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Dalle urne argentine risultato duro: la sinistra è in minoranza dopo quarant’anni

Al Senato i peronisti di Fernandez, presidente in carica, perdono la maggioranza nelle elezioni di midterm. Non accadeva dai tempi della dittatura di Videla

Alberto Fernandez - EPA/TONO GIL

“Pedro, adelante con juicio”, esortava sottovoce il gran cancelliere spagnolo Ferrer al cocchiere Pedro nei Promessi Sposi manzoniani. E con giudizio si troverà a dover procedere anche il presidente argentino Alberto Fernández, fresco di una sonora batosta elettorale rimediata alle elezioni di metà mandato, che hanno rinnovato metà dei seggi della Camera dei deputati e un terzo di quelli del Senato.

Il partito di sinistra Frente de Todos ha infatti conquistato solamente 50 scranni alla camera bassa e 9 in quella alta, a fronte dei 61 e 14 rispettivamente ottenuti dal centro-destra liberale di Juntos por el Cambio. Per la prima volta dalla caduta della dittatura di Videla (1983), alla sinistra peronista manca la maggioranza al Senato. Notizie persino peggiori arrivano dalla Camera, dove Frente de Todos era già minoranza, e adesso di rischia di non essere nemmeno più il primo gruppo politico.

Jorge Rafael Videla – Wikimedia

Tutto ciò basta a rendere Fernández, eletto presidente nel 2019 con una maggioranza del 48,24%, quello che in gergo politico si definisce anatra zoppa (o lame duck), ossia un governante incapace di governare più dell’ordinarissima amministrazione. Sfoggiando un invidiabile aplomb proprio quando il verdetto delle urne diventava inequivocabile, Fernández si è rivolto all’opposizione chiedendole di dimostrarsi “patriottica” nonché “responsabile e aperta al dialogo”. Il suo interlocutore principale sarà l’ex presidente Mauricio Macri, battuto alle presidenziali del 2019, che ha affidato l’entusiasmo post-elettorale alla rete TV LN+ e celebrato “la fine di un’era e l’inizio di una nuova”. “È un inizio che richiede una transizione”, ha aggiunto Macri, ma “perché questa transizione avvenga in modo ordinato, dobbiamo essere responsabili, seri e costruttivi, come siamo sempre stati.”

E proprio “responsabilità” sarà verosimilmente la parola chiave dei rimanenti due anni di mandato di Fernández. Esecutivo e opposizione si troveranno infatti a dover fronte comune per accelerare la ripresa finanziaria di Buenos Aires: il PIL argentino è crollato del 9,9% nel 2020 a causa delle conseguenze del Covid-19. Quest’anno è previsto un sorprendente rimbalzo del 7,5%, ma gli analisti della banca spagnola BBVA hanno rivisto al ribasso le previsioni di crescita per il 2022 (da 3,5% a 2,3%). Tra le grosse incognite che pesano sul futuro del gigante sudamericano ce n’è una in particolare a tenere col fiato sospeso la Casa Rosada. Si tratta della restituzione di una tranche da oltre 19 miliardi di dollari (sui 44 ricevuti durante l’esecutivo Macri) al Fondo Monetario Internazionale, che scatterà appunto nel 2022. Il Governo sta pensando a una richiesta di proroga, ma i matrimoni si fanno in due e gli investitori potrebbero non dimostrarsi troppo clementi. Nel frattempo, per far fronte a un’inflazione da capogiro (53% su base annua), lo scorso ottobre il segretario per il Commercio interno, Roberto Feletti, ha emesso un decreto che calmiera fino a gennaio i prezzi di più di un migliaio di prodotti.

Mauricio Macri e Joe Biden – wikimedia

Non è servito però ad accontentare un Paese che sembra aver concluso la breve luna di miele con il peronista Fernández, da alcuni considerato un mero comprimario rispetto alla vera dea ex machina della sinistra argentina: l’ex presidenta e attuale vice-presidente Cristina Fernández de Kirchner. Certo non gioca a favore del presidente la circostanza che il leader alla Camera di Frente de Todos sia un altro esponente della dinastia Kirchner, Máximo (figlio di Cristina e dell’ex presidente Néstor, deceduto nel 2010 dopo aver governato dal 2003 al 2007).

Secondo gli analisti di politica latino-americana, Fernández potrebbe paradossalmente avere più grane nelle trattative con la vice-presidente Cristina Kirchner rispetto all’opposizione, che nel 2018 aveva strappato la fiducia di investitori internazionali e FMI e che da tempo chiede una politica economica più investor-friendly. Il timore è che la frangia più a sinistra di Frente de Todos – quella che fa appunto capo a Kirchner – possa voler cercare di recuperare il consenso attraverso una comunicazione più aggressiva, economicamente populista e perciò intollerante rispetto alle influenze dei “tecnocrati”, recuperando in un certo senso lo stile dei caudillos. I prossimi mesi riveleranno se l’appello alla responsabilità sarà stato un bluff.

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