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“Zub za zub”: così la Russia di Putin si rifà con gli USA, la NATO e l’UE

L'annuncio del ministro degli Esteri Sergej Lavrov sulla chiusura dell'Ambasciata russa presso la NATO rafforza i venti di guerra fredda

Sergei Lavrov durante la conferenza stampa all'ONU (Foto ONU/Kim Haughton)

Sergei Lavrov durante una conferenza stampa all'ONU (Foto ONU/Kim Haughton)

I russi lo chiamano “zub za zub” – letteralmente “dente per dente” (o, all’inglese, tit-for-tat). Si tratta di una cinica evoluzione dell’etica evangelica dell’altra guancia, che si trasforma nel machiavellico “Fa’ agli altri ciò che essi hanno fatto a te”. Difficilmente si troverebbe un modo di dire più adatto a descrivere lo stato attuale delle relazioni tra Russia e Occidente (Stati Uniti, NATO e UE). Da diversi mesi è in corso infatti una guerra fredda diplomatico-consolare tra le due fazioni, scandita da reciproche espulsioni di funzionari, accuse di spionaggio e minacce di interrompere tout court le relazioni diplomatiche.

Le dichiarazioni rilasciate lunedì scorso dal ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, hanno però fatto registrare un salto di qualità: dal 1° novembre la Russia chiuderà la sua missione diplomatica presso la sede NATO di Bruxelles, oltre al resto dei suoi uffici di rappresentanza e coordinazione militare. Non solo, a partire dalla stessa data verranno revocati tutti gli accrediti dei funzionari della missione di collegamento militare NATO a Mosca. In sostanza, il dialogo NATO-Russia si sposterà su un binario “ufficioso”, meno diretto, senza rappresentanze stabili o canali privilegiati di dialogo. “Se la NATO avrà delle questioni urgenti da trattare, potrà contattare il nostro ambasciatore in Belgio”, ha aggiunto Lavrov tra il sarcastico e il draconiano.

La mossa arriva a meno di due settimane dall’espulsione di 8 componenti della rappresentanza diplomatica russa alla NATO, accusati di essere “spie sotto mentite spoglie” e perciò rispedite a Mosca con un biglietto di sola andata. Lo stesso giorno, l’Alleanza Atlantica aveva ridotto della metà lo staff della rappresentanza russa, da 20 a 10. Evidentemente uno smacco troppo grande da sopportare per il Cremlino, che così ha deciso di andarsene da solo, sbattendo la porta.

Nella stessa giornata dell’annuncio di Lavrov, a rincarare la dose è stato il portavoce del Cremlino Dmitrij Peskov, che ha avvertito come l’accesso dell’Ucraina alla NATO significherebbe varcare la “linea rossa degli interessi nazionali russi”. Questo spingerebbe perciò Mosca ad adottare “misure risolute per assicurare la propria sicurezza”.

A distanza di pochi giorni è arrivata puntuale la secca replica della segretario alla Difesa statunitense Lloyd Austin: “L’Ucraina (…) ha tutto il diritto di decidere la propria politica estera (…) senza alcuna interferenza esterna”. Martedì, Austin è infatti atterrato a Kiev per ribadire l’impegno dell’amministrazione Biden a favore del Governo e della popolazione dell’Ucraina. Al contempo, il segretario alla Difesa si è scagliato contro la Russia, definita “un ostacolo” alla risoluzione pacifica della guerra nella regione orientale del Donbass, ormai lacerata dal 7° anno di ostilità. Il giorno precedente, lunedì, Austin aveva già visitato un altro Paese in rotta di collisione con la Russia: la Georgia, che dopo una guerra-lampo con Mosca nel 2008 ha perso circa un quinto di territorio a causa dell’emersione di due repubbliche filo-russe (Ossezia del Sud e Abcasia).

In un’atmosfera di sfiducia reciproca, il prossimo “dente” che potrebbe cadere è l’ambasciata statunitense a Mosca. Lo ha minacciato il ministero degli Esteri russo, se Biden prima avrà fatto propria la proposta bipartisan di 17 senatori di espellere 300 diplomatici russi dagli Stati Uniti. Un’escalation inedita, dato che nemmeno nelle fasi più acute della guerra fredda si era arrivati a misure del genere.

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