria). Sempre se le democrazie ne sono consapevoli.

Parola di Dante Alighieri.

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