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Quattordici senatori del Gop in aiuto di Biden per alzare il tetto della spesa pubblica

La Corte D’Appello respinge la richiesta di Trump del privilegio esecutivo sui documenti dei National Archives; Meadows sarà deferito al Congresso per oltraggio

L’Attorney General dello Stato di New York convoca l’ex presidente per il 7 gennaio per testimoniare

Una giornata politica incandescente quella appena trascorsa a Washington che di prima mattina ha reso omaggio alla salma del Senatore Robert Dole con una cerimonia alla “Rotunda” del Campidoglio alla quale hanno preso parte sia il presidente Joe Biden, che ha definito Dole “un gigante nella nostra storia”, che i leader di entrambi i partiti di Camera e Senato. L’ex senatore repubblicano ed ex candidato alle presidenziali del 1996 aveva 98 anni. Un momento di unità bipartisan in un Congresso dilaniato dalle lotte tra gli stessi schieramenti. L’ultimo confronto interno è maturato dopo l’annuncio fatto dal leader della minoranza repubblicana al Senato Mitch McConnell il quale ha detto che avrebbe votato in favore della richiesta dei democratici per alzare il tetto di spesa pubblica. E così è stato e alla decisione di Mitch McConnell si sono aggregati altri 13 repubblicani. La risoluzione poi è passata nel pomeriggio con 64 voti favorevoli e 36 contrari. Non era un voto diretto sul debito, ma sulle regole di voto per il passaggio della legge abolendo la possibilità alla minoranza di richiedere il voto con la maggioranza qualificata. Una decisione che ha mandato su tutte le furie Donald Trump e molti senatori e congressmen che appoggiano l’ex presidente che respingendo l’alzamento della spesa pubblica avrebbero di fatto bloccato i piani della Casa Bianca per le infrastrutture. I Democratici devono ancora divulgare le cifre dell’aumento della spesa pubblica che comunque dovrebbe superare i 30 mila miliardi per garantire che il Congresso non debba nuovamente intervenire prima delle elezioni di Mid Term del prossimo novembre.

L’Attorney General dello Stato di New York Letitia James (da youtube)

Mentre a Washington i senatori decidevano sull’alzamento del tetto di spesa, a New York il procuratore generale dello Stato, Letitia James, ha annunciato che intende interrogare Donald Trump il prossimo 7 gennaio nell’ambito di un’indagine per frode che sarebbe stata compiuta dalla Trump Organization. La società dell’ex presidente, secondo gli inquirenti, avrebbe intenzionalmente gonfiato il valore immobiliare di alcune proprietà date come garanzia collaterale per alcuni prestiti bancari, riducendone poi drasticamente il valore nella dichiarazione dei redditi. Spetta ora agli investigatori stabilire se ci sono le prove sufficienti per aprire un procedimento giudiziario nei confronti dell’ex presidente. Normalmente l’escussione di un indagato in una procedura giudiziaria civile è l’ultima possibilità che gli inquirenti gli danno per chiarire i fatti prima di una sua possibile incriminazione.

In una dichiarazione, l’Organizzazione Trump ha condannato la mossa come politicamente motivata. “Questa è un’altra caccia alle streghe politica”, afferma la dichiarazione. “L’unico obiettivo di Letitia James è indagare su Trump, tutto per le sue ambizioni politiche… Questo procedimento politico è illegale, non etico ed è una parodia del nostro grande stato e del nostro sistema legale”.

La richiesta di deposizione segna un’escalation nelle indagini sull’azienda dell’ex presidente e un momento critico per Letitia James che ieri sera, improvvisamente, ha sospeso la sua campagna politica dopo che nei mesi scorsi aveva lanciato la candidatura a governatore.

Se Trump si rifiuterà di comparire per testimoniare l’Attorney General potrebbe rivolgersi al tribunale per costringerlo a presentarsi. L’anno scorso, gli investigatori dell’Attorney General di New York hanno citato in giudizio il figlio dell’ex presidente, Eric Trump, come dirigente dell’azienda di famiglia, per farlo testimoniare in questa stessa indagine. Eric Trump inizialmente si rifiutò poi però ha accettato di conformarsi ed è stato interrogato nell’ottobre 2020. Mesi fa l’ex presidente è stato interrogato per 4 ore e mezza in un altro caso. In quella causa gli avvocati di un gruppo di manifestanti lo hanno citato in giudizio, sostenendo di essere stati aggrediti dalle guardie di sicurezza di Trump nel 2015.

Attack on Capitol Hill. January 6, 2021. (Wikimedia Commons)

Per quanto riguarda l’indagine per l’assalto al Campidoglio le indagini proseguono. Oggi pomeriggio la corte d’appello federale ha respinto l’appello presentato dagli avvocati di Trump per impedire agli Archivi Nazionali di consegnare tutti i documenti (telefonate, note, email fatte nei giorni precedenti, durante e nei giorni successivi all’attacco al Campidoglio) alla Commissione che indaga sul tentativo insurrezionale del 6 gennaio. I tre giudici hanno respinto all’unanimità le argomentazioni degli avvocati di Trump secondo cui l’ex presidente potrebbe ancora oggi esercitare il privilegio esecutivo. “Trump – si legge nelle 68 pagine della motivazione della sentenza – non ha fornito alcuna base a questa corte per ignorare quanto stabilito dall’attuale presidente”. I magistrati hanno concesso a Trump 14 giorni per chiedere alla Corte Suprema di decidere se esaminare il caso. Se la richiesta dovesse essere respinta dalla Corte Suprema gli Archivi Nazionali potranno iniziare a consegnare i documenti alla Commissione d’inchiesta.

Un altro duro colpo ai tentativi dell’ex presidente di bloccare l’indagine dopo che il suo ex capo dello staff della Casa Bianca, Mark Meadows, sta per essere deferito al voto della Camera per aver detto di non voler più cooperare con la commissione del Congresso. Meadows ha anche citato in giudizio la Commissione d’inchiesta. L’ex stretto alleato di Trump dopo una lunga trattativa aveva inizialmente accettato di essere ascoltato dalla commissione, diventando così il testimone più vicino all’ex presidente.

Dopo le clamorose rivelazioni fatte nel suo libro The Chief’s Chief e le successive tempestose telefonate fattegli da Donald Trump, Meadows ci ha ripensato e ha risposto mercoledì intentando una causa alla corte federale per invalidare le due citazioni in giudizio che il comitato aveva emesso a lui e alla Verizon, suo fornitore di servizi di telefonia mobile, per depositare l’elenco di tutte le telefonate fatte durante il tentativo di insurrezione. Trump sostiene che una testimonianza di Meadows violerebbe il privilegio esecutivo di un presidente per mantenere privati ​​i consigli dei suoi collaboratori. Nei mesi scorsi Joe Biden ha annullato il privilegio esecutivo di Trump permettendo alla Commissione d’inchiesta di richiederli ai National Archives. Richiesta alla quale si è opposto l’ex presidente che si è rivolto alla corte federale. Il magistrato di primo grado ha respinto la richiesta di Trump e il presidente si è rivolto alla Corte d’Appello, che oggi ha convalidato la decisione di primo grado.

Meadows è la terza persona dell’amministrazione Trump a subire un’azione della Camera per essersi rifiutata di conformarsi all’indagine sul tentativo insurrezionale del 6 gennaio. La scorsa settimana, la Commissione d’inchiesta ha votato per far avanzare il procedimento per oltraggio a Jeffrey Clark, un ex funzionario del Dipartimento di Giustizia. La Camera ha votato a ottobre di deferire alla magistratura ordinaria Steve Bannon, l’ex consigliere di Trump, accusato penalmente a novembre di due capi di imputazione per oltraggio al Congresso. Il processo ci sarà il 18 luglio.

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