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Biden parte per Roma ma al Congresso si discute e non si vota il piano economico

“Il testo è pronto per essere revisionato” afferma la speaker della Camera Nancy Pelosi che invita i dem “a non mettere in imbarazzo” il presidente, ma invece...

Joe Biden è partito per il G-20 di Roma senza che il Congresso abbia votato il suo ambizioso piano per il rammodernamento delle infrastrutture e sulla riforma del welfare e dell’ambiente.

Un piano storico di spese sociali che il presidente, come ha detto con molto ottimismo in tv, è “fiducioso” sia sostenuto da tutto il partito democratico. Un “accordo quadro” da circa 1750 miliardi di dollari, meno della metà dei circa 4000 previsti inizialmente. Ma comunque una spesa senza precedenti, da sommare al piano per le infrastrutture da 1200 miliardi. Colloqui alla Casa Bianca che hanno fatto slittare per più di un’ora la partenza per l’Italia.

“Dopo mesi di difficili e complicati negoziati – ha detto Biden – penso che abbiamo l’impalcatura per un accordo che creerà milioni di posti di lavoro, farà crescere l’economia, investire nella nostra nazione e nel nostro popolo, trasformerà la crisi climatica in opportunità, ci permetterà non solo di competere ma di vincere la sfida economica nel ventunesimo secolo contro la Cina e tutti i grandi Paesi del mondo”.  “Per troppo tempo – ha proseguito il presidente – l’economia è stata magnanima per pochi, mentre le famiglie che lavorano vengono schiacciate. Il piano è rivolto alla classe media, la spina dorsale del Paese e consentirà agli Stati Uniti di raggiungere i propri obiettivi climatici, creare milioni di posti di lavoro ben retribuiti, consentire a più americani di diventare e restare forza-lavoro e far crescere l’economia dal basso verso l’alto e verso l’esterno”.

“Il testo è pronto per essere revisionato” afferma la speaker della Camera Nancy Pelosi che invita i suoi colleghi dem “a non mettere in imbarazzo” il presidente Biden.

Alexandria Ocasio Cortez and Bernie Sanders. Photo: Wikimedia Commons.

“Parliamone”, risponde il senatore progressista Bernie Sanders “ci sono ancora molte cose da definire”. Con lui anche la congresswoman Pramila Jayapal, leader del Congressional Progressive Caucus al quale fanno parte 50 parlamentari. “Nessun voto sulle infrastrutture se non viene legato al pacchetto del welfare e dell’ambiente”, afferma circondata da un manipolo di progressisti che non si fidano dei loro compagni di partito al Senato.

Dichiarazioni che gelano l’ottimismo della Casa Bianca e rimettono tutto in gioco. L’eliminazione all’ultimo minuto del “paid leave”, i giorni non lavorati ma retribuiti per ferie, malattie, permessi, che sono stati stralciati dall’accordo e che riapre il negoziato. La proposta mediata da Biden con i centristi prevede 400 miliardi che saranno dedicati alla cura dei bambini e all’età prescolare, 555 all’energia pulita e al clima e 35 alla copertura sanitaria. Oltre a questi, altri 100 verranno destinati all’immigrazione. Proposte inaccettabili afferma l’ala progressista dem. E l’agenda di Biden, con una irrisoria maggioranza al Senato, resta prigioniera delle divisioni interne del partito.

Il senatore della West Virginia Joe Manchin e la senatrice dell’Arizona Kyrsten Sinema, entrambi democratici, bloccano da mesi il piano al Senato dove solo il voto della vicepresidente Kamala Harris rompe la parità di 50 a 50. Un dissenso che dà loro enorme potere. Entrambi contrari alla “billionaires tax”, la tassa sulle plusvalenze applicabile solo a circa 800 miliardari americani, proposta per reperire le risorse finanziarie insieme alla “minimum tax” per le grandi aziende. Due centristi che da mesi ostacolano la seconda parte del Build Back Better Act, il grande piano della Casa Bianca che si incardina in tre capitoli separati.

Il primo capitolo, l’American Rescue Plan, è stato approvato a marzo sia dal Senato che dalla Camera come legge finanziaria (un modo per evitare l’ostruzionismo del filibuster) ed è stato implementato per la lotta al Covid. Il secondo capitolo, l’American Jobs Plan, anche questo presentato al Senato come legge finanziaria per ripararlo dall’ostruzionismo, è stato approvato dal Senato però, in seconda rilettura alla Camera questo piano è stato vincolato dai progressisti all’approvazione del terzo capitolo l’American Families Plan, un ambiziosissimo pacchetto di misure che comprende riforme sociali, aiuti alle famiglie, un aumento della copertura sanitaria, riforme dell’immigrazione e buona parte delle proposte di Biden per combattere il riscaldamento climatico e la protezione dell’ambiente. Una mossa della Camera, dove i progressisti dem sono più numerosi, che hanno forzato allo stesso destino in aula il voto per l’American Jobs Plan e l’American Families Plan, fondendoli in un unico disegno di legge.

Manchin e Sinema, forti dell’esigua maggioranza dei democratici al Senato, hanno imposto e ottenuto poderosi tagli all’American Families Plan che sono stati rigettati da progressisti poiché snaturano le riforme volute dall’amministrazione e promesse durante la campagna elettorale.

Attualmente il valore del disegno di legge è di 1.750 miliardi, la metà di quanto inizialmente proposto dalla Casa Bianca, e Manchin ancora non si è detto soddisfatto, mentre la Sinema resta contraria senza ben specificare le sue obiezioni.

Il disegno di legge è stato elaborato e rielaborato più volte. L’ultima vedrebbe l’eliminazione oltre che del “Paid Leave” che avrebbe consentito ai neogenitori o alle persone che si devono prendere cura di una persona malata di ottenere congedi pagati dal lavoro, anche dei Community College gratuiti e dei bonus fiscali concessi durante la pandemia alle famiglie con bambini. Ma non solo. Manchin che proviene da uno Stato, il West Virginia, dove l’estrazione del carbon fossile rappresenta il 17% dell’economia statale, avrebbe anche ottenuto, scrive il New York Times, l’eliminazione degli  incentivi per la produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili e penalizzazioni per le aziende che inquinano. Un bello sfregio alla lotta all’inquinamento a pochi giorni dal summit delle Nazioni Unite sul clima COP26, che si terrà il 31 ottobre a Glasgow.

Krysten Sinema ha invece avuto un ruolo notevole, tra le altre cose, nell’eliminare gli aumenti delle tasse alle imprese e alla fascia più ricca della popolazione, che avrebbero dovuto finanziare parte delle riforme sociali. Questi aumenti delle tasse erano stati studiati per mesi – scrive il New York Times – e ora che sono stati eliminati i Democratici stanno cercando  di trovare nuove forme di finanziamento, come per esempio una tassa sui miliardari (a proposito della quale, però, Manchin si è detto scettico).

L’American Jobs Plan, il disegno di legge sulle infrastrutture, che vedrebbe il rinnovamento di porti, strade e ferrovie, più vari progetti innovativi, è molto meno controverso e dovrebbe ottenere anche il voto di alcuni deputati repubblicani. Ma i Democratici progressisti alla Camera hanno fatto sapere ormai settimane fa che non ne consentiranno l’approvazione senza prima ricevere garanzie che sarà approvato insieme all’American Families Plan.

Secondo Chuck Schumer, il capogruppo dei Democratici al Senato, la fine del negoziato sarebbe «vicina», anche se non è chiaro quando ci sarà il voto.
I miliardari lasceranno gli Stati Uniti se saranno costretti a pagare più tasse tuona Donald Trump, che commenta in una nota la ‘billionaires tax’, presentata dal democratico Ron Wyden, presidente della commissione finanze del Senato, secondo cui i miliardari pagheranno le tasse sulle plusvalenze dei loro asset per contribuire a finanziare i programmi dei democratici su welfare e clima. “Mi chiedo – scrive Trump – se potrò candidarmi nuovamente se lascerò questo Paese. No. Per me è meglio restare, ma molti altri se ne andranno via”.

 

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