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Da Platone a Beppe Grillo: evoluzione di una forma di governo chiamata “democrazia”

Partendo dalla Grecia e arrivando a oggi, passando da Rousseau e Kelsen, il dibattito sull'efficacia della democrazia dura da secoli e non è ancora finito

di Cesare Molinari

Beppe Grillo - Ansa

Nell’ottavo libro della sua opera maggiore Platone affronta il tema delle forme di governo. Si tratta, in qualche modo , di una conclusione già implicita nel titolo dell’opera, sia in quello latino e poi italiano (Respublica, Repubblica) imposto da Cicerone, sia in quello greco, Πολιτεία (Politeia), che però varrebbe piuttosto ‘costituzione’.

Tali forme di governo sono quattro: aristocrazia, oligarchia, democrazia e tirannide. Esse si succedono fatalmente perché ciascuna contiene i germi della propria dissoluzione : così nell’aristocrazia (che, comunque, appare la più solida) la contesa per i riconoscimenti e gli onori; nell’oligarchia l’esigenza di aumentare continuamente le proprie ricchezze, che provoca un aumento esponenziale del numero dei poveri ; nella democrazia la ricerca del piacere personale che porta alla dissoluzione dello stato e quindi alla tirannide, che sarebbe forse la miglior forma di governo non fosse che la solitudine del tiranno implica la facilità di ucciderlo (ma forse Platone non voleva ricordare che qualche decennio prima i Tirannicidi erano stati esaltati con l’erezione di un famoso gruppo scultoreo).

La Città-stato dell’antica Grecia, in un dipinto di epoca romantica – wikimedia

Dunque Platone non amava la democrazia. Pure, deve riconoscere che, almeno allo sguardo più ingenuo delle donne, essa può apparire bellissima (καλλίστη), anzi la più bella delle costituzioni possibili e ciò proprio in forza dell’enorme varietà dei comportamenti implicata dalla ricerca del piacere, che la fanno apparire simile a un elegante manto policromo. Questo inserimento del concetto estetico di ‘bellezza’ nel contesto di un discorso politico può apparire strano, ma bisogna ricordare come i termini di ‘bello’  e di ‘buono’  (καλòς καγαθòς) appaiano spesso assieme nel discorso filosofico greco. Ma il punto cruciale è un altro : la citata varietà dei comportamenti sembra risolversi in uno spinto individualismo, che anticipa quello delle civiltà moderne, in cui il singolo cerca di sottrarsi alle istituzioni o, peggio, di adattarle ai propri interessi. La democrazia insomma si risolve in una sostanziale dissoluzione dell’autorità dello stato, che potrà essere restaurata solo dall’apparizione dell’uomo forte – il tiranno (τυραννἱς – τύραννος).

In epoca moderna Montesquieu (L’esprit des loix, 1748-9) riconosce soltanto tre forme di governo: la repubblica, la monarchia e il dispotismo. Come farà di lì a pochi anni, Jean Jacques Rousseau nel Contrat social, 1762,  che però si riavvicina piuttosto allo schema platonico, elencando democrazia, aristocrazia e monarchia, ma rovesciandone l’ordine, talché la democrazia viene esaminata per prima. Si ricorderà che Platone  l’aveva definita “bellissima – καλλίστη” – sia pure soltanto agli occhi più ingenui delle donne. Ma adesso Rousseau la descrive addirittura in termini mitici, sostenendo che una vera democrazia non può esistere fra gli uomini : essa ha un carattere quasi divino. Ciò non significa che, da una parte egli rinunci ad enunciarne i valori  fondanti : la libertà e l’eguaglianza ; ma, dall’altra, a prospettarne la rovina : giunto al suo punto estremo, l’innaturale governo della maggioranza sulla  minoranza si risolve in oclocrazia, cioè nel dominio delle folle, delle masse. Un fenomeno, questo, che, muovendo da Marx, ha sollecitato l’interesse di molti studiosi, a partire da Gustave Le Bon (Psychologie des foules, Paris 1895) fino a George Mosse (The Nationalization of the Masses, Harvard 1974) e che ha trovato una plastica rappresentazione nel movimento dei gilet gialli francesi nel 2018.

La protesta dei gilet gialli – ANSA/EPA/GUILLAUME HORCAJUELO

Chiaramente Rousseau, nel descrivere tale impossibile democrazia perfetta, aveva in mente l’Atene del quinto secolo, dove il popolo riunito in assemblea decideva di se stesso, ed era quindi libero. E la contrapponeva alla pretesa democrazia inglese, dove invece il popolo poteva dirsi libero soltanto nell’atto di eleggere i propri rappresentanti. Dunque due forme di democrazia : democrazia diretta vs democrazia rappresentativa.

La democrazia rappresentativa trovò il suo più compiuto analista nel grande giurista e sociologo praghese Hans Kelsen, il quale, avendo pubblicato il suo saggio (Vom Wesen und Wert der Demokratie, bingen, Mohr, 1929trad. it.: I Fondamenti della democrazia, Il Mulino, 1966), nel 1929, non aveva potuto rendersi pienamente conto di quanto la grande crisi economica di quell’anno avrebbe potuto minare le basi della democrazia europea, già soppressa in Italia dal fascismo. Perciò egli può aprire il suo studio riflettendo sul fatto che «le rivoluzioni borghesi del 1789 e del 1848 avevano quasi trasformato l’ideale democratico in un luogo comune del pensiero politico».

Hans Kelsen – wikimedia

Come Rousseau, definito «forse il più importante teorico della democrazia», anche Kelsen fonda il concetto di democrazia sul principio della libertà, riducendo quello di eguaglianza alla parità dei diritti politici – peraltro effettivamente goduti solo da una piccola parte della popolazione (basti ricordare che in nessun paese le donne erano ammesse al voto). Ma, diversamente dal filosofo ginevrino, Kelsen introduce come strumento principe della vita democratica i partiti politici, categoricamente esclusi da Rousseau, in quanto nello stato non possono esserci società parziali : ogni cittadino decide secondo il proprio pensiero (nʼopine que dʼaprès lui). Al contrario, per Kelsen, l’individuo isolato non ha esistenza (politicamente) reale. I partiti, che possono essere fondati fondati su comunanza di convincimenti o  di interessi, svolgono la loro principale funzione nel parlamento – dove però ciascun deputato agisce senza vincolo di mandato, come precisato anche nella costituzione italiana (art. 67).

Il quadro della democrazia rappresentativa disegnato da Kelsen nel 1929 non pare essere sostanzialmente cambiato fino ai giorni nostri, cioè nel corso di quasi un secolo. Tuttavia bisognerà ricordare che già lo stesso Kelsen, pur riaffermando che il parlamentarismo appare come l’unica arma possibile di democrazia, aveva evidenziato il carattere fittizio della rappresentanza, in quanto la volontà parlamentare non può essere identificata con la volontà del popolo. Comunque non esistono alternative : anche la democrazia diretta, che aveva trovato compiuta realizzazione soltanto nell’Atene del quinto secolo e che Rousseau aveva cercato di reintrodurre nella sua Ginevra, appare a Kelsen praticamente impossibile per lo stato moderno.

Pure, ai nostri giorni, proprio una forma di democrazia diretta è stata proposta da Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio – i fondatori del Movimento 5 Stelle. Si tratterebbe di una democrazia referendaria, resa possibile dalle nuove tecnologie, ma il cui problema politico sta nel come e nel chi può proporre un referendum (attualmente la questione è regolata dall’art. 75 della costituzione, che peraltro prevede soltanto referendum abrogativi).

L’iniziativa di Grillo e Casaleggio risale al 2009 e comportava una valutazione positiva (o, almeno, una presa d’atto) dei profondi cambiamenti intervenuti nella vita sociale, culturale e politica con l’avvento e la capillare diffusione dell’informatica e dei dispositivi digitali. Nel 2009 però soltanto in pochi avevano osservato con occhio critico e preoccupazione quanto stava succedendo. Il primo fu forse Colin Crouch, il quale, in un libro significativamente intitolato Postdemocrazia (Colin Crouch, Post Democracy, 2004) aveva denunciato la crescente passività dei cittadini occidentali, evidentemente non ritenendo che la quasi ossessiva mania di pubblicare le proprie opinioni sui social avesse in qualche modo sostituito la partecipazione attiva al dibattito politico e, soprattutto, la tendenza a partecipare di persona a comizi, dibattiti e manifestazioni.

Gianroberto Casaleggio – ANSA/ALESSANDRO DI MARCO

Opinione, questa, ribadita quasi dieci anni più tardi dal filosofo coreano, ma che vive in Germania, in un importante saggio intitolato Lo sciame (Im Schwarm. Ansichten des Digitalen, Matthes & Seitz, Berlin 2013). Per parte loro, Steven Levitsky  Daniel Ziblatt considerano già segnato il destino  delle democrazie (e non solo di quelle rappresentative) : resta da vedere come questo avverrà, e non sarà tramite una rivoluzione (che è pur sempre capace di aprire nuove prospettive), ma in un lungo piagnisteo che logora le istituzione nel disinteresse dei cittadini. Infatti il titolo del loro imponente saggio suona Come muoiono le democrazie (Steven Levitsky –Daniel Ziblatt, How Democracies Die, Crown 2018).

Si ricorderà che Hans Kelsen aveva sostenuto che «le rivoluzioni borghesi del 1789 e del 1848 avevano quasi «trasformato lideale democratico in un luogo comune del pensiero politico», aggiungendo che nessuno aveva osato dichiararsi apertamente contrario alla democrazia. Adesso invece non mancano quanti, muovendo dall’analisi delle criticità e delle contraddizioni dei regimi democratici, non esitano a dichiarare la democrazia o impossibile o deleteria.

Sabino Cassese (La democrazia e i suoi limiti, Mondadori, 2017), constatando che non esiste un modello unico di democrazia, precisa che il termine di  «democrazia si accompagna con una larga messe di aggettivi : rappresentativa, partecipativa, diretta, indiretta, deliberativa, liberale, socialista, capitalista». Come già accennato, si è anche sostenuto che oggi viviamo in una forma di Post-democrazia, il termine coniato da Colin Crouch e ripreso ripreso da Ilaria Bifarini (Bifarini, Ilaria. Neoliberismo e manipolazione di massa: Storia di una bocconiana redenta. Edizione del Kindle) , che lo definisce un sistema politico guidato dalle grandi lobby e dai mass media.

Sabino Cassese – ANSA/ALESSANDRO DI MEO

Ciò aveva indotto Norberto Bobbio (Il futuro della democrazia, Einaudi, 1981) a parlare addirittura di una democrazia totalitaria in cui «il massimo controllo del potere da parte dei cittadini» si era rovesciato nel «massimo controllo dei sudditi da parte del potere».

Come accennato, non sono mancati, anche fra gli studiosi, i decisi avversari della democrazia, che sembrano dar voce ai numerosi movimenti neo-fascisti presenti non solo in Italia, ma un po’ dappertutto. Tra loro va citato almeno il giovane filosofo americano Jason Brennan, il cui libro  (Against Democracy, Princeton University Press, 2016) ha avuto vasta risonanza ed è stato tradotto in numerose lingue, tra cui l’italiano (Contro la democrazia, Luiss University Press). Brennan sostiene anzitutto che la democrazia produce diseguaglianze, ma poi si scaglia, in particolare contro il suffragio universale (cioè contro la caratteristica più decisiva delle moderne democrazie parlamentari), in quanto esso consentirebbe «a una massa di elettori che non si interessano o non sanno nulla di politica di conferire il potere di legiferare e governare a una minoranza di eletti perlopiù incompetenti e corrotti»; ed invoca contro di esso un sistema che definisce ‘epistocrazia’, in cui il diritto di voto sarebbe riservato soltanto a coloro che possono dimostrare di possedere una buona cultura politica, cioè sostanzialmente alle classi abbienti.

Piergiorgio Odifreddi. un matematico molto presente nel dibattito politico, non si dichiara, come Brennan, avversario della democrazia : sostiene, sic et simpliciter che la democrazia non esiste (Piergiorgio Odifreddi.La democrazia non esiste. Critica matematica della ragione politicaRizzoli, 2018). Ma : non esiste o non può esistere? Di fatto, Odifreddi si riferisce alle moderne democrazie parlamentari, le quali, a suo parere, tendono ad essere oligarchie di tipo plutocratico, i veri centri del potere risiedendo non già nelle istituzioni, bensì nei potentati economici, ma anche nei mezzi di comunicazione – stampa e, soprattutto, televisione, definite un vero “quarto potere” (come, ricordo, suona il titolo italiano di un grande film di Orson Wells, Citizen Kane). Il principio della rappresentanza ha fallito, come aveva già rilevato Kelsen, proprio perché gli elettori non possono conferire agli eletti che un mandato in bianco. Perciò, conclude Odifreddi, l’unica forma possibile di democrazia – quella cioè che conferisce davvero il potere al popolo – «non può dunque derivare altro che dalla democrazia diretta, partecipativa e deliberativa», quindi non esclusivamente referendaria. Infatti non risulta che Odifreddi abbia mai aderito al movimento di Beppe Grillo.

Piergiorgio Odifreddi – TONINO DI MARCO/ANSA/KLD

Nel suo elenco delle quattro possibili forme di governo, Platone, collocando la tirannide dopo la democrazia, aveva adombrato come essa soltanto fosse in grado di restaurare l’autorità dello stato, messa in crisi dagli eccessi della democrazia. Come accennato, per lui i termini e i concetti di tirannia e di tiranno (τυραννςτύραννος) non comportano alcuna connotazione negativa di cui invece sono stati caricati i titoli di cui si sono fregiati i moderni dittatori : duce e Führer, che, veramente, evocano anzitutto il concetto di ‘guida’. Ragion per cui si è preferito ricorrere al termine inglese ‘leader’, che ha poi lo stesso significato.

Tra i non molti libri che hanno affrontato il tema del leader e della leadership in termini esclusivamente politici va segnalato, in particolare, quello di Mauro Calise, La democrazia del Leader, Laterza 2016. Calise muove – come già altri – dall’invadenza dei nuovi mezzi di comunicazione, televisione e web, definita «colonizzazione mediatica della vita quotidiana», che avrebbe portato al formarsi di una sorta di “costituzione materiale”, parallela se non alternativa, a quella legale. Essa prevede non tanto la eliminazione dei partiti politici, quanto il loro sottomettersi alla guida di un capo carismatico. Espressione già corrente, anche in riferimento ai sullodati dittatori, ma che Calise ha usato riferendosi a un piccolo libro di Max Weber, recentemente pubblicato anche in italiano (Il leader carismatico, Castelvecchio 2016), ma che originariamente costituiva un capitolo dell’incompiuto e inedito testo del grande sociologo risalente al 1920 (Max Weber, Wirtschaft Und Gesellschaft. Soziologie) e intitolato Merkmale der Charismatischen Herrschaft – Caratteri del governo carismatico.

Max Weber – wikimedia

Dove Weber definisce il carisma come un’eccezionale qualità, percepita quasi come sovrumana, grazie alla quale il suo possessore viene considerato degno di diventare un ‘Führer’. Calise, invece, parla di «irruzione dellio  narcisistico, autoreferenziale» e, appunto, «carismatico». Alcuni di tali personaggi non si sono limitati a dare la scalata alla segreteria di un patito esistente, ma ne hanno creato uno nuovo, un partito personale, tema cui Calise ha dedicato un secondo libro: Il partito personale. I due corpi del leader, Laterza 2016.

La democrazia rappresentativa, dove i patiti hanno già da tempo rinunciato ai grandi dibattiti ideologici, rischia così di trasformarsi in un’arena in cui rivalità e alleanze sono determinate dalla difesa degli interessi di singoli gruppi sociali, quando non, addirittura, dalle simpatie personali dei diversi leader ‘carismatici’.

Ma è venuto il momento di interrompere questa ormai troppo lunga (per quanto largamente incompleta) rassegna bibliografica, utile, credo, perché ci si possa rendere conto di quanto le menti più illustri siano rimaste turbate dal concetto di ‘democrazia’ e, pur non discostandosi mai dal significato etimologico del termine, si siano trovate in disaccordo non solo nel darne una valutazione di merito, ma anche nel determinare il valore dei due elementi che lo compongono : ‘demos – popolo’ e ‘crazia – potere’.

Sabino Cassese ha constatato che dei 293 paesi in cui si articola la geopolitica del pianeta soltanto una quarantina sono retti da un sistema democratico. Ma poi, nell’elencare  la «larga messe di aggettivi» che accompagna il termine democrazia, ha trascurato di citare la «democrazia totalitaria», con cui Orbàn ha definito il regime da lui instaurato in Ungheria, ma che potrebbe essere esteso a molti altri stati – dalla Polonia di Duda al Brasile di Bolsonaro. Non so dire se si sia trattato di una dimenticanza, o se l’insigne studioso (già ministro e giudice della Corte Costituzionale,  oltre che mio compagno di studi) abbia considerato troppo stridente la contraddizione fra il sostantivo e l’aggettivo.

Viktor Orban – flickr

Negli ultimi tempi sono apparsi numerosi articoli che affrontano, da diversi punti di vista, il tema della democrazia e del suo odierno stato di salute. Tra questi, Cristiano Dan, tratta proprio delle contraddizioni della democrazia, o, meglio, delle democrazie, a partire dalla più grande, gli Stati Uniti, che, a quasi duecento anni dalla guerra di secessione, non hanno saputo liberarsi compiutamente dalla discriminazione razziale, né, tanto meno, garantire quel minimo livello di equità economica che permetta a tutti i cittadini di esercitare i loro diritti politici. Aggiungo che la legislazione statunitense mentre da una parte rende particolarmente complicato accedere al diritto di voto, dall’altra, per quanto riguarda le elezioni presidenziali, fa ricorso ad un arcaico e complicatissimo sistema elettorale che non garantisce in alcun modo la corrispondenza tra le preferenze espresse dagli elettori e l’individuazione dell’eletto.

Il presidente degli Stati Uniti, essendo anche capo del governo, dispone di amplissimi poteri, limitati, certo, dal parlamento, ma anche, e forse soprattutto, dagli stati confederati, Ragion per cui gli USA vengono definiti una repubblica presidenziale e federale. Recentemente si è prospettata l’idea di adottare questa formula istituzionale anche in Italia, dove le Regioni, che pure hanno caratteristiche linguistiche e culturali molto più marcate degli stati americani, hanno ricevuto un riconoscimento istituzionale e un’ampia autonomia amministrativa soltanto nel 1972. Di fatto, dunque, l’Italia è già uno stato federale. Con il prospettato presidenzialismo il capo dello stato dovrebbe anzitutto rappresentare l’unità nazionale e garantirla contro le possibili spinte secessioniste di singole regioni: si ricordi la Lega di Bossi, oggi evolutasi (et pour cause) in quella ultranazionalista di Salvini. Ma poi anche garantire che le diverse istituzioni non travalichino i limiti loro assegnati dalla Costituzione – e questo riguarda in particolare la magistratura, su cui già oggi il presidente esercita un controllo diretto in quanto ne presiede il Consiglio Superiore.

L’altra faccia della medaglia sta in questo che un presidente dotato di tali ampi poteri può trasformarsi in un vero e proprio monarca che regna a vita – pacificamente, modificando la costituzione, quando dispone anche di una maggioranza parlamentare, come ha fatto Putin in Russia; o con la violenza, profittando dei suoi poteri in quanto capo delle forze armate, come, in maniera decisamente rocambolesca, è riuscito a fare Erdogan in Turchia. Senza dimenticare come Trump abbia cercato di rovesciare il risultato elettorale sollevando le folle dei suoi seguaci con il suo carisma (!?). Simili colpi di stato si sono verificati anche nelle democrazie parlamentari – promossi, il più delle volte, dai militari che intendevano ‘mettere ordine’ nella complessità delle istituzioni democratiche, facendo così succedere, come previsto da Platone, la dittatura alla democrazia.

Comizio di Donalda Trump a Tulsa, Oklahoma, 21 giugno 2020 – flickr

Ma il punto cruciale (rilevato ancora una volta da Cristiano Dan nella conclusione del suo saggio) è un altro : gli Stati Uniti, dopo aver appoggiato i peggiori dittatori dell’ America Latina, si sono proposti di “esportare la democrazia” – anche con la forza delle armi! Ci sono riusciti una sola volta, con l’occupazione dell’Afganistan, che però quel pessimo presidente che si sta rivelando Biden ha abbandonato (è vero : dopo vent’anni) perché costava troppo e, come dice Brecht, «erst kommt das Fressen, dann kommt die Moral – prima viene la pappa, dopo la morale. E lo ha abbandonato lasciandolo in mano ai peggiori e dichiarati nemici della democrazia.

Ma vengono ricordate anche le democrazie  imperialiste – prime fra tutte l’Inghilterra, madre della democrazia moderna ; è vero che l’Inghilterra portò, soprattutto nei suoi domini indiani, una vasta opera di modernizzazione (al punto che Kipling osò definire il colonialismo come la missione dell’uomo bianco) ma ciò non significa che esso sia stato meno predatorio. Viene invece dimenticato il Belgio, che esercitò sul Congo, proprietà privata del suo re, forse il colonialismo più feroce della storia.

Rudyard Kipling – wikimedia

Ma, per tornare al punto : democrazia e imperialismo non sono due concetti contraddittori, o addirittura incompatibili? Sì e no : no se la democrazia è considerata come una delle tante forme di governo possibili – non la più efficiente, ma quella che permette una convivenza sostanzialmente pacifica e civile : sì se invece essa è concepita come un valore assoluto, fondato su tre semplici principi : libertà eguaglianza fratellanza – liberté egalité fraternité.

Di per sé, la democrazia non garantisce una effettiva parità fra i cittadini soprattutto perché il concetto di eguaglianza si riferisce soltanto al godimento degli stessi diritti civili, senza tener conto delle profonde differenze economiche, considerate addirittura fisiologiche in quanto organiche ai principi del trionfante liberismo economico – è come se i principi dell’etica protestante, descritti da Max Weber, in cui la ricchezza era considerata un segno della benevolenza divina, avessero trovato definitiva conferma proprio nella democrazia.

Il capitalismo industriale ha sempre considerato come la presenza di un consistente numero di disoccupati garantisca la possibilità di tenere basso il costo del lavoro. Tuttavia, quello che sta succedendo adesso è qualcosa di ben diverso : non si tratta soltanto di un crescente numero di disoccupati, ma del fatto che le nuove tecnologie – ma non solo loro – hanno fatto scomparire interi settori lavorativi, dall’artigianato a diversi lavori impiegatizi. Ne parla nel suo articolo Dino Ferrante, il quale, in tono quasi nostalgico, ricorda come i bigliettai dei tram «non facciano neppure più parte della memoria collettiva delle giovani generazioni». Tutto questo è vero, che anzi sarà da ricordare come già due importanti studiosi abbiano previsto addirittura la definitiva scomparsa del lavoro: Jeremy Rifkin, la fine del lavoro, Baldini e Castoldi, 2002 e Domenico De Masi, Il lavoro nel XXI secolo, Einaudi, 2018.

Ora, quello che effettivamente succede, almeno in Italia, è questo   gli italiani tendono a rifiutare lavori pesanti e sottopagati, come la raccolta della frutta in Puglia e in Sicilia – vengono sostituiti dai migranti, ridotti in uno stato di semi-schiavitù dai caporali. Si crea così un grande numero di disoccupati, ai quali, in un modo o nell’altro, deveprovvedere lo stato, come succede con il reddito di cittadinanza promosso  dai 5stelle. E che costituisce, per così dire, l’ultimo tassello nella definizione dello stato sociale. Bisogna infatti fare attenzione anche alla terminologia poiché si parla di “stato sociale”, non di “stato assistenziale”, così come si parla di “reddito”, non di “sussidio”.

Nè lo stato sociale (o assistenziale) può essere considerato un’invenzione delle moderne democrazie: fatte le debite e profonde distinzioni esso potrebbe essere individuato nel “panem et circenses” dell’antica Roma ed ha trovato una compiuta definizione legislativa ad opera di Bismark verso la fine dell’Ottocento. Nelle moderne democrazie liberiste lo stato sociale-assistenziale riesce soltanto a velare, ma non a sanare le immense differenze tra i ricchi e i poveri – e la ricchezza è, in sé, potere. Si potrebbe dire che in esse il popolo regna («la sovranità appartiene al popolo» dice il primo articolo della nostra costituzione), ma non governa.

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