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La delega fiscale al Governo è l’ipoteca di Mario Draghi su Palazzo Chigi

Nonostante le contraddizioni all'interno della maggioranza, dove la Lega non riesce a inquadrarsi, l'operato del Premier procede spedito verso fine legislatura

Mario Draghi e Daniele Franco durante la conferenza stampa sul disegno di legge delega per la revisione del sistema fiscale, 05 October 2021 - ANSA/Roberto Monaldo / POOL

Se qualcuno avesse ancora dubbi sul ruolo politico di Mario Draghi (a lungo respiro), con il disegno di legge delega fiscale, approvato dal Governo nella seduta del Consiglio dei Ministri del 5 ottobre, si avvia un percorso riformatore specifico che punta a cambiare i connotati del Paese (nel bene o nel male e a seconda dei punti di vista).

Nel Draghi Vademecum (cioè da quando l’ex capo della Banca centrale europea ha fatto ingresso a Palazzo Chigi da presidente dell’esecutivo di unità nazionale) la decisione, molto impegnativa, sul fronte tributario non lascia spazio a incertezze e assume, strategicamente, grande rilievo politico.

Cambia il registro rispetto all’impostazione dei governi di Conte con un elemento di valutazione in più: la posizione della Lega che, non si dimentichi, firmò con il Movimento 5 stelle il famoso Contratto di governo per il cambiamento.

Matteo Salvini e Giuseppe Conte, in aula del Senato nel 2018 – ANSA/ALESSANDRO DI MEO

Maliziosamente si potrebbe pensare che si tratti, comunque, di due diverse fasi politiche della legislatura in corso. Questo è vero.

È però immutata la difficoltà di stabilizzazione di una traccia dialettica che, se da una parte il neo M5S ha meglio focalizzato investendo sull’aplomb di Giuseppe Conte, dall’altra Matteo Salvini vive un dualismo cronico, che andrà prima o poi risolto, tra la storia identitaria (dovendo tutelare lo zoccolo duro dell’elettorato iper federalista e antieuropeista) e la necessità di rimanere in seno al Governo per non perdere chance di interlocuzione sul prossimo Presidente della Repubblica e tutto il resto.

Si badi bene anche che il Contratto di governo tra Lega e M5S prevedeva, in termini di temporale vigenza, espressamente che “il presente contratto di governo è valido per la durata della XVIII legislatura repubblicana”.  

Ora, ci sono due cose da considerare:

  • il M5S di inizio legislatura (salvo i parlamentari) non c’è più e la struttura organizzativo-associativa è in parte trasmigrata, di fatto, nella realtà che oggi ha come leader Giuseppe Conte e che si è slegata dalle dinamiche della piattaforma Rousseau e di gestione Casaleggio
  • la Lega, al netto di equivoci, dopo i risultati delle elezioni europee e le successive evoluzioni conosciute ai più, non ha chiarito cosa sarà in futuro (a parte il presente).

Quest’ultimo passaggio, sul ruolo salviniano attuale, ha una sola ipotesi di risposta al momento: Salvini non può farlo, non può chiarire, non può rinunciare a ciò che è previsto per statuto. È evidente. Al contempo, non può far cadere il Governo Draghi e, tuttavia, non può rimanere nell’esecutivo con un approccio fine a se stesso con riflessi molto diretti sull’impossibilità di armonizzazione della linea politica del centrodestra.

È qui che subentra un altro metro di misurazione delle quasi impercettibili dinamiche politiche, in termini di gioco forza e di stabilizzazioni dell’influenza partitica nel potere e che, geneticamente, si innescheranno con l’approvazione della legge delega fiscale. È l’art. 76 della Costituzione a ricordarci che “L’esercizio della funzione legislativa non può essere delegato al Governo se non con determinazione di principi e criteri direttivi e soltanto per tempo limitato e per oggetti definiti”.

C’è qui, in queste parole della carta fondamentale italiana, tutto ciò che serve per capire il quadro che va delineandosi: ridisegnare il sistema tributario dalla A alla Z implica la coesistenza irrinunciabile e insuperabile di volontà politica nonché competenza e tempistica d’intervento.

Sul primo fronte (cioè la volontà) i numeri parlamentari attuali, senza l’apporto leghista, giocano ad ogni modo a favore di Draghi. Sul secondo fronte (cioè competenza e tempistica d’intervento) fino al momento dello shock renziano con cui è stato decretato il passaggio dal secondo governo Conte al Draghismo, l’esperienza politico-governativa salviniana si è perimetrata, appunto, solo al Contratto di Governo con il precedente Movimento 5 Stelle.

Renzi (con il presentismo berlusconiano, si consenta il termine, di questi anni) porta avanti una sua linea, discutibile o meno, che nella delega fiscale si traduce velatamente in elasticità di stare sul pezzo con capacità d’intervento slegata dal dare, obbligatoriamente, piccoli assaggi di frizione governativa al proprio elettorato.

Matteo Renzi – ANSA/ANGELO CARCONI

Il renzismo, più latentemente possibile, fissò il processo politico riorganizzativo dell’Agenzia delle Entrate nel 2016, con il D.L. 193, quando decise di mutare le varie società di Equitalia (salvandone qualcuna) in un Ente strumentale che svolgesse la riscossione nazionale.

Lungimirante o meno, oggi Renzi ha stabilizzato con una certa influenza, traducibile in capacità e tempistica d’intervento performativo, ciò che era nato nel 2016 (con tutto l’indotto che esso ha generato sia di riscossione che di risparmio organizzativo). Il tutto, si badi bene, quando sia Lega che Movimento 5 Stelle erano opposizione nella legislatura precedente. Meglio ancora dicendo, quando il binomio Berlusconi-Renzi sancì il c.d. Patto del Nazareno.

Eppure, si dirà, il centrodestra ha vinto le ultime elezioni. Come è possibile che non ci sia un governo solo di area? Vero anche questo, ma vincere in un sistema proporzionale a quote di maggioritario (riferimento al sistema elettorale Rosatellum) sta a tradursi nel saper calmierare il momento giusto in cui trasformarsi, senza paura di cadere nel trasformismo, in una chiave di crescita figlia di tecnica, studio ed arte politica.

Ettore Rosato – wikimedia

Se c’è una cosa che il Movimento 5 Stelle sta cercando di fare è proprio questo: calarsi nell’evoluzione politica dettata dal gioco della democrazia. Ne è chiaro esempio l’abbandono della moda dimaiana del Contratto di Governo data l’impossibilità giuridica e politica a mantenere in vita il “patto populista”.

Siano di riferimento tre ulteriori elementi (basti andare sui rispettivi siti internet ufficiali):

  • nel nuovo statuto del Movimento 5 stelle si afferma la necessità valoriale-costitutiva della “cura delle parole” e cioè l’attenzione per il linguaggio adoperato al fine di migliorare i legami di integrazione e per rafforzare la coesione sociale;
  • la “Lega nord per l’Indipendenza della Padania” è rimasta tale e quale all’era bossiana tanto che il Congresso Federale del 21 dicembre 2019, ben dopo l’inizio dell’esperienza di Governo Conte primo, ha ribadito che “ha per finalità il conseguimento dell’indipendenza della Padania attraverso metodi democratici e il suo riconoscimento internazionale quale Repubblica Federale indipendente e sovrana”;
  • nello statuto del movimento “Lega per Salvini Premier” (in Gazzetta Ufficiale n. 272/2018) si afferma ulteriormente la finalità di “trasformazione dello Stato italiano in un moderno Stato federale”.

È qui che, quindi, conta la dialettica evolutiva come presupposto di credibilità e di riassetto della propria coerenza politico-istituzionale.

L’adultescenza dei grillini sembra essere sulla via del superamento grazie a tre fattori: – il cambio di marcia, implicitamente, imposto da Renzi che aprendo al draghismo ha, di riflesso, obbligato all’innalzamento dell’asticella delle competenze prima dei plebisciti elettorali; – la cura delle parole tra i valori fondanti (forma che poi, a volte, dà anche l’input per la sostanza); – la scrematura interna che sta portando, pian piano, all’abbandono dello stile populista per avvicinarsi a quello trainato, grossomodo, dal Partito democratico.

Siamo partiti, pertanto, dalla delega fiscale per giungere a valutare come trasformazione non equivalga a trasformismo.

Ne sia di empirico riferimento il passaggio normativo da Equitalia verso l’Agenzia delle Entrate Riscossione e, ove portata a termine l’azione complessiva di riforma con la delega fiscale in esame, fino a unificare il tutto in Agenzia delle Entrate. Come occhio vuole, si tratta di migliaia di dipendenti assunti nel mondo privato e portati, pian piano, nel quadro pubblico a suon di norme.

La politica è anche questa: fatta di dialettica e di cura delle parole per giungere ad un fine. È questa, sostanzialmente, l’ipoteca di Draghi su Palazzo Chigi. Non già sul Quirinale.

Sergio Mattarella – Quirinale

Conte e Renzi l’hanno capito. Con un Nazareno trasformato, ma parte integrante anche del processo di ammorbidimento grillino (vista anche la debacle dello style giustizialista). In attesa che Romano Prodi dica la verità sul suo futuro, per il centrosinistra e per i grillini, tutto sommato, Berlusconi non è poi tanto male dall’altra parte o, meglio ancora, nella maggioranza di unità nazionale. Le elezioni di Fico e Casellati lo ricordano a tutti.

Certamente Salvini è combattuto, ma da Nord a Sud non è poi così diversa l’Italia. Sempre che non la si voglia spaccare politicamente per illudersi di riformare fiscalmente il Paese spingendo sulla bossiana memoria.

Il decentramento previsto dalla Costituzione non significa rendere l’Italia federale. Sappiamo tutti quanto è stata dura l’unificazione dello stivale, anche se questa è un’altra storia. La delega fiscale al Governo Draghi, in definitiva, potrebbe segnare uno spartiacque proprio per il partito salviniano il quale, ancora pochi giorni fa, è stato definito il più longevo della seconda repubblica.

Quello del nord, sia chiaro.

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