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Manchin, finanziato dalle lobby del carbone, ha detto “no” al piano sul clima di Biden

Senza il voto del democratico il provvedimento non può passare al Senato. Alla Casa Bianca sono infuriati e chiedono che venga rispettata la parola data

Joe Manchin - ANSA/EPA/MICHAEL REYNOLDS

Era l’ago della bilancia e, la sua, la posizione che tutto il Senato aspettava di conoscere. Alla fine Joe Manchin, democratico in carica dal 2010 con un passato da governatore della Virginia Occidentale, ha detto “no”.

“No” al piano su clima e welfare da 1.700 miliardi chiamato “Build Back Better”, in cui Joe Biden ha investito parecchio. Manchin ha fatto sapere le sue intenzioni all’emittente conservatrice Fox News: “Non posso votare questa legge. Non posso proprio. Ho cercato in tutti i modi di trovare un motivo, ma non mi ha convinto. Questo è un no”.

La dichiarazione gela la Casa Bianca, che sperava di ottenere il via libera al piano prima di Natale. Senza il voto di Manchin al Senato, diviso perfettamente a metà (50 e 50) tra Dem e Repubblicani, il disegno non può passare, a meno che non arrivi in soccorso un repubblicano, ipotesi al momento esclusa.

Joe Biden – Ansa

Non è la prima volta che, per colpa del senatore autodefinitosi “democratico conservatore”, ai piani del presidente vengono tagliate le ali. Già sei mesi fa, a inizio giugno, si era dichiarato contrario sia alla riforma elettorale che alla modifica delle regole per il Filibuster, la tecnica ostruzionistica al Senato, compromettendo i piani dell’amministrazione e facendo infuriare la sinistra.

D’altronde, se sei un democratico, è dura fare politica con successo nella Virginia Occidentale, che dal 2000 alle presidenziali vota sempre repubblicano. Manchin sembra averlo capito bene e infatti, eletto tra le fila dei Dem, parla e vota spesso come un uomo di destra.

La risposta della Casa Bianca, però, non si è fatta attendere. “Le frasi di Manchin – ha spiegato la portavoce Jen Psaki – sono in contrasto con la discussione avuta con il presidente e lo staff. Il senatore, settimane fa, si era impegnato a sostenere il Build Back Better. Abbiamo ritenuto che ci potesse essere un compromesso accettabile per tutti. Se i suoi commenti rilasciati a Fox indicano una fine di quegli sforzi, rappresentano una retromarcia inspiegabile e improvvisa, oltre che una violazione del suo impegno verso il presidente e i colleghi di Camera e Senato”.

Jen Psaki – ANSA/EPA/Ken Cedeno / POOL

Violazione comprensibile, però, se si conoscono i finanziatori di Manchin: industrie petrolifere, di gas naturale, elettricità e minerarie, oltre a lobby del carbone che lo hanno aiutato durante la campagna elettorale. Il settore energetico, e in particolare l’estrazione del carbone, dominano infatti l’economia di quella Virginia Occidentale di cui è rappresentante e che da decenni fatica a tenere il passo con le mutevoli esigenze degli Stati Uniti.

Non stupisce nemmeno che, in vista delle elezioni del 2024, Manchin abbia già iniziato la raccolta fondi, accumulando oltre 600.000 dollari. Da dove arriva quel denaro? Soprattutto da imprese che si occupano di petrolio e gas naturale, come Valero Energy Corporation, National Fuel Gas Company e DTE Energy, che da tempo sostengono le sue iniziative.

Dal 2010, la lista dei generosi contribuenti all’attività politica di Manchin è infatti tanto lunga quanto coerente. American Gas Association, Exxon Mobil, American Petroleum Institute, FirstEnergy Corp. L’American Chemistry Council ha addirittura investito 200.000 dollari per supportarlo nella campagna del 2018.

Nessuno come lui, tra i democratici, ha ricevuto così tanta sussistenza dell’industria mineraria. Basta un dato per confermarlo: Manchin è stato il principale destinatario dei contributi della United Mine Workers of America, la più grande organizzazione sindacale del paese per i minatori, che per la sua rielezione ha speso più di 418.000 dollari.

Un voto non proprio imprevedibile, dunque, che però la Casa Bianca non ha mandato giù. Da Washington hanno ricordato che il piano avesse ottenuto la copertura voluta dal senatore, al quale sarà ora richiesto di “rispettare la parola data”.

Senza il suo voto, il “Build Back Better” non ha alcuna possibilità di essere approvato.

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