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Politically correct, NextGenerationEu e la lingua “inclusiva” contro il Buon Natale

Come fuorviare i veri problemi razziali e di potere economico con un dibattito che resta aperto anche dopo la retromarcia della commissaria UE Helena Dalli

Babbo Natale per Trump (Foto David Mazzucchi)

(ANSA) – BRUXELLES, 30 NOV – “L’iniziativa delle linee guida aveva lo scopo di illustrare la diversità della cultura europea e di mostrare la natura inclusiva della Commissione. Tuttavia, la versione pubblicata delle linee guida non è funzionale a questo scopo. Non è un documento maturo e non va incontro ai nostri standard qualitativi. Quindi lo ritiro e lavoreremo ancora su questo documento”. Lo dichiara la commissaria Ue all’Uguaglianza Helena Dalli, supervisor delle indicazioni per la comunicazione esterna e interna dell’Ue che, in queste ore, hanno sollevato diverse polemiche.

Già la grana era scoppiata ad aprile, quando sul sito Istagram della Commissione EU era apparso un post (ora oscurato) per promuovere le misure contenute nel NextGenerationEu e gli interventi adottati da Bruxelles per contrastare la crisi provocata dalla pandemia. Nell’annunciare il piano di ripresa con lo slogan «Insieme, possiamo plasmare il mondo in cui vogliamo vivere», era postata una foto di un giovane padre di origini africane con in braccio un bimbo di colore e nella mano una bandiera dell’Unione europea. Apriti cielo! Alle feroci critiche si era risposto: «Siamo rattristati nel vedere una serie di reazioni negative basate sul colore della pelle del padre e del bambino raffigurati in questo post. La società europea è diversificata. Questo è un punto di forza per l’Europa e vogliamo rappresentarlo nei nostri post. Non tolleriamo commenti razzisti o xenofobi sulla nostra pagina».

Helena Dalli (CC-BY-4.0: © European Union 2019 – Source: EP)

Ora il 17 novembre la Commissione ha posto la questione del politically correct e della lingua inclusiva e non discriminatoria, emanando delle linee guida di “Union of Equality”, per una “corretta comunicazione”. La laburista maltese Helena Dalli, Commissioner for Equality, precisava: «Dobbiamo sempre offrire una comunicazione inclusiva, garantendo così che tutti siano apprezzati e riconosciuti in tutto il nostro materiale indipendentemente dal sesso, razza o origine etnica, religione o credo, disabilità, età o orientamento sessuale». La lotta ad ogni tipo di discriminazione passava anche attraverso il linguaggio utilizzato dai suoi rappresentanti.

Ritenevo che la farneticante teologia del GENDER fosse una moda ristretta ad un piccolo gruppo ideologizzato che si illude di potere ottenere l’uguaglianza e le pari opportunità tra “uomini” e “donne” (dico, non tra ‘maschio’ e ‘femmina’) attraverso uno ridicolo sfregio grammaticale. Non avrei mai immaginato l’ilare ‘cancel’ del genere anche nell’uso dei nomi comuni attraverso una fantasiosa commistione tra genere naturale e grammaticale, il ricorso al concetto di ‘genere fluido’ per scomparsa del neutro greco e latino, con la sostituzione dei suffissi ‘o’ e ‘a’ con un semplice asterisco, la stelletta  (*) o con lo schwa o scevà (Ȝ) simbolo dell’Alfabeto Fonetico Internazionale (IPA) che rappresenta la vocale centrale propria di molte lingue e anche dialetti italiani.

La sede della Commissione europea in occasione della Giornata internazionale contro l’omofobia, la transfobia e la bifobia 2020 © Unione europea, 2020

Invece nelle segrete stanze di Bruxelles si emanava un decalogo di politically correct a cominciare dal supposto uso di chiamare per cognome i rappresentanti di sesso maschile e solamente per nome le rappresentanti femminili. Perciò «non usare nomi o pronomi che siano legati al genere del soggetto e mantenere un equilibrio tra generi nell’organizzazione di ogni panel». Se si utilizza un contenuto audiovisivo o testimonianze, bisogna assicurarsi che «la diversità sia rappresentata in ogni suo aspetto, perciò non rivolgersi alla platea con le parole “ladies” o “gentleman”, ma utilizzare un generico “dear colleagues”». Quindi assoluto divieto di riferimenti di genere come “Mr and Mrs”, “Signori e Signore”, come pure “signorina”. Così va il mondo! Un tempo questi appellativi erano segno di distinzione sociale (il dialetto siciliano era preciso e prescrittivo in queste distinzioni nominali) ed era da noi esecrato il tu da usare per la servitù. Dire ad una donna “signora” era segno di ossequio, diverso da “signorina” che indicava la sessualità.

Ma ce ne è per tutti. Quando si parla di transessuali «identificarli secondo la loro indicazione». Non si può usare la parola “the elder”’ (gli “anziani”), ma “older people” (la popolazione più adulta). Infine è obbligatorio parlare di persone con disabilità con riferimento prioritario alla persona. Invece di «Charles White è ‘disabile» si deve dire «Charles White ha una disabilità». Tanto ormai la lingua di comunicazione di uso è l’anglosassone che comporta le figuracce dei nostri parlamentari che tutt’al più conoscono l’italiano con inflessioni dialettali di base.

La prescrizione ancor più ipocrita è quella di proibire parole che richiamino festività religiose. Per una “corretta comunicazione” in merito alle religioni si consiglia di «non usare nomi propri tipici di una specifica religione» e in merito alle festività di «evitare di dare per scontato che tutti siano cristiani». In altri termini in UE, a differenza di tutti gli altri paesi cristiani (cattolici e protestanti di tutti i tipi) non si potranno fare gli auguri di Buon Natale e di Buona Pasqua (pure Merry Christmas, Happy Easter). Ne consegue che sono da evitare (sono proibiti?) pure nomi cristiani come John o Mary «perché ritenuti lesivi delle diverse sensibilità religiose». Addio anche agli onomastici che trovano riferimento nei Santi e quindi parole che riguardano la vietata “cristianità”. Si dovrà usare un termine generico come “festività”, “festivity”, come qualsiasi festa da quella eccelsa della Liberazione e della Repubblica a quella del gorgonzola o del carciofo. Naturalmente qualche partito si indigna per questa offesa alle radici cristiane dell’Europa, l’ipocrisia di una società ormai miscredente e cristiana in genere solo per il battesimo ricevuto senza consenso.

In parallelo si assiste alla richiesta di un finanziamento europeo di recinzioni e muri, nella lettera indirizzata alla Commissione e al Consiglio Ue, avanzata dai ministri dell’Interno di 12 Paesi membri (Austria, Cipro, Danimarca, Grecia, Lituania, Polonia, Bulgaria, Repubblica Ceca, Estonia, Ungheria, Lettonia e Repubblica Slovacca), come strumenti per proteggere le frontiere esterne dell’Ue di fronte ai flussi migratori. Molti di questi paesi li hanno già arbitrariamente realizzati, come Grecia, Polonia e Ungheria e pretenderebbero un risarcimento. La lettera, giunta a ridosso della  riunione che deve affrontare proprio il tema del rafforzamento dei confini esterni dell’Unione. Ad una semplice scorsa mi pare che molti di questi richiedenti erano i tanto compianti martiri della Cortina di ferro. Siamo ormai alla teorizzazione e al riconoscimento legislativo della xenofobia. Il fatto che non potrà essere sicuramente accolta perché è una decisione che richiede l’unanimità, conta poco. È evidente che dietro queste profferte di staterelli si nascondono le mire di paesi più influenti che parlano per bocca di altri per non compromettersi. Dietro la richiesta provocatoria del ‘muro’, si nasconde una vera e propria menzogna. Ne è prova il fatto che da un anno si attende la discussione sull’applicazione del New Pact on Migration and Asylum, presentato un anno fa e ancora mai discusso.

Certo per spinte di aree di mercato si mantengono nell’EU nazioni che hanno ampiamente violato quei diritti civili che si pongono come discriminante per le relazioni commerciali con la Cina. Perché in ambito geopolitico ormai non contano ideali (neppure ideologie socio-politiche) ma soltanto aree di espansione e di occupazione di mercato, il vecchio colonialismo della materiale occupazione territoriale passato al neocolonialismo dei governi fantocci, ancora in parte praticati anche da civili nazioni europee, fino al neoneocolonialismo del ricatto finanziario attraverso la World Bank, la World Trade Organization (WTO) e il ben più criminale uso della salute da parte del World Health Organization (WHO), finanziata da quasi tutti i paesi del mondo, pur con il mancato pagamento dei contributi da parte di qualche grande potenza.

Ma siamo impazziti o così fuorviamo i veri problemi razziali e di potere economico?

L’albero di Natale alla casa bianca – Instagram, Flotus

La marcia indietro dopo le forti prese di posizioni e le recise condanne si commenta da sé. Possiamo ancora augurarci Buon Natale, dopo il mancato pericolo.

 

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